martedì 22 giugno 2010

Iran, riformisti in crisi

Michel Paris
Alla chiusura delle urne per le elezioni presidenziali in Iran nel giugno del 2009, i candidati riformisti denunciarono immediatamente presunte irregolarità in un voto che, nonostante le aspettative alimentate nelle settimane precedenti, aveva decretato la vittoria a valanga del presidente Mahmoud Ahmadinejad. Le proteste diedero vita a manifestazioni di piazza, creando il cosiddetto “movimento verde” che suscitò l’entusiasmo di buona parte dell’opinione pubblica occidentale.
A un anno di distanza dalle contestate elezioni, tuttavia, l’opposizione iraniana sembra aver perso completamente la propria spinta propulsiva, schiacciata non tanto dalla repressione governativa, quanto piuttosto dai propri errori e dallo stesso progetto politico sostenuto dai leader del movimento di protesta....
Gli scontri andati in scena a Teheran e nelle altre principali città iraniane misero di fronte migliaia di giovani e studenti ai temuti Guardiani della Rivoluzione per parecchie settimane dopo il voto. La durissima risposta del regime fece decine di morti e spedì nelle carceri politiche un numero imprecisato di manifestati. A guidare la protesta erano i candidati opposti al presidente uscente, l’ex primo ministro Mir-Hossein Mousavi e l’ex presidente del Parlamento Mehdi Karroubi. Malgrado le voci che segnalavano brogli diffusi, gli esponenti dell’opposizione non furono in grado di provare in maniera concreta che il voto era stato effettivamente falsato.
Nonostante il riconteggio ufficiale delle schede e svariate analisi indipendenti dei risultati, anche da parte di organizzazioni occidentali, confermarono il successo di Ahmadinejad con oltre il 62 per cento dei consensi, Mousavi e Karroubi - appoggiati dall’eminenza grigia dell’opposizione, Hashemi Rafsanjani, e dall’ex presidente riformista Mohammad Khatami - avrebbero continuato a chiedere alla guida suprema del paese, l’ayatollah Ali Khamenei, di annullare il voto e indire nuove elezioni.
Una nuova rivoluzione colorata, sul modello di quelle spesso fallite miseramente in alcune repubbliche ex sovietiche, sembrava essere così nata nella Repubblica Islamica. Pur mantenendo ufficialmente le distanze dalle questioni interne iraniane, gli Stati Uniti non esitarono a far sentire il loro sostegno, non solo morale, ad un’opposizione auspicabilmente in grado di rovesciare il regime e installare a Teheran un governo finalmente ben disposto verso l’Occidente e pronto ad aprirsi al mercato globale.
Il seguito che il movimento verde era riuscito a raccogliere all’indomani delle elezioni dello scorso anno sembra ora in gran parte scemato e i suoi leader indeboliti o profondamente screditati. Il mancato riconoscimento della sconfitta elettorale da parte di Mousavi è senza dubbio uno dei motivi del raffreddamento degli entusiasmi tra i sostenitori dell’opposizione. Ancora di più, le critiche rivolte dai riformisti alla politica economica ed estera di Ahmadinejad, hanno fatto riconsiderare a molti la validità delle posizioni da loro sostenute.
Mousavi aveva infatti attribuito i problemi interni all’Iran e il deteriorarsi dell’immagine diplomatica del paese all’estero alla politica del presidente in carica, trascurando le pressioni che l’Occidente ha esercitato su Teheran fin dal rovesciamento dello Shah nel 1979 e la progressiva campagna intimidatoria degli ultimi anni intorno alla questione del programma nucleare.
Il desiderio dei riformisti di normalizzare le relazioni con gli USA e i loro alleati si é scontrato insomma con la realtà dei fatti e con le scelte punitive fatte dall’Occidente nei confronti dell’Iran. L’ingenuità di Mousavi sembrava tanto più evidente nel ricordo della presidenza del riformista Khatami (1997-2005), ai cui segnali di distensione era seguita la netta chiusura di Washington.
Il ruolo d’improbabile sostenitore dei valori democratici da parte di Mousavi, è stato poi fortemente minato dalle sue responsabilità nella repressione del dissenso durante gli anni da Primo Ministro tra il 1981 e il 1989. In ogni caso, però, a decretare il collasso del movimento verde è stato soprattutto il suo carattere classista e un’agenda economica marcatamente neo-liberista, connotati spesso sfuggiti anche alla sinistra europea e americana, apertamente schieratasi con l’opposizione iraniana.
Fin dall’inizio, la base della protesta anti-governativa è stata rappresentata dalla classe media delle città iraniane. Per stessa ammissione di Mousavi, il movimento verde ha faticato a trovare sostegno tra le fasce più disagiate della società. Una responsabilità tanto più pesante, quanto i segnali di malcontento verso il governo tra i lavoratori e i poveri erano evidenti in seguito all’aumento della disoccupazione, al peggioramento delle condizioni di vita e alla progressiva soppressione voluta da Ahmadinejad dei sussidi statali ai prezzi di molti beni di consumo essenziali.
Già durante la campagna elettorale, Mousavi aveva inoltre definito i programmi sociali promossi dal governo come uno spreco di denaro pubblico che finiva per alimentare l’inoperosità degli strati più poveri della popolazione. Una caratterizzazione che non è sfuggita in particolare agli iraniani che vivono nelle aree rurali del paese. Già sospettosi verso le politiche liberiste avanzate dagli ex presidenti Rafsanjani e Khatami nel recente passato, essi hanno infatti votato a valanga per Ahmadinejad, snobbando un movimento di protesta che hanno visto appartenere esclusivamente alle élite urbane più agiate.
In definitiva, mentre la stella dell’opposizione verde a un anno dall’esplosione delle proteste è sempre più offuscata (tanto che alla vigilia del primo anniversario del voto contestato Mousavi e Karroubi hanno cancellato la prevista manifestazione di piazza) il governo di Ahmadinejad appare al contrario molto più solido sia sul piano interno che su quello internazionale. E, se pure persiste una certa insofferenza per un regime per molti versi repressivo, di fatto la situazione economica dell’Iran sembra reggere sia alla crisi che alle sanzioni occidentali.
Dal punto di vista diplomatico, infine, i recenti sviluppi intorno alla questione del nucleare hanno contribuito ad avvicinare non pochi paesi a Teheran - tra cui Brasile e Turchia, protagoniste di un recente accordo per l’invio dell’uranio iraniano all’estero per essere arricchito - mettendo in luce l’ottusità degli Stati Uniti e il doppio metro di giudizio adottato da Washington nel valutare le minacce agli equilibri internazionali (vedi Israele).
Più di tutto, però, e qualsiasi vera opposizione al regime dovrà tenerne conto, la legittimità del governo iraniano agli occhi dei propri cittadini deriva dalla capacità indiscutibile di scegliere il proprio percorso politico ed economico in maniera indipendente da qualsiasi potenza straniera. Non è tutto, ma non è poco.

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