venerdì 4 giugno 2010

Il delirio israeliano


Giacomo Gabellini


"Io non sono amico dei palestinesi. Io sono palestinese".
Israel Shamir
Ciò che colpisce di Israele è il suo totale immobilismo politico. Uomini politici attuali, quali Shimon Peres o Avigdor Lieberman, sono i naturali continuatori dei vecchi statisti di un tempo, di fatto completamente sovrapponibili ai vari Menachem Begin e Golda Meir. Fino a diversi decenni fa Israele era vista dall'opinione pubblica occidentale in maniera estremamente positiva, in quanto appariva come una piccola isola felice di democrazia galleggiante in un mare torbido costituito in larga misura da retrogradi integralisti fanatici, inclini al dispotismo e alla sopraffazione. Questa distorta concezione della piccola, neonata nazione in questione era dovuta essenzialmente al fatto che l'Europa era appena uscita dalla catastrofe prodotta dal delirio nazionalistico di stampo nazista e fascista, che aveva ordito e perpetrato capillarmente una campagna di giudeofobia radicale, poi tradottasi nell'agghiacciante mostruosità denominata comunemente "Shoah".
La concessione agli ebrei di uno stato tutto loro pareva un gesto dovuto, alla luce di tutto ciò. Dal 1948 fino a qualche anno fa la nazione israeliana ha potuto, di conseguenza, godere ampiamente dei frutti di questa terribile eredità. Ciò che appariva comunemente agli occhi occidentali era infatti l'immagine di una società moderna, edificata da pionieri o sopravvissuti e popolata da cittadini pacifici e fondamentalmente "democratici".

Poi qualcosa è cambiato. In occidente erano cominciate a circolare notizie relative alla tragedia palestinese, con tutte le gigantesche problematiche che la questione sollevava. Iniziò a prendere piede la generale tendenza ad associare naturalmente la figura di Israele con i bulldozer che spianavano vecchie catapecchie ultracentenarie stanziate in territori occupati illegalmente, con le "esecuzioni selettive", con i checkpoint a cui venivano regolarmente sottoposti gli individui appartenenti all'etnia araba. Fino al giorno d'oggi, in cui l'immagine di Israele rimanda inesorabilmente alla fotografia di un carro armato con la Stella di David impressa sulla fiancata. E' quindi naturale che l'immobilismo che da sempre la contraddistingue strida acutamente con la dinamicità del mondo che li circonda. Se fino a poco fa la maggior parte dell'opinione pubblica occidentale guardava a Israele con simpatia, oggi solo sparute (ma, ahimè, assai influenti) minoranze ritengono in buona fede che sia una vittima. La vere vittime sono, in tutto e per tutto, i palestinesi. E' ormai prassi consolidata e comune quella di accostare Israele, tra gli altri, al Sud Africa dell'Apartheid. Malgrado queste evidenze, Israele non sembra rendersi conto della portata del problema. Le contraddizioni insite al loro modo di presentarsi si manifestano ogni giorno di più, a meno che nella posizione dell'osservatore si trovino un Riccardo Pacificio una Fiamma Nirenstein. Israele non perde occasione per far sfoggio della potenza distruttrice che è in grado di scatenare ma non esita a atteggiarsi a vittima di vicini fanatici e aggressivi, impone misure eccezionali ai cittadini in base all'etnia di appartenenza nello stesso tempo in cui si dichiara fermamente democratico, si iscrive nel novero degli stati normali da un lato ma pretende un trattamento speciale dall'altro. Israele si identifica nell'eroe e nello stesso tempo nella vittima, ricalcando esattamente il mito di Davide che, malgrado la potenza soverchiante del nemico Golia, riesce comunque a uscire vincitore dallo scontro. Israele, secondo il parere di chi scrive, è uno stato anormale che agisce in maniera anormale. L'abitudine di tacciare ogni critica con l'infamia di antisemitismo è una pratica vecchia e consolidata, che mette però a nudo la totale mancanza di argomenti di cui Israele dispone per giustificare i propri deliri di onnipotenza. Oltre a ciò, questa odiosa e scorretta tecnica non fa altro che sortire esattamente l'effetto opposto rispetto a quello sperato dai sostenitori del sionismo. Quando Israele viola le più elementari regole di diritto internazionale, sparando su civili inermi, occupando in maniera illegittima terre che non gli appartengono o affamando una intera popolazione con i metodi ben conosciuti, e replica stizzita agli accusatori, marchiandoli con la solita infamia dell'antisemitismo, non fa che affermare la matrice non israeliana, ma ebraica delle azioni; l'occupazione è ebraica, non israeliana, i taglieggiamenti a danno di migliaia di persone sono ebraici, non israeliani, quindi la radice delle critiche è da ricercarsi nell'odio cieco che il mondo cova nei confronti degli ebrei. Così facendo Israele getta benzina sul fuoco, spingendo chiunque a guardare gli ebrei con sospetto, considerandoli inesorabilmente corresponsabili e collaboratori dei crimini israeliani. Il risvolto tragico della faccenda è che l'equazione Israele = stato ebraico, agli occhi dell'opinione pubblica mondiale, si è realizzata, sancendo il trionfo del sionismo così come l'aveva progettato uno dei suoi padri fondatori, Theodor Herzl, più di un secolo fa. Ma a che prezzo? Israele (assieme al degno compare d'oltreoceano) è considerato uno dei maggiori pericoli per la pace nel mondo e vive un isolamento che sta radicalizzandosi sempre più, non valuta nemmeno la possibilità di restituire i territori occupati, propugna un'ideologia di chiusura estrema malgrado abbia un tasso di crescita demografica non distante da quello europeo a fronte della soverchiante prolificità palestinese, lanciandosi, in questa maniera, a capofitto verso una deriva estremamente rovinosa.
Il fatto stesso che i vertici israeliani abbiano pensato di risolvere il problema erigendo un bel muro la dice lunga sulla totale mancanza di lungimiranza e sulla scelleratezza che connota la vita politica di questo paese. Scrive Carlo Bertani: "Il muro (...) è un puro arbitrio che taglia in due paesi e città, una ferita violenta al territorio ed alla convivenza. In questo modo Tel Aviv si illude di ritirare i coloni dai territori occupati dopo, ovviamente, aver eroso gran parte dei territori e includendo ampie aree della Cisgiordania all'interno della fortificazione. Il gioco è tutto mediatico: quando gli israeliani decideranno di ritirarsi dai territori lo faranno con il massimo risalto sui media mondiali, inviando il messaggio: Noi ci siamo ritirati, gli arabi che fanno?". Difficile scegliere parole più accurate. Charles De Gaulle seppe cogliere lo zeitgeist della sua epoca, capì che l'era del colonialismo era finita e ritirò l'esercito francese dall'Algeria, concedendo a quest'ultima piena indipendenza. Israele, a quasi sessant'anni dall'indipendenza algerina, non lo ha ancora capito ed è probabile, preso atto del suo malriposto senso di superiorità, che non lo capirà mai. Peggio per loro, che continuino a scavarsi beatamente la fossa.
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