mercoledì 9 giugno 2010

Marea nera e dollari

Michel Paris
Mentre tutto indica che le operazioni per contenere la fuoriuscita di greggio nel Golfo del Messico potrebbero proseguire senza successo ancora per parecchi mesi, continuano ad emergere sempre più chiaramente i legami tra la potente industria petrolifera e la politica americana. Contributi elettorali nell’ordine di centinaia di milioni di dollari, aggressive attività di lobbying e un incessante scambio di persone e ruoli tra i vertici delle corporation del petrolio e le agenzie governative incaricate di sorvegliare l’attività estrattiva, hanno contribuito a creare un ambiente nel quale il rispetto delle regole è stato puntualmente disatteso, causando il peggiore disastro ambientale della storia americana.
L’impulso dato dalle ultime due amministrazioni statunitensi alle esplorazioni al largo delle coste del paese ha non a caso coinciso con un colossale esborso di denaro da parte di compagnie come BP per oliare i meccanismi della politica d’oltreoceano. Secondo i dati raccolti dal Center for Responsive Politics, istituto di ricerca indipendente di Washington, negli ultimi dieci anni l’industria del gas e del petrolio ha versato oltre 250 milioni di dollari alla classe politica americana sotto forma di contributi diretti ai candidati o ai loro comitati elettorali.

Ancora più consistenti appaiono poi le uscite destinate a sovvenzionare i lobbisti reclutati per curare i loro interessi nella capitale. Solo nell’ultimo anno, sono stati 174 i milioni di dollari fatturati dalle svariate società di consulenza alle compagnie operanti nel settore energetico, di cui 16 milioni alla sola BP. A partire dal 1998, la cifra complessiva spesa per influenzare le decisioni prese dalla politica in questo ambito ha toccato addirittura il miliardo di dollari.
Il risultato di questa pioggia di dollari è stata la certezza di poter operare sostanzialmente in un regime di autoregolamentazione, come hanno dimostrato in particolare recenti indagini giornalistiche sull’agenzia governativa preposta alle concessioni per le trivellazioni (Minerals Management Service, MMS). Pratica comune per quest’ultima era il rilascio di licenze per esplorazioni off-shore senza richiedere alle aziende petrolifere i permessi obbligatori e, soprattutto, senza svolgere le indagini ambientali stabilite per legge o accertare le relative misure di sicurezza, che avrebbero dovuto prevenire esplosioni e fuoriuscite di greggio.
Alcune delle donazioni più generose sono state ovviamente riservate a quei membri del Congresso che siedono nelle commissioni che si occupano di legiferare in campo energetico. I senatori facenti parte della Commissione per l’Energia e le Risorse Naturali, così, hanno finora ricevuto dalle grandi aziende che estraggono gas e petrolio in media 52 mila dollari a testa per la campagna elettorale in corso. Per maggiore scrupolo, tuttavia, nemmeno gli altri parlamentari sono stati trascurati, tanto che quest’anno il 78 per cento dei membri della Camera dei Rappresentanti e l’84 per cento dei senatori ha incassato fondi da queste aziende.
Sebbene i beneficiari privilegiati del denaro erogato dai grandi interessi petroliferi siano tradizionalmente i repubblicani, i democratici sono stati tutt’altro che trascurati. Barack Obama nel 2008 è stato il candidato ad una carica federale ad ottenere più denaro da questo settore del business con quasi un milione di dollari, subito dopo il suo sfidante John McCain. Un feeling particolare univa però il futuro presidente con la BP, la quale riservò all’allora senatore dell’Illinois l’importo più alto in termini di contributi elettorali assegnati rispetto a qualsiasi altro singolo candidato ad una carica nazionale.
Incuranti delle critiche provocate dall’incidente accaduto nel Golfo del Messico il 20 aprile scorso, le corporation del petrolio continuano a finanziare la corsa al Congresso dei politici americani. Molti di essi hanno già ricevuto donazioni che superano singolarmente i centomila dollari. È il caso della senatrice democratica dell’Arkansas Blanche Lincoln (280 mila dollari), membro della Commissione per l’Energia e le Risorse Naturali, alle prese con una complicata campagna per la sua rielezione. Oppure dei senatori repubblicani David Vitter e Lisa Murkovski (200 mila dollari ciascuno), rappresentanti di due degli stati maggiormente interessati dalle trivellazioni come Louisiana e Alaska.
Oltre al denaro direttamente versato nella competizione politica, vi sono poi i già accennati legami che contraddistinguono tutta una schiera di lobbisti e dirigenti delle agenzie governative che regolano l’attività di estrazione. Particolarmente inquietante è la situazione del Dipartimento degli Interni, guidato dall’ex senatore del Colorado Ken Salazar, egli stesso molto vicino all’industria petrolifera e già ardente sostenitore delle trivellazioni off-shore. Salazar, solo per citare un episodio,
lo scorso anno scelse come vice-assistente segretaria per la gestione delle terre e delle risorse naturali Sylvia Baca, ex manager proprio della BP.
Anche lo stimato Segretario all’Energia di Obama, Steven Chu, sembra avere qualche scheletro nell’armadio. All’università di Berkeley, il fisico premio Nobel era a capo di un istituto di ricerca che aveva ottenuto un finanziamento di 500 milioni di dollari dalla BP. Entrato a far parte della nuova amministrazione democratica, Chu avrebbe poi nominato alla carica di sottosegretario per le questioni scientifiche Steven Koonin, a sua volta già a libro paga della BP nel settore ricerca.
Già la precedente amministrazione Bush, peraltro, si era distinta per questo intenso scambio di ruoli. Eclatante fu il caso di Steve Griles, ex lobbista per l’industria del carbone, vice-segretario agli Interni e membro della task force per l’energia voluta da Dick Cheney. Dopo aver lasciato la politica, Griles fondò una propria società di lobbying operante nel settore energetico, prima di finire condannato a dieci mesi di carcere per aver ostacolato la giustizia nel corso dell’indagine che portò alla condanna di un altro famigerato lobbista, Jack Abramoff.
L’interesse delle aziende petrolifere e delle società di lobbying di Washington nelle personalità che hanno occupato importanti cariche politiche è d’altra parte risaputo. L’accesso alle stanze del potere può essere assicurato precisamente da chi ha avuto incarichi all’interno del governo federale e il cui mandato viene spesso considerato solo un trampolino di lancio per una futura e ben remunerata carriera di lobbista nel settore privato. Sempre secondo i dati del Center for Responsive Politics, dei 37 lobbisti registrati per la BP, 22 hanno avuto incarichi governativi o parlamentari.
Per quanto l’opinione pubblica americana sia furiosa nei confronti delle pratiche che hanno prodotto deleterie collusioni tra la politica e le compagnie petrolifere, tale attitudine appare talmente radicata da mettere a rischio l’accertamento delle responsabilità nel disastro del Golfo del Messico. A conferma di ciò, qualche settimana fa è giunta la discutibile nomina da parte di Obama di uno dei due direttori della speciale commissione incaricata di fare chiarezza sull’incidente dell’aprile scorso. Assieme all’ex senatore e governatore della Florida, il democratico Bob Graham, a guidare la commissione sarà William K. Reilly, già capo dell’agenzia di protezione ambientale (EPA) ma anche attuale membro del consiglio di amministrazione del gigante del petrolio ConocoPhillips.



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