mercoledì 30 giugno 2010

Monsanto, due versioni della stessa storia

Mentre gli Stati Uniti danno il via libera alle ennesime sementi geneticamente modificate prodotte dalla Monsanto, a qualche miglio marittimo di distanza, nella Repubblica di Haiti, i contadini si sono rivoltati in massa contro la multinazionale. L'economia più ricca che capitola alle pressioni di una multinazionale e quella più povera che invece si ribella. Ma vediamo quello che è successo.
Washington, 21 giugno. La Corte suprema, massimo tribunale statunitense, si riunisce per decidere se autorizzare o meno la vendita dei semi geneticamente modificati di Alfalfa (la comune erba medica). La semente, prodotta da Monsanto, era stata messa al bando nel 2007 dalla sentenza di un giudice del tribunale della California, in seguito alla protesta di alcuni agricoltori che lamentavano la contaminazione delle loro coltivazioni...
È stato, quello, il primo caso riguardante organismi geneticamente modificati portato davanti alla giustizia Usa. Nel 2009 la sentenza era stata confermata in appello; la Monsanto ha allora deciso di impugnarla portandola al cospetto della Corte suprema.
Questa, con sette voti a favore ed uno contrario, ha deliberato a favore di Monsanto. Motivo: la sentenza precedente sarebbe stata prematura perché, di fatto, non è mai stato realizzato uno studio di impatto ambientale sull'erba medica Ogm. Come dire “non sappiamo che effetti avrà sull'ambiente. Quindi la autorizziamo”. Ma alla Monsanto è bastato giusto il tempo per un brindisi veloce.
Haiti. Primi di giugno. Ad Hinche, città di 100 mila abitanti nel cuore dell'isola, un gruppo di agricoltori tutti vestiti con la maglietta rossa ed il cappello di paglia ha invaso la piazza principale. Qui i ribelli hanno rovesciato a terra una gran quantità di semente di mais ibrido donato ad Haiti da Monsanto e gli hanno dato fuoco, invitando gli altri a fare lo stesso e chiedendo al governo di rifiutare ogni rifornimento.
Da allora è iniziata una protesta diffusa in tutta l'isola, dai toni talvolta aspri. A capeggiarla, il movimento contadino regionale Peyizan Mouvman Pápay (MPP), composto da circa 50 mila membri cui, man mano che la rivolta si estendeva, si è sostituito quello nazionale, di oltre 200 mila membri.
Per ricostruire il perché di questa rivolta dobbiamo fare qualche passo indietro. Iniziamo con il primo, di qualche mese, e torniamo al gennaio scorso. Haiti è stata appena scossa dal terribile terremoto magnitudo 7.0 Mw che ha causato oltre 200 mila vittime. La situazione è disperata ed il mondo intero si mobilita per inviare aiuti umanitari.
Ed ecco che anche Monsanto decide di inviare le sue sementi con l'obiettivo, dichiara, di “migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali di Haiti”. Si tratta di un progetto, chiamato Winner, da 127 milioni di dollari, che prevede l'invio di 475 tonnellate di mais ibrido ed altre sementi vegetali. 130 sono già state recapitate, 345 arriveranno nei prossimi mesi.
Una iniziativa encomiabile. Eppure qualcuno non sembra credere alla favola raccontata dalla multinazionale. Ed il motivo di questa diffidenza ci spinge a fare qualche altro passo indietro. Negli anni '80 si diffuse fra i suini dell'isola una influenza africana molto aggressiva. Il presidente degli Stati Uniti, Reagan, temendo che l'epidemia potesse attaccare anche i maiali americani, fece forti pressioni affinché si uccidessero tutte le bestie dell'isola.
I contadini si opposero – ai tempi i maiali erano una grossa fonte di sussistenza per la popolazione rurale – proponendo soluzioni alternative, ma invano. La dittatura di Duvalier impose drasticamente la volontà degli Stati Uniti.
Passiamo agli anni '90, presidente Bill Clinton. L'amministrazione Usa costringe Haiti a ridurre le tariffe sul riso fornito dagli USA sotto forma di sussidi per aiutare i coltivatori di riso nell'Arkansas, compromettendo la capacità dei coltivatori di riso haitiani di sfamare il proprio paese.
Si capisce dunque il motivo di tanta diffidenza verso gli aiuti esteri. Si teme che gli aiuti umanitari siano una sorta di grimaldello usato dalle multinazionali per entrare nell'economia già devastata del paese e prenderne facilmente possesso, soffiando via d'un colpo le colture locali frutto delle fatiche decennali