martedì 22 giugno 2010

Essere o non essere?

Debora Billi

Lo so, lo avete letto tutti: "La razza umana sarà estinta entro 100 anni", così ha affermato, riportato dai giornali di tutto il mondo, il biologo Frank Fenner. Che avendone già 95, vede forse il numero 100 come un po' fatidico. I suoi motivi sono quelli che conosciamo bene anche noi: cambiamenti climatici, esaurimento delle risorse, ed esplosione demografica. Ormai è troppo tardi per provvedere, qualora ci fosse anche un'ombra di volontà in tal senso, e quindi ci toccherà lasciare piramidi, colossei e grandi muraglie alla cura delle formiche e delle lucertole.
Cotanto pessimismo sembrerebbe imbattibile anche nei blog più catastrofisti, ma c'è chi va oltre. Sul New York Times il professore di bioetica a Princeton Peter Singer discute la drastica teoria del filosofo sudafricano David Benatar, che in un libro suggerisce che l'umanità si estingua volontariamente....
Che ci stiamo a fare al mondo, in fin dei conti? Seguendo la strada del paradosso già espresso da Schopenhauer, Benatar insiste sul fatto che mettere al mondo nuovi individui non porta loro alcun beneficio, fossero anche destinati a una vita comoda e sicura in un Paese occidentale. L'esempio che riporta è quello degli ambientalisti: se ci preoccupiamo di non inquinare, non consumare, vivere sostenibilmente lo facciamo non per noi stessi, ma per le nuove generazioni. Se decidessimo di essere l'ultima generazione, saremmo liberi dai sensi di colpa! Evviva!
Cominciate ad intravedere l'atteggiamento mentale sottostante? In fin dei conti, continua Benatar, nello scegliere l'estinzione volontaria non lederemmo i diritti di nessuno, visto che chi non esiste ancora non gode di diritti. Singer si dissocia dal pensiero del filosofo nell'ultimo paragrafo, sostenendo forse un po' debolmente che la vita merita comunque di essere vissuta. Io invece ritengo che non ci sia specchio dei tempi migliore di queste disquisizioni, non ci sia nulla di più decadente che starsi a fare le pippe mentali sull'estinzione volontaria: cosa ci rimane di eccitante da fare? Cosa di cui discutere? E poi, perché lasciare che madre natura si prenda cura di noi facendoci fuori lentamente? Meglio fregarla sul tempo in un'ultima sfida e toglierle il gusto. Oltretutto, in un'ipotetica estinzione volontaria, noialtri che ci ritroviamo già al mondo potremmo dire addio alla vita senziente sulla Terra con un'ultima, planetaria gozzovigliata senza badare né all'inquinamento né alle risorse, facendo fuori tutto in un colpo e muoia Sansone con tutti i Filistei.
Insomma, al di là dei problemi demografici ho la sensazione che certe teorie filosofiche siano davvero, per certi versi, il fisiologico prodotto di una generazione senza futuro. Una generazione che immagino mollemente sdraiata sul triclinio, al suono delle cetre, che sorseggia assenzio (lo so, sto pasticciando con la storia) annoiandosi a morte e progettando un bel suicidio collettivo tanto per ammazzare il tempo e non doversi preoccupare dei noiosi pronipoti. Amused to death, diceva Rogers Waters, e come spesso accade la cultura pop ci sbatte in faccia quello che i filosofi non sanno vedere.
Stavolta, però, è più adatta The Future di Leonard Cohen. Il tremendo testo lo trovate qui in una traduzione di Francesco De Gregori.

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