sabato 5 giugno 2010

James Cameron sul "set" del disatro del Messico. E ora i titoli di coda


Valerio Lo Monaco


Quanto sta accadendo nel Golfo del Messico e cosa sta suscitando, come contorno a una tragedia mondiale - che di questo si tratta - ha tra le altre cose del grottesco. E non ci riferiamo solo ai tentativi falliti da parte della British Petroleum di fermare la fuoriuscita di petrolio nel mare, dopo l’evento catastrofico avvenuto già un mese e mezzo fa.
Sono infatti circa 45 giorni che è in corso la contaminazione del mare, della flora e della fauna di quelle zone, e da altrettanti giorni è evidente - o dovrebbe - che si sta compiendo sotto gli occhi di tutti la conseguente fine dell’uomo, da che ha iniziato a sfruttare la Terra in questo modo.
La portata dell’evento, infatti, non è solo di carattere naturalistico. Il dramma è chiaro e al momento non si conoscono ancora, neanche con approssimazione - a meno di credere a comunicati stampa che arrivano proprio da chi dovrebbe quanto meno rimanere in silenzio, dopo quanto combinato - le reali entità dei danni causati dalla fuoriuscita del petrolio in mare.

Qualcuno abbozza una possibile stima monetaria, come se la natura fosse realmente un bene commerciabile, e Obama, addirittura, minaccia di portare in tribunale i responsabili di Bp che - a quanto pare - erano a conoscenza già da mesi di problemi in loco ma che, per motivi di mercato (e per permettere al mondo di continuare ad autodistruggersi, utilizzando combustibili fossili) avevano continuato ad andare avanti. In perfetto stile “americano”, poi, sul luogo del disastro è stato chiamato anche il regista del film Avatar, James Cameron, per le “evidenti” capacità di interpretazione di una situazione del genere grazie alla “esperienza” accumulata durante le riprese di Titanic… Insomma questa la caratura di ciò che sta avvenendo attorno alla “terminazione” del mondo.
In merito alla impossibilità di dare un prezzo, e dunque stabilire una pena monetaria per un bene che non ha prezzo, e non può averne, visto che si tratta di una materia indispensabile alla vita dell’uomo sulla Terra, abbiamo già detto settimane addietro, qui. Basti rammentare un concetto: se un bene (la natura) è indispensabile alla vita dell’uomo, allora vuol dire che il suo valore è inestimabile, e dunque lo è anche la sua distruzione. Figuriamoci una pena economica per rifondere da un errore.
Il punto è dunque un altro, di portata ancora maggiore, ancorché simbolica, ma di fatto in grado di fissare almeno a livello inconscio una realtà incontrovertibile: sono 45 giorni che, come “uomini”, stiamo dando spettacolo della assoluta follia del nostro modo di abitare questo mondo.
Mai, in passato, l’uomo aveva fatto segnare in maniera tanto evidente la separazione - etica, estetica, morale, pratica - tra l’essere umano e il mondo che ne permette la vita.
Nel momento in cui a errori tecnici in grado di portare all’estinzione della vita, si cerca di rimediare con ulteriori soluzioni tecniche, e si tenta di rimettere un danno incalcolabile con il denaro, ovvero con fogli di carta con sopra scritta una cifra (che di questo si tratta), non vi è possibilità di interpretazione. Non vi è possibilità di logica. Non vi sono, insomma, gli strumenti per capire e comprendere quanto accade. E meritiamo perire.
Sono le prove generali, perfettamente riuscite, di ciò che in modo terribile sembra aspettarci e che in qualche modo, a pensarci bene affatto distante da ciò che davvero potrebbe essere, è attualmente reso in versione cinematografica dal film “The Road” nelle sale in questi giorni.

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