venerdì 11 giugno 2010

Due giornalisti inghiottiti dal segreto di stato

Antonella Beccaria e Gianni Lannes


Scomparsi senza lasciare tracce, insomma volatilizzati e in preda all’oblio. I loro nomi non compaiono neppure nelle numerose statistiche dedicate agli operatori dell’informazione e della stampa caduti in ogni parte del mondo. A Beirut, però, il calendario per i familiari di due giornalisti italiani si è inceppato il 2 settembre 1980. I due valenti cronisti sono stati dimenticati anche dalla soporifera categoria e risultano sconosciuti a gran parte dell’opinione pubblica. Italo Toni e Graziella De Palo erano approdati in Libano – senza alcuna copertura editoriale – per indagare sui traffici di armi spediti dal belpaese, o meglio dai boiardi ben attanagliati al timone dello Stato tricolore.  A 30 anni di distanza i loro corpi non sono stati ancora ritrovati, mentre il governo Berlusconi pur sollecitato alla stregua dei precedenti, non rimuove il segreto di Stato, rimodulato maldestramente dalla legge 124 del 2007, che ancora comprende il segreto politico, o meglio fonde e confonde il segreto politico-militare. Aldo Toni (fratello di Italo) e Alvaro Rossi (cugino) non hanno più dubbi: «Loro conoscono la verità in ogni minimo dettaglio, ne siamo certi, altrimenti non ci opporrebbero come fanno dal 1984, il segreto di Stato». Ci addentriamo in un intrigo internazionale in cui primeggiano il ministero degli esteri, i nostri servizi segreti (allora Sismi, in particolare il colonnello Giovannone e il generale Santovito), l’Olp (organizzazione per la liberazione della Palestina). E’ un mistero non risolto in cui si intrecciano depistaggi e manomissioni della verità, oltre a  menzogne infinite di marcata impronta istituzionale...
L’obiettivo ufficiale del viaggio di questi due cronisti investigativi – accreditati da una lettera di presentazione di Nemmer Hammad (capo della delegazione italiana dell’Olp) – è un réportage sui campi palestinesi in Siria e Libano, particolarmente critica oggi, drammatica come a quel tempo. Nel 1985 il presidente del consiglio Bettino Craxi ufficializza il segreto di Stato sui rapporti tra la nostra repubblica e l’Olp. Chi era Italo Toni? Sicuramente un giornalista di razza indirizzato alle radici umane dei fatti. Nato a Sassoferrato in provincia di Ancona, muove i primi passi professionali nel 1960 occupandosi prevalentemente di temi politici e sociali. Italo racconta ciò che vede o sperimenta direttamente sul campo con generosa umanità. Oggi avrebbe 80 primavere suonando ancora musica jazz. Nel 1978  pubblica Quale movimento un libro-inchiesta sul mito di Che Guevara, insieme a Graziella De Palo, la sua compagna di lavoro e di vita . All’anagrafe il suo nome era Maria Grazia De Palo. Ma tutti la chiamavano Graziella e a 24 anni si era già lanciata in prima linea: da giornalista voleva raccontare – e lo faceva – traffici d’armi e trame politiche che avvelenavano l’Italia sana e il Medio Oriente. Di lei, però, a tutt’oggi non sono rimaste che alcune paia di scarpe non sue. Solo questo – e poco altro (ma non la macchina fotografica) – fu restituito alla sua famiglia dopo la scomparsa a Beirut, avvenuta il 2 settembre 1980 all’uscita dell’hotel Triumph. E quelle scarpe – che mai comprò né indossò, comparse solo a scopo depistante per dimostrare (mentendo) il passaggio della ragazza nell’area falangista della città – sono anche il simbolo di uno Stato che fece di tutto per impedire l’accertamento della verità sulla loro sorte e il recupero dei corpi dei giornalisti. A fronte del lavoro di un magistrato, il  pubblico ministero Giancarlo Armati della procura della Repubblica di Roma, che indagò puntando il dito verso la direzione oggi ritenuta più corretta (quella che conduce ai movimenti palestinesi), ci fu invece un altro pezzo di Stato che giocò contro. Ne fece parte il giudice istruttore Renato Squillante, che, malgrado prove ed evidenti depistaggi, arrivò a sentenza di proscioglimento per George Habbash, il referente dei gruppi più radicali dell’Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. E ne fecero parte ufficiali dei servizi segreti asserviti alla loggia massonica P2, come il generale Giuseppe Santovito. O il suo sottoposto, il colonnello Stefano Giovannone. Che scamparono alle imputazioni per le menzogne che raccontarono solo perché, provvidenziale, morte li colse. Del sorriso di Graziella De Palo ne è rimasta traccia nella fotografia che la ritrae poco tempo prima dell’ultimo viaggio a Beirut. E per onorarlo la sua famiglia ha continuato a battersi in questi trent’anni perché segreto di Stato – tuttora valido – e labilità della memoria non avessero la meglio su una vicenda tutt’altro che chiusa. Ha lottato suo fratello, Giancarlo De Palo, che inorridito dal silenzio sulla sorte di sua sorella, si mise alle costole di Giovannone diventando l’ombra di una barba finta e raccogliendo gli elementi necessari per far partire l’inchiesta di Armati. E lottano ancora oggi anche l’altro fratello e la madre. A fronte della desecretazione dell’autunno scorso di un migliaio di pagine, hanno reclamato prima di poterle vedere, quelle pagine (mentre si voleva impedirlo), e poi per poterne avere copia. Tuttora però ne è vietata la divulgazione: i parenti più stretti possono soltanto leggere quei pochi atti. Di Graziella e Italo rimane il ricordo di due giornalisti determinati a praticare il loro mestiere senza compromessi e senza vendersi l’anima. Noi proveremo a rendere loro giustizia tentando di far emergere la verità su questa morte archiviata troppo in fretta.

Nessun commento: