lunedì 7 giugno 2010

I bamboccioni dei nostri figli

Stefano Montanari
Tanto tuonò che piovve. E la pioggia si è trasformata in un diluvio che pare proprio ricordare da vicino quello di Noè.
 La differenza è che, stavolta, non saremo annegati dall’acqua ma da un oceano di debiti che abbiamo contratto con sfrenata allegria vivendo come un personaggio di Amici Miei molte spanne al di sopra di quanto ci potessimo permettere.  È stato inevitabile, allora, per mantenere il ritmo di vita che ci eravamo dati e al quale ci eravamo convinti di avere diritto, vendere ciò che non avevamo, compreso l’ambiente, e ciò che non avevamo apparteneva - vedi la bizzarria della sorte – alla generazione futura.
Insomma, per un bel po’ siamo stati i bamboccioni dei nostri figli.
 Adesso, riprendendo una bella immagine tricologica, i nodi sono venuti al pettine e, dopo aver negato pervicacemente l’innegabile addirittura pretendendo credibilità, stiamo appiccicando pezze dappertutto, pezze che, prendendo le dovute distanze dal contingente, possono anche essere palesemente peggiori del buco. Qual è la medicina proposta? Perbacco, ma è il patogeno stesso! Abbiamo comprato un sacco di cose a debito? Bene: compriamone di più! In soldoni, sfidando le ire e, chissà, le ironie degli economisti, questo è il succo della terapia.
 A proposito della crisi, ieri, una volta tanto, il leghista Calderoli ha detto qualcosa di condivisibile: se dovremo stringere la cinghia (per comprare di più!), anche i calciatori top class dovranno rinunciare ad una fetta dei loro introiti. Apriti cielo! Come vivrebbero, poi, i nostri milionari in mutande cui, lo ricordo, arrivano quattrini già al netto delle tasse? Dove precipiterebbe la loro qualità di vita? Con che spirito andrebbero ad illustrare il nome dell’Italia giù fino in Sud Africa in un mese di perigliose tenzoni? No: sacrifici fin che si vuole, ma gli Azzurri non si toccano e, per loro, saremo sempre pronti a metterci una mano in tasca, sperando di trovarci ancora qualcosa, e a riempire gli stadi pagando ogni volta mezzo stipendio (per chi ne ha uno) per andare a sostenerne le fatiche. E, per chi vuol restare a casa, c’è sempre l’abbonamento alla pay-TV.
E gli Azzurri? “Roma ladrona” pare abbia cantato il centrocampista Marchisio Claudio dalla panchina di Ginevra, rinverdendo uno slogan magari un po’ vetusto della Lega Padana e suscitando con quello le proteste di qualcuno con tanto di richiesta di espulsione dall’esercito di prodi (p minuscola). Ma dove sta il problema? Roma è ladrona come lo è ogni centro dove si eserciti una qualsiasi forma di potere. Il signor Bossi non ha forse ammonito che, se si aboliscono le provincie, si farà la rivoluzione? A Bergamo, almeno. E che cosa c’è di più inutile e sprecone dell’istituto della provincia? Cornuti e mazziati, poi, i cittadini si devono sobbarcare anche le vessazioni di quel tipo di burocrazia indispensabile per giustificare la decina di miliardi che ogni anno bruciamo.
Ma, checché se ne dica, delle provincie non si può fare a meno, e l’opinione dei politici non conosce differenze di schieramento. Come ricicleremmo tutti quei sindaci che, per due mandati, hanno ubbidito agli ordini superiori massacrando i loro amministrati con grande sprezzo della dignità e anche del ridicolo? E, con i sindaci, un po’ di assessori e di funzionari di enti pubblici che devono pure essere parcheggiati da qualche parte, chi per arrivare placidamente alla pensione, chi in attesa di salire di grado arrivando in regione e poi, vedi mai, a Roma. Siamo obiettivi: questi mica possono stare senza uno stipendio e senza qualche opportunità accessoria! Dunque, sacrifici per tutti e ladrocini di stato a beneficio di qualcuno. Chi paga? Offrono i nostri figli, naturalmente.
Preso atto della storpiatura di testo, vera o presunta che sia, di sabato sera, senza entrare nelle convinzioni di Marchisio Claudio, centrocampista comunque di origine padana, e tornando per un attimo all’inno nazionale (lo sapevate che il titolo vero è “Il Canto degl’Italiani” con tanto di apostrofo che ormai uso solo io?) - quanto di più povero dal punto di vista musicale e quanto di più retoricamente stucchevole nelle sue cinque strofe - uno scandalo ce lo trovo anch’io nell’interpretazione dei calciatori. Non che si pretenda che questi, Lippi compreso, capiscano che cosa mai stanno dicendo, ma nessuno di loro pare essersi mai chiesto che cosa significhi lo “stringiamoci a corte” che quelli intonano (intonano si fa per dire, naturalmente). Detto così, come lo dicono loro, parrebbe un invito di stampo monarchico e, invece, il povero Mameli morì a 22 anni con in testa la repubblica. Andandosi a leggere il testo, quel verso storpiato da anni dai pedatori e dallo staff dirigenziale suona, invece, “stringiamci a coorte”, molto più coerente e, addirittura, con qualche significato. Ma non si può pretendere troppo: cantarlo giusto presupporrebbe la conoscenza di che diavolo sia questa coorte. Ma saperlo non fa vincere le partite e nemmeno porta quattrini. Stefanomontanari.net

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