venerdì 18 giugno 2010

Il domino di guerra


Eugenio Roscini Vitali

A poco più di una settimana dall’attacco israeliano alla Mavi Marmara, Mahmud Ahmadinejad è tornato al centro della scena internazionale e lo ha fatto con la solita veemenza, forte del sostegno del premier turco Recep Tayyip Erdogan e attento a cogliere le opportunità offerte da un fronte anti-iraniano sempre più incerto e frammentato. Dopo mesi di negoziati, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha prodotto la Risoluzione 1929, un documento partorito il 9 giugno 2010 che ufficialmente impone nuove restrizioni commerciali alla Repubblica Islamica, ma che in realtà altro non è che il risultato del compromesso raggiunto con la Russia e la Cina e dell’opposizione espressa da Turchia e Brasile.
Tutti membri non-permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma Paesi di grande influenza regionale che, il 17 maggio scorso, hanno firmato con l’Iran un accordo di collaborazione sullo scambio di combustibile nucleare, che prevede l’invio in Turchia di 1.200 chilogrammi di uranio arricchito al 3% in cambio di 120 chilogrammi di barre arricchite al 20%, materiale che Teheran utilizzerebbe per la produzione di radioisotopi per la cura del cancro....
La risposta iraniana alla Risoluzione 1929 è stata immediata e il 12 giugno, ad un anno esatto dalla sua contestata rielezione, Mahmud Ahmadinejad ha annunciato che la Repubblica Islamica continuerà a sviluppare il suo progetto atomico e riprenderà autonomamente le fasi di lavorazione dell'uranio fino a raggiungere i parametri previsti in precedenza, vale a dire lo stesso livello di arricchimento concordato con Ankara. In una conferenza stampa rilasciata a Shanghai durante una visita all’Expo 2010, il presidente ha dichiarato: «Noi abbiamo cercato di evitare altre sanzioni, ma considerando l’andamento della questione, annunciamo che, per produrre il combustibile di cui ha bisogno, l’Iran procederà con l’arricchimento dell’uranio fino 20%; l’approvazione di sanzioni contro Teheran si trasformerà presto in una mossa fatale, sia per il Consiglio di Sicurezza dell’Onu che per lo stesso presidente Barack Obama».
Il giorno successivo, ai microfoni della televisione Al’an, emittente degli Emirati Arabi, Ahmadinejad ha rincarato la dose ed ha lanciato un messaggio all’Europa. L’ex sindaco di Teheran ha invitando il vecchio continente ad assumere nei confronti dell’Iran una politica più indipendente ed ha affermato che gli Stati Uniti sono ormai una potenza in declino, una potenza costretta a mendicare il consenso dei membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per far approvare un pacchetto di restrizioni senza valore.
Nella continua evoluzione delle dinamiche regionali le sanzioni decise dal Consigli di Sicurezza dell’Onu sono solo uno dei numerosi aspetti che potrebbero influire sulla sua situazione politica ed economica dell’Iran, forse quello che a breve termine avrà un impatto minore. Il presidente iraniano potrebbe utilizzare le restrizioni commerciali imposte dalla comunità internazionale per rafforzare piuttosto la sua posizione interna, limitando il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAAE) sui siti nucleari ed infiammare la piazza per soffocare ogni possibile forma di opposizione.
Secondo quanto diramato dall’agenzia di stampa IRIB, la risposta sarebbe già pronta: domenica 13 giugno il  presidente della Commissione Sicurezza Nazionale e Politica Estera del Parlamento, Alaeddin Boroujerdi, ha dichiarato che il Majlis è pronto a discutere il disegno di legge con il quale vengono rivalutati i rapporti tra l’Iran e l’IAAE. Teheran sarebbe pronta a sospendere alcune collaborazioni volontarie con l’Agenzia Internazionale mentre per quanto riguarda la Russia e la Cina, la Repubblica Islamica non sembra intenzionata a modificare gli attuali rapporti che lo stesso Boroujerdi definisce buoni e costruttivi.
