lunedì 21 giugno 2010

Considerazioni del dopobomba


Giacomo Gabellini
"Noi siamo ciò che facciamo finta di essere, e dovremmo porre più attenzione in ciò che facciamo finta di essere".

Kurt Vonnegut


"Il bebè è nato in modo soddisfacente". Con queste poche parole il fisico Robert Oppenheimer comunicò al telegrafo il buon esito dei primi esperimenti nucleari a scopo bellico della storia al presidente statunitense Harry Truman, che in quel momento si trovava a Potsdam. Gli esperimenti in questione ebbero luogo a Jornada del Muerto (deserto del New Mexico), località in cui vennero create bombe atomiche al plutonio e all'uranio, differenti tra loro sia per quanto riguarda il materiale fissile impiegato sia per le modalità di esplosione. La bomba al plutonio fu fatta deflagrare alle 5,10 del 16 luglio 1945 nella località sopra indicata, e produsse un cratere profondo un centinaio di metri circa....

Come è tristemente noto, all'alba del 6 agosto dello stesso anno, il B - 29 "Enola gay" sganciò un ordigno all'uranio, non ancora sperimentato, sulla città giapponese di Hiroshima, la cui esplosione determinò la morte immediata di 200.000 persone. Tre giorni dopo l'ordigno sperimentato a Jornada del Muerto fu sganciato sulla città di Nagasaki, lasciando sul campo circa 150.000 cadaveri. All'indomani dell'apocalisse di Hiroshima, il presidente Truman lanciò il seguente monito: "Il mondo sappia che la prima bomba atomica è stata sganciata su Hiroshima, una base militare. Abbiamo vinto la gara per la scoperta dell'atomica contro i tedeschi. L'abbiamo usata per abbreviare l'agonia della guerra, per risparmiare la vita di migliaia e migliaia di giovani americani, e continueremo a usarla sino alla completa distruzione del potenziale bellico giapponese". Impostando il discorso in questa maniera, Truman giustificò il ricorso a uno strumento di sterminio tanto potente alla luce dei "vantaggi" che quest'ultimo garantiva. L'Occidente, uscito a pezzi da quella catastrofica esperienza che fu la Seconda Guerra Mondiale, non solo si bevve questa palese e intollerabile idiozia, operando una sorta di "rimozione" dell'accaduto allo scopo di evitare di fare i conti con i tremendi effetti che la bomba aveva sortito, ma fece di più e di peggio. Perseguendo una sorta di corsa al riarmo (agli Stati Uniti si unirono, nel giro di pochi anni, Unione Sovietica, Francia e Gran Bretagna), l'Occidente legittimò inequivocabilmente il massacro totale e indiscriminato, che non fa distinzione tra soldati e civili, che stermina indistintamente uomini e donne, anziani e neonati. Hiroshima era stata presentata come un mero atto di guerra, magari più cruento, ma assolutamente indispensabile, poichè compiuto in nome di una "buona causa". Questa iscrizione del bombardamento su Hiroshima nel novero delle "fatalità" belliche fu il presupposto morale tramite il quale gli americani fregiarono dei crismi di legittimità il secondo bombardamento su Nagasaki, cosa lucidamente denunciata dal grande filosofo torinese Costanzo Preve, il quale ha scritto che "La paradossale "normalità" della scelta di Hiroshima deriva anche dal fatto per cui essa fu ripetuta tre giorni dopo a Nagasaki. Ho spesso notato, con l'esperienza del mio trentennale insegnamento della storia e della filosofia, che questa ripetizione viene accolta con cortese disattenzione come un normale fatto di guerra, laddove proprio la prima ripetizione (quella di Nagasaki, appunto) è il paradigma implicito di una possibile serie progressiva". La sovrastruttura etica occidentale si basa esattemante sulla "normalizzazione" degli eventi catastrofici e criminali di Hiroshima e Nagasaki. La furbesca opera di sottrazione di questi eventi dalla storia e la loro collocazione (su questo aspetto gli attuali manuali di storia sono qualcosa di ripugnante) su un piano dogmatico superiore li ha così santificati, compromettendone la comprensione. La ricollocazione degli eventi nel loro habitat naturale, che non è certo metafisico, favorirebbe invece una normale discussione storica, la quale porterebbe inesorabilmente a un esame di coscienza in grado di innescare un processo di revisione totale del giudizio morale e di un suo potenziale rovesciamento. Tutto ciò getterebbe enorme discredito sulla sovrastruttura etica mediante la quale l'Occidente, sotto l'egida USA, legittima moralmente gli interventi "umanitari" in tutto il mondo. Questa inversione di tendenza pare oggi più urgente che mai.

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