venerdì 18 giugno 2010

Kennedy e l'11 settembre: malvagie similitudini

Simone Boscali
Un'attenta analisi di quelli che forse sono i due episodi più drammatici della storia statunitense rivela parecchi punti in comune a entrambi. Similitudini che appaiono non tanto casuali quanto il frutto di una regia simile, per quanto diretta da elementi diversi per ragioni cronologiche, che a distanza di anni è stata messa in pratica da persone tutto sommato accomunate dagli stessi interessi e da una comune volontà di promuovere a ogni costo il proprio dominio di casta a danno dell'intero popolo americano e persino di altre popolazioni mondiali.
Quello che accomuna l'omicidio di John Fitzerald Kennedy e l'abbattimento alle Torri Gemelle è innanzitutto la dinamica fisicamente indimostrabile dei due eventi.
Nel primo caso è infatti impossibile, e ormai accettato anche quasi ufficialmente, che il capro espiatorio della prima ora Lee Harwey Oswald abbia sparato contro il presidente Kennedy producendo gli effetti rilevati sul presidente e la sua vettura...
A Oswald sono stati attribuiti i tre colpi esplosi ufficialmente ma oltre al fatto che dalla sua posizione non poteva sparare tre volte in così rapida successione e con precisione crescente, resta l'evidenza che la vettura presidenziale non sia stata raggiunta da tre proiettili ma da cinque, mentre un sesto è finito fuori bersaglio. Analogamente è stato appurato che le manovre che avrebbero portato gli pseudo-dirottatori di al-Qaeda, coi mezzi e le capacità che avevano, a eseguire gli attacchi suicidi contro le Torri erano inattuabili, così come è stato ormai chiarito che nessun aereo passeggeri si è mai abbattuto contro il Pentagono. Senza contare poi tutti gli elementi chimici, fisici, balistici connessi al crollo delle Torri, incompatibili con lo schianto di un velivolo.
Come copertura in entrambi i fatti si è trovato un nemico immaginario che era in realtà un amico. Nel caso di Kennedy il già citato Lee Oswald che una fulminea campagna mediatica successiva all'omicidio dipinse come un pazzo solitario che aveva ucciso il presidente mosso dal proprio credo marxista. Nel secondo caso si attribuì la responsabilità degli attentati al fondamentalismo islamico di al-Qaeda e di Osama bin Laden. Oltre al fatto che, come già detto, queste persone e organizzazioni non possono materialmente aver compiuto i crimini loro attribuiti, Oswald e bin Laden sono accomunati da un altro destino: entrambi erano stati agenti della CIA, entrambi vengono scaricati quando serviva un colpevole di comodo o quando non sono più utili alla causa.
Altra analogia è il mandante dei due crimini, mai chiarito al 100% ma facilmente intuibile e in entrambi i casi non direttamente al potere al momento di organizzare l'evento. La morte di John Fitzgerald Kennedy è stata voluta da un establishment economico-militare che non tollerava la sua decisione di un disimpegno dal Vietnam, così come non aveva gradito la mancata invasione di Cuba o l'atteggiamento di cooperazione con l'Unione Sovietica per avviare il pianeta a un'epoca di pace globale. Di questa cupola facevano probabilmente parte il vice-presidente Lindon Johnson (che non a caso, una volta al potere, stralciò tutti gli ultimi provvedimenti di Kennedy per intraprendere una politica diametralmente opposta), Richard Nixon (eletto successivamente alla presidenza, a sua volta agì come aveva fatto Johnson), John Edgar Hoover (capo dell'Fbi, smantellò la sicurezza intorno a Kennedy e i suoi uomini contribuirono in buona parte a mettere a tacere testimonianze dell'omicidio non in linea con la versione che se ne voleva dare). Un ruolo deve averlo giocato anche la Federal Reserve, la banca centrale Usa, che non aveva gradito il decreto 11110 col quale il presidente Kennedy voleva riappropriare al Tesoro americano il diritto di emissione del dollaro senza interesse verso un istituto privato (ricordiamo che tra i provvedimenti subito accantonati da Johnson dopo la successione ci fu anche il decreto in questione). A chi veda un eccesso di trame 
