venerdì 4 giugno 2010

KM 0 la salvezza per l'economia italiana

Francesco Bevilacqua

I dati relativi al commercio di frutta e verdura in Italia sono preoccupanti. Soprattutto per quanto riguarda l'aumento delle importazioni e la tendenza al consumo globale. Gli addetti ai lavori cercano di stringere alleanze con la "grande distribuzione", ma la soluzione giusta resta comunque un'altra: quella dei chilometri zero.
Quello alimentare è il campo a cui tradizionalmente fa riferimento il concetto di chilometri zero, ovvero consumo locale: "zero" come i chilometri che il cibo dovrebbe percorrere dal campo alla tavola, eliminando tutti i passaggi intermedi – trasporto, imballaggio, stoccaggio, distribuzione – per essere inserito in una rete commercial locale e sottratto al commercio globale. Purtroppo però, nonostante l’ampia diffusione di questo modello di consumo, che oggi è diventato quasi di moda, la situazione è ancora pessima.


Una brutta notizia arriva da Ferrara, dove in questi giorni si è svolta Interpera 2010, una delle più importanti fiere internazionali dedicate alla coltivazione e al consumo delle pere. La pera, in particolare l’Abate Fetel, è uno dei prodotti di eccellenza del settore ortofrutticolo dell’Emilia Romagna, sia dal punto di vista della quantità che da quello della qualità. Il 70% delle pere italiane infatti proviene proprio da questa zona e l’Unione Europea ha riconosciuto la tutela dell’eccellenza regionale registrando la Pera dell’Emilia Romagna IGP.
Tutta l’Italia poi è una potenza mondiale nella produzione e nella commercializzazione di questo frutto: con circa 850.000 tonnellate è il più importante produttore europeo e uno dei primi al mondo insieme ad Argentina, Cile e Sudafrica. Il più grosso in assoluto è la Cina, che produce ogni anno 13 milioni di tonnellate di pere, più della metà della produzione mondiale.
Tuttavia, nonostante questi numeri, il mercato italiano è in forte crisi. Il calo della produzione nel corso dell’ultimo anno è di quasi il 20%. A destare ulteriore preoccupazione, oltre alla congiuntura di ordine strettamente commerciale, sono i propositi e i programmi degli addetti al settore per risollevare il mercato. Il presidente del CSO (Centro Servizi Ortofrutticoli), ha dichiarato che "Sarà necessaria una sempre più attenta e attiva azione di incentivazione all’export verso i mercati tradizionali ma anche verso i nuovi mercati. La competitività globale e i nuovi consumi impongono efficaci azioni coordinate per abbattere le barriere fitosanitarie oggi ancora presenti in molti paesi".
Dal loro punto di vista, i coltivatori italiani possono avere anche ragione: i costi di produzione sono aumentati del 2,6% nel 2009 e sono più di mezzo milione le aziende agricole che hanno chiuso il bilancio in rosso. Tuttavia, bisognerebbe chiedersi come mai c’è bisogno di fare un ricorso così disperato all’esportazione per far quadrare i conti. Forse perché è diminuito il consumo locale di frutta fresca? Sembra di no, almeno stando ai dati ISMEA, secondo cui la domanda è aumentata di circa il 5%. Che siano i prezzi troppo elevati a fermare i consumatori? Neanche questa ipotesi è corretta, poiché il costo delle pere è sceso del 21%.
Il problema sono le importazioni: il saldo commerciale è del -35%, che vuol dire che i prodotti che provengono dall’estero sono di più e costano meno di quelli italiani. A livello europeo i dati sono confermati: la produzione ortofrutticola locale è diminuita del 15%, mentre quella globale è aumentata più o meno dello stesso valore.

Il fatturato dell’export è cresciuto di 30 milioni di dollari, quello dell’import di 40 milioni, ben 10 in più. In Italia le importazioni di frutta e verdura hanno subito un incremento del 22% e si sono moltiplicati i casi di falsificazioni e mancata osservazione del DL 306/02, che stabilisce delle sanzioni per chi non fornisce sull’etichetta indicazioni sull’origine e sulle modalità di coltivazione dei prodotti.
I dati negativi del settore commerciale sono confermati da un’analisi di SG Marketing sulle abitudini dei consumatori. Se quasi tre quarti di essi hanno l’abitudine di consultare le etichette – sempre che le informazioni che vi sono riportare siano esaustive –, per poco più della metà (59%) l’origine del prodotto non comporta un criterio di scelta, e il dato è ancora più basso (39%) per i giovani. Ancora più preoccupante la statistica che conferma che il 60% dei distributori ritiene fondamentale dal punto di vista commerciale proporre frutta e verdura fuori stagione: fragole a gennaio e mele ad agosto.
Secondo un altro produttore intervistato, la ricetta per salvare il settore delle pere e della frutta in generale passa attraverso la "promozione in partnership con la grande distribuzione". Tuttavia, viste le esigenze della GDO – bassi prezzi e grandi quantità, che vuol dire utilizzo di chimica, importazione massiccia e spreco di grandi quantità di prodotto – questa alleanza costituirebbe un passo falso fatale per molti piccoli e medi produttori, soprattutto per quelli ancora legati a metodi di coltivazione naturali e biologici.
Sembra quindi che una delle armi che potrebbero rendere l’Italia competitiva sul mercato esterno e, soprattutto, pienamente sovrana nel mercato interno, venga usata poco e male. L’eccellenza e la tipicità dei prodotti nostrani non servono a fermare l’invasione di merci importate - spesso di scarsa qualità e sottoposte a pochi controlli - che, oltre ad abbassare la qualità della nostra alimentazione, mettono in crisi il mercato locale e i coltivatori italiani. Oggi più che mai quindi, chilometro zero e filiera corta non devono essere solo degli slogan pubblicitari un po’ alternativi, ma delle scelte decise di consumo critico e consapevole.

www.terranauta.it

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