Sulla questione del nucleare iraniano la Casa Bianca ha recentemente intrapreso un atteggiamento meno votato al dialogo. La stampa americana ritiene che la prossima valutazione dell’intelligence americano (NIE) sarà decisamente diversa da quella di qualche anno fa e pur non contraddicendo il rapporto pubblicato nel 2007, quando in piena amministrazione Bush veniva elaborata la tesi secondo la quale Teheran aveva interrotto lo sviluppo di ordigni nucleari nel 2003 ed era passata ad tecnologia improntata alla produzione di combustibile atomico per uso civile, ora si parla un programma di ricerca dedicato alla costruzione di armi atomiche.
Le avvisaglie dell’intelligence non sembrano comunque scuotere più di tanto il presidente Obama che per ora tiene a freno il Pentagono e cerca di dissuadere Israele dal prendere azioni che potrebbero scatenare un conflitto dai costi enormi. Della stessa opinione potrebbe però non essere Tel Aviv, che al contrario si sente ormai assediato e sempre più vicina alle condizioni che la portarono alla guerra del Kippur del 1973.
Nei giorni scorsi il Times aveva pubblicato una notizia secondo la quale l’Arabia Saudita avrebbe messo a disposizione dei caccia israeliani il suo spazio aereo. Questo presupporrebbe un imminente attacco all’Iran ma, attraverso l’agenzia di stampa SPA, il Ministero degli Esteri saudita ha seccamente smentito l’informazione. A Teheran sono convinti che la notizia diffusa dal Times sia l’ennesimo tentativo per danneggiare i rapporti tra i due Paesi, ma che lo Stato ebraico sia sul punto di agire lo confermano le parole del Sottocapo di Stato Maggiore, il Generale Benjamin Gantz, che in un intervista a Defence News ha affermato che Israele non può esitare di fronte a prolungati periodi di  ostilità.
Facendo riferimento al piano operato in Cisgiordania, il Generale Gantz, sostiene che Israele deve ridurre la minaccia ad un livello ragionevole e per farlo deve prevedere azioni militari ripetute nel tempo: « In altre parole dubito che ci sarà la pace ma alla fine saremo in grado di estendere i periodi che intercorrono tra un picco di crisi e l’altro…. Attraverso la strategia del logoramento creeremo una situazione dove ogni nuova azione militare avrà conseguenze peggiori della precedente, e questo è un formidabile deterrente».
L’attenzione israeliana non sarebbe comunque rivolta al solo Iran e ai suoi alleati: Siria, Hezbollah ed Hamas; alla lista si è aggiunta la Turchia che da tempo tiene sott’occhio le attività israeliane in Kurdistan. Ankara sospetta che Gerusalemme possa aver appaltato al terrorismo curdo l’attacco contro la base navale turca di Iskenderun, avvenuto nello stesso giorno in cui si è consumato il dramma della Mavi Marmara. Secondo i turchi, il Mossad sosterrebbe attivamente il Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK), movimento separatista curdo con base in Iraq che combatte in Siria, Turchia meridionale e Iran occidentale. Lo stesso ministro degli Interni turco, Besir Atalay, ha dichiarato che sono in corso estese indagini per accertare cosa è accaduto nell’incidente di Iskenderune e le possibili collusioni tra il gruppo che ha portato a termine l’azione e eventuali agenzie esterne.
Lo scorso anno la Turchia aveva denunciato le attività dell’esercito israeliano nel nord dell’Iraq, dove uomini del Mossad avrebbero addestrato i ribelli curdi ad azioni di terrorismo e di guerriglia urbana. Nel 2006 a parlarne era stato Seymour Hersh, giornalista investigativo americano che sul New Yorker aveva pubblicato un articolo nel quale metteva in luce il sostegno fornito da Israele e dagli Stati Uniti a un gruppo di resistenza curdo noto come il Partito per la Vita Libera del Kurdistan.

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