oscure dietro l'assassinio Kennedy ricordo il memorabile discorso del presidente contro le società segrete e i poteri non politici che tramavano alle spalle del sistema americano, un vero e proprio testamento morale che noi raccogliamo. Risulta più difficile indicare i mandanti dell'attacco dell'11 settembre. Stabilito chi non è stato al di là di ogni dubbio, il colpevole più probabile è la potente organizzazione dei neocon americani Pnac, Project for New American Century, facente capo a personaggi dell'amministrazione Bush: Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Dick Cheney, Robert Kagan. Già nei decenni precedenti questi elementi, nelle posizioni ricoperte, avevano fatto ben capire quale fosse il loro progetto politico di trasformazione l'intero pianeta in un protettorato americano attraverso un massiccio utilizzo della forza e un'assordante campagna di disinformazione (vedasi i discorsi terrorizzanti di Rumsfeld sul “nemico”, discorsi assolutamente identici a distanza di un ventennio, fossero rivolti all'URSS o ad al-Qaeda). Questi uomini, che per ovvie ragioni di tempo devono aver iniziato a organizzare l'incidente prima dell'insediamento al potere di Bush, avevano i mezzi, il personale, le conoscenze e le posizioni per architettare un progetto così vasto. L'11 settembre stesso ciascuno di loro ricopriva i ruoli chiave per dare all'attacco la giusta copertura e il necessario coordinamento. Perché? Perché, come nel caso dell'omicidio Kennedy, l'11 settembre ha permesso al governo di effettuare una svolta drastica in politica estera, dove ha potuto perseguire con energia enormi interessi economici e geostrategici (posizionamento in Afghanistan e Iraq sia per l'approvvigionamento di risorse che per accerchiare Russia, Cina e Iran), che in politica interna (l'approvazione del Patriot Act ha fornito ai servizi americani possibilità di invasione della riservatezza, indagine e arresto del tutto improponibili prima che la gente venisse traumatizzata con la messa in scena dell'attentato alle Torri).
Ultimo tratto caratteristico dei due eventi, naturalmente, è il depistaggio totale della verità. Entrambi sono stati seguiti da inchieste giudiziarie assolutamente pro forma, come la Commissione Warren o quella sull'11 settembre, che hanno prodotto resoconti del tutto inattendibili (vedasi le righe dedicate all'impossibilità fisica delle versioni ufficiali) spesso tralasciando volutamente testimonianze o prove scomode (il numero degli spari esplosi contro JFK) o, al contrario, includendo indizi falsi (come il passaporto di Mohamed Atta e le immagini dei “terroristi” che si imbarcano sui voli dirottati). Nell'uno e nell'altro caso lo scontento per la pochezza delle risposte ufficiali è stato notevole da parte del pubblico.
L'omicidio di John Fitzgerald Kennedy e il massacro dell'11 settembre hanno rappresentato un crimine. Un crimine contro il popolo degli Stati Uniti ingannato e colpito nel proprio diritto a esercitare sovranità sulle istituzioni americane. E un crimine contro il resto del mondo che ha dovuto inesorabilmente subire le conseguenze di una politica estera americana aggressiva frutto di quegli eventi pianificati ad arte per giustificare l'imperialismo tanto comodo alle élite americane: Vietnam, Cuba, Cambogia, Bolivia, Cile, Iraq, Afghanistan, e in ruolo diverso i paesi europei della Nato, tutti sopportano il peso di questa spirale guerra-e-denaro.
La sola nostra possibilità è una diffusione goccia a goccia delle verità in un oceano di propaganda.

2 commenti:

Simone ha detto...

Marco... c'è un pasticcio nel copia incolla a partire dal link al video di Jfk sino alla fine paragrafo ;-)

marco cedolin ha detto...

Grazie per la segnalazione Simone, si era compromesso qualcosa nella formattazione, ora è a posto :-)