sabato 26 giugno 2010

Il rovescio della medaglia

Giacomo Gabellini
"La vera rivoluzione dobbiamo cominciare a farla dentro di noi".

Ernesto Che Guevara

Una delle sfide principali giunte alla ribalta con l'avvento della modernità è senza dubbio quella che chiama il cosiddetto "Occidente democratico" a risolvere, o quantomeno ad affrontare, i problemi endemici che si accompagnano all'immigrazione. Il confuso e grottesco dibattito contemporaneo, che vede gli ipocriti alfieri del politicamente corretto opporsi stoicamente ad altri "casi umani" grondanti di malcelata nostalgia per i "bei tempi" passati in cui "ognuno stava a casa sua" (Jean Marie Le Pen, Jorg Heider, Umberto Bossi), presenta preoccupanti analogie con il famigerato "Processo di Biscardi", e dimostra chiaramente la mancanza di comprensione del fenomeno da parte di tutte le parrocchie partecipanti al convivio...

Checché se ne dica, l'immigrazione è un fattore inevitabile nell'avviatissimo e ormai difficilmente reversibile processo di "globalizzazione" del mondo. Di fronte a questo inevitabile fattore ci si può porre allora in due modi; esclusione dell'Altro o inclusione dell'Altro. L'esclusione dell'Altro, la cui necessità è sostenuta presso alcuni ambienti che ruotano attorno al radicalismo di destra, è una misura assurda prima che impresentabile, che si tradurrebbe in una sorta di Apartheid sudafricana, con gli immigrati concentrati in massa dentro a ghetti o bantustan, cosa che sta puntualmente accadendo al martoriato popolo palestinese (malgrado gli immigrati siano gli israeliani e i palestinesi, per parlare in termini che non sono assolutamente propri a chi scrive, "i padroni di casa"). Occorre quindi, alla luce di ciò, prendere in esame il concetto di "integrazione" e di spogliarlo di alcuni pregiudizi che quasi sempre vengono correlati, non sempre in buona fede, ad esso. Il filosofo e sociologo francese Pierre Andrè Taguieff ha individuato, tra i tanti, un tipo di razzismo "eterofobo", diffidente del multiculturalismo e incline all'appiattimento delle culture in nome di valori universali e indiscutibili (i diritti dell'uomo, ad esempio). L'opinione attualmente maggioritaria, ad evidente supporto di questa forma di razzismo, vuole che onde evitare la deriva razzista, conseguenza per certi aspetti fisiologica dell'immigrazione, occorra operare un superamento delle barriere identitarie accomunando tutti sotto un unica cupola di valori condivisi, in una sorta di universalismo stagno impermeabile ad ogni eterodossia. Questa tesi si fonda di fatto sul presupposto che l'omologazione di massa favorisca l'uguaglianza, condizione indispensabile per rendere meno problematica l'integrazione dell'altro. Ne consegue quindi che per scongiurare il pericolo rappresentato dal razzismo, che è la paura dell'altro, occorra eliminare l'alterità del prossimo, erodendone le differenze. Questa tesi ignora però la fallacità del presupposto su cui si basa. Eliminando le differenze ed appiattendo l'Altro sullo Stesso, non si fa altro che favorire l'instaurazione di una condizione di indifferenziazione totale, in cui dietro l'apparente nobile maschera dell'ugualitarismo si cela il vero principio supremo dell'epoca capitalistica, cioè l'interscambiabilità. In una società in cui tutti sono meri ingranaggi singoli e sostituibili di un meccanismo soverchiante e impersonale, non può che prender piede una rivalità interna, entro la quale ognuno mira a rendersi meno interscambiabile e "più uguale" degli altri. A ciò si aggiunge ovviamente l'aspetto più evidente e comunemente riconosciuto di razzismo, quello della paura dell'Altro. Tracciando il profilo del razzista comune occorrerebbe dunque sottolineare la paradossale e apparentemente antitetica permanenza in esso tanto del timore delle differenze dell'Altro quanto della paura scaturita dal processo di confromazione dell'Altro allo Stesso. Il gioco di specchi innescato da questa dualità trova poi terreno fertile nell'attuale società atomizzata, in cui ogni individuo è chiamato a fronteggiare in assoluta solitudine, e spesso vanamente, questa difficile situazione. La deriva fallimentare a cui sono giunti tutti i tentativi di arginare il razzismo va quindi letta in questa ottica. Un'accettazione minimalista dell'Altro, che si riduce alla pretesa che egli si inserisca nei meccanismi di riproduzione sociale accettando qualsiasi diktat e spacciando questa insulsa imposizione per "adattamento" assomiglia molto di più ad un'esclusione che ad una inclusione, e non fa che trasformare l'Altro nello Stesso. Avanzare, tra l'altro, la pretesa che le culture diverse debbano conformarsi ad un modello basato su di un unicum di valori condivisi equivale ad avallare la classica tesi razzista, secondo cui esistono culture superiori e culture inferiori; l'antirazzismo non fa così che approdare alla medesima posizione assunta dal razzismo inteso nella sua accezione classica, in una convergenza parallela tanto strana quanto pericolosa. Il razzismo va combattuto sostenendo fermamente la necessità di riconoscere l'Altro in tutte le sue differenze e difendendo nel contempo la propria identità, rifiutando ogni tipo di appiattimento ed omologazione. Se il sale della vita sta nelle diversità, occorre ripartire da esse per impostare il problema del razzismo con un briciolo di serietà, abbandonando il feticismo di appartenenza destra/sinistra che, nell'affrontare la questione, non ha fatto altro che produrre deliri e mistificazioni. 

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