venerdì 11 giugno 2010

Le radici dell'odio

Giacomo Gabellini

"L'uomo non è del tutto colpevole, poiché non ha cominciato la storia; né del tutto innocente, poiché la continua".
Albert Camus
Il Vicino Oriente è una regione del mondo assai complessa e intricata, le cui dinamiche estremamente particolari appaiono del tutto incomprensibili al superficiale punto di vista Occidentale, sempre meno incline a ricercare le radici storiche degli attuali conflitti da un lato, sempre più autoreferenziale e propenso a guardare il resto del mondo dall'alto al basso, dall'altro.
Contrariamente ai deliri propagandati dalla presuntuosa e ignorante Oriana Fallaci e alle illazioni costruite a tavolino dal politologo reazionario Samuel Huntington, millantatori del sedicente "scontro di civiltà", Il crescente livore che i popoli arabi mostrano chiaramente di nutrire nei confronti delle nazioni occidentali va chiaramente studiato e valutato alla luce degli eventi storici verificatisi all'incirca dalla metà del diciannovesimo secolo in poi.
L'evento cardine che ha determinato l'interesse morboso per la regione vicinorientale è stato senza dubbio il passaggio al petrolio, notoriamente traboccante in quell'area, come fonte di energia naturale primaria. La portata di questo cambiamento epocale è stata sempre sottostimata, valutata in difetto in tutti i tradizionali manuali di storia contemporanea, laddove ha rappresentato con ogni probabilità il principale fattore di instabilità dell'intera area. Il panorama politico dell'epoca vedeva un'accesa rivalità di stampo puramente imperialista tra le quattro principali potenze "classiche": Francia, Russia, Inghilterra e Impero Austro - Ungarico, tutte interessate ad accaparrarsi i territori compresi nel gigantesco e declinante Impero Ottomano….
I primi indizi rivelatori relativi alle mire imperialiste delle potenze in questione emersero al Congresso di Berlino del 1878, durante il quale l'Inghilterra, fungendo da mediatrice, riuscì a frenare l'impeto della Russia zarista maturato in seguito alla vittoria riportata ai danni dell'Impero Ottomano solo pochi anni prima. Ne ottenne come premio la concessione dell'isola di Cipro, da decenni in mano ottomana. Solo quattro anni dopo l'Inghilterra si lanciò nell'occupazione dell'Egitto, paese situato in una posizione fortemente strategica, schierando di fatto le proprie truppe alle porte dell'Impero Ottomano. Dal canto suo, l'Impero Ottomano, allarmato da questi sviluppi, decise di avviare un processo di modernizzazione forzata che determinò la nascita del movimento ultranazionalista dei "Giovani Turchi", i quali imboccarono immediatamente la strada dell'autoritarismo interno nel tentativo di compattare l'enorme costellazione di etnie contenute all'interno dell'Impero sotto l'egida saldamente turca. Questo processo di modernizzazione accelerò di fatto i piani delle potenze europee, che a quel punto decisero di scoprire le carte; le popolazioni balcaniche furono autorizzate ad espellere le cospicue minoranze turche con le quali convivevano da secoli mentre all'Italia di Giolitti fu concesso, nel lontano 1911, di occupare la Libia e di perpetrare crimini indescrivibili a danno delle popolazioni indigene. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale palesò invece apertamente il progetto di suddivisione dell'Impero Ottomano architettato da Francia e Inghilterra, progetto che si tradusse con la sottoscrizione del Trattato Sykes - Picot del 1916, mediante il quale le due potenze firmatarie tagliarono arbitrariamente i territori ottomani con linee del tutto inventate e prive di coerenza, applicando forzatamente il concetto di "nazione" occidentale ad un'area spaventosamente inadeguata a tale frammentazione. L'impero Ottomano era un vero e proprio modello di stato "federale", entro il quale ogni popolazione era amalgamata alla perfezione con tutte le altre, in una "mescolanza" estremamente variegata fondata sulla convivenza pacifica interetnica e interculturale; questo grande impero è riuscito a creare un equilibrio sostanziale che ancora oggi i paesi occidentali si sognano di raggiungere. I popoli contenuti entro l'area compresa all'interno di esso vivevano infatti mischiati senza soluzione di continuità territoriale, e l'applicazione del modello di stato nazionale occidentale in un contesto simile non avrebbe fatto altro che fomentare quantomeno l'espulsione etnica delle popolazioni minoritarie, linguisticamente e culturalmente non omogenee. La pretesa criminale di tracciare linee immaginarie nel terreno ignorando qualsiasi aspetto sociale e geopolitico della zona ha determinato la separazione forzata di questi popoli che erano vissuti per secoli a stretto contatto gli uni con gli altri; in tal modo si incoraggiò a piè sospinto la pulizia etnica. In questo desolante scenario si colloca alla perfezione il trattato di Sevres del 1920, vera e propria pietra miliare nella storia della vergogna umana; tale trattato sancì che la Francia avrebbe esercitato il predominio sulle neonate nazioni di Siria e Libano, mentre l'impero britannico sulla Palestina e sull'Iraq. L'Inghilterra si comportò in maniera particolarmente ripugnante, contravvenendo alla promessa fatta agli arabi, i quali avevano accettato di fornire quantità massicce di carne da cannone all'esercito di sua maestà britannica in cambio della piena indipendenza in caso di vittoria contro gli ottomani. Fu il famigerato e pittoresco archeologo "Lawrence d'Arabia" a convincere e guidare gli arabi all'amara vittoria. L'impero britannico rovesciò i patti, integrando nei trattati di pace la sciagurata dichiarazione Balfour, che risaliva al 1917, tramite la quale il governo britannico si impegnava a riconoscere ai sionisti il diritto di creare un "nucleo nazionale" in Palestina, peggiorando ulteriormente la già gravissima situazione, della cui determinazione erano gli unici veri responsabili. E' da questa terra avvelenata dal cinismo e dalla sopraffazione occidentale che sono fioriti i movimenti islamici che definiamo impropriamente "fondamentalisti"; movimenti come "Fratellanza Musulmana", fondato dall'insegnante egiziano Hassan Al Banna, che si era prefissato l'obiettivo di trovare una strada che coniugasse i precetti islamici con la modernità incombente, o come i più recenti Hamas ed Hezbollah, movimenti islamici nazionalisti in grado di preservare l'autonomia dei loro paesi dalle grinfie imperialiste occidentali. Gran parte dell'opinione pubblica occidentale guarda con orrore o malcelato disprezzo questi movimenti, ignorando che essi sono le uniche sacche di resistenza rimaste in mano alla popolazione araba, vittima di un secolo di mostruosità imperialiste (che vanno dalla divisione arbitraria dei territori appartenenti al vecchio Impero Ottomano, all'incredibile pulizia etnica della Palestina ad opera dei sionisti, il rovesciamento di Mossadq e l'installazione forzata del vendutissimo "Shah di Persia", due guerre imperiali all'Iraq ecc.), da qualche decennio "edulcorate" dagli intellettuali di corte mediante l'ipocrita retorica "diritti umani" a geometria variabile e a corrente alternata, a seconda di chi sia il destinatario della bolletta della luce. Evitare ogni forma di autocritica e trincerarsi dietro la cortina di senso di superiorità che sta alla base della convinzione, tipica in Occidente, di essere dalla parte del giusto significa fare un torto all'intelligenza è all'onestà, oltre alle milioni di vittime della nostra politica di potenza.

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