martedì 22 giugno 2010

I sentieri impervi della non violenza


Giacomo Gabellini
"La rabbia è un dono".
Malcolm X

L'opposizione non violenta all'oppressione è stata una pratica piuttosto discussa nell'arco dell'intero Novecento ed è stata sovente piegata ad indegni fini strumentali da svariati uomini politici interessati ad accostare la propria figura a quelle dei grandi uomini che la resero grande. Il personaggio storico che portò questa delicata dottrina al centro dell'attenzione mondiale fu senz'altro Mohandas "Mahatma" (grande spirito, appellativo affibbiatogli dal grande poeta Rabindranath Tagore) Gandhi...
Chi scrive ha sempre nutrito grande ammirazione per questo immenso leader spirituale, che ottenne la liberazione del proprio paese facendo ricorso a metodi sotto molti aspetti inediti nella complessa storia umana. Leggendo le vicende relative alla campagna del "Satyagraha" (termine indiano che indica la lotta non violenta) è possibile saggiare la stoffa morale e politica di cui quest'uomo era fatto. Facendo leva sulle terribili condizioni in cui versavano i contadini del Kheda, Gandhi riuscì a organizzare un immenso movimento contadino non violento in grado di perseguire testardamente un colossale sciopero per 21 giorni consecutivi, costringendo l'impero britannico a sedere al tavolo delle trattative e a concedere un accordo che migliorò sensibilmente le condizioni degli scioperanti. La tecnica sopraffina di cui il "Mahatma" si avvalse consisteva nel farsi carico in prima persona delle indicibili sofferenze che l'impero britannico perpetrava a danno della popolazione indiana e di rovesciare, in una sorta di aikido, l'intero ammasso di sofferenze sull'oppressore, così da strumentalizzare questo autolesionismo britannico al fine di sollecitarne l'umanità di fondo. Tuttavia, la benemerita dottrina non violenta poteva contare su un impero britannico strutturato in maniera tale da riconoscere un certo grado di umanità alle popolazioni indigene, ed è esattamente in forza di questa ragione che la rivolta guidata da Gandhi portò alla sconfitta dell'impero britannico e all'indipendenza dell'India del 15 agosto 1947. Il principio cardine attorno cui ruota la pratica non violenta presuppone però che tanto l'oppressore quanto l'oppresso condividano il medesimo principio di umanità. Gandhi non colse subito questa sottigliezza, e infatti, all'indomani della tragica "Notte dei cristalli" del 10 novembre 1938 (quando le S.S. naziste perpetrarono un vero e proprio pogrom a danno della popolazione ebraica residente in Germania), inviò agli ebrei tedeschi un messaggio in cui scriveva: "Se io fossi un ebreo che è nato, vive e lavora in Germania, rivendicherei il diritto di considerarla casa mia al pari del più alto tra i gentili tedeschi, e lo sfiderei a spararmi o a gettarmi in una galera. Se un ebreo o tutti gli abrei accettassero il consiglio qui offerto, non potrebbero certo star peggio di adesso. Inoltre, la sofferenza patita volontariamente conferirebbe loro una forza interiore e una gioia che neppure mille attestazioni di solidarietà saranno mai in grado di produrre. La violenza calcolata di Hitler potrà anche sfociare nel massacro generalizzato degli ebrei. Se però la mentalità ebraica fosse pronta alla sofferenza volontaria, persino il massacro da me immaginato potrebbe trasformarsi in un giorno di ringraziamento e di gioia per la salvezza che, sia pur per mano del tiranno, Dio ha donato alla razza". Gandhi, mettendo nero su bianco questi pensieri, persevera nel confidare in un malriposta fiducia nel proprio avversario, dimostrando di non aver compreso a fondo la natura dell'ideologia nazista. La corazza protettiva elaborata da Hitler nel suo "Mein kampf" metteva i suoi seguaci al riparo dalla "tentazione umanitaria" su cui gioca la dottrina non violenta. Hitler si è semplicemente prefissato l'obiettivo di ripulire l'umanità dai suoi mali ed ha convinto il popolo tedesco ad assecondarlo; se si vuole perseguire un fine tanto alto e grandioso, non si può correre il rischio che la "compassione" si frapponga sulla via che ne conduce all'adempimento. Se, anziché l'impero britannico, il movimento non violento si fosse trovato a fronteggiare le armate del Terzo Reich le cose sarebbero andate in maniera decisamente diversa, in quanto una divergenza, una percezione asimmetrica del principio di umanità tra oppresso ed oppressore non può che raddoppiare l'entità del massacro. E' altamente probabile che la popolazione indiana sarebbe andata incontro all'eccidio totale sfidando il Terzo Reich su questo terreno. Gandhi ebbe modo di saggiare sulla propria pelle questa terribile lezione quando tentò di unificare politicamente l'India ricorrendo ai soliti metodi non violenti, freschi del successo maturato contro l'impero britannico. Il "Satyagraha" ne uscì a pezzi, in quanto si scontrò contro l'irremovibile risolutezza del leader della Lega Musulmana Ali Mohammad Jinnah, il quale rispose che Gandhi poteva ambire al massimo a rappresentare gli Indù, non certo i Musulmani. Fu su queste fondamenta che Jinnah eresse la nazione del Pakistan, e fu la frattura che divideva un uomo come Gandhi da uno come Jinnah che nacquero le controversie che innescarono poi il pluridecennale conflitto tra India e Pakistan. "Solo violenza aiuti dove violenza regna", scriveva Bertold Brecht, ma non sempre è così. Quella della non violenza, che Hitler definiva con spregio "sottomissione smidollata", rimane però una strada rarissimamente percorribile. Se i Tutsi si fossero volontariamente e gandhianamente accodati al cospetto degli efficienti aguzzini del governo ruandese Interhahamwé ne sarebbero usciti a brandelli, e il loro sacrificio non avrebbe certo indotto i carnefici a provare rimorso. Ne consegue che il Satyagraha assume un valore solo ed esclusivamente nel momento in cui il sacrificio è compiuto per un fine preciso, e solo nella misura in cui l'oppressore riconosce all'oppresso un certo grado di umanità. In assenza di queste condizioni fondamentali, la non violenza, secondo il parere di chi scrive, ha la stessa efficacia di un fucile scarico.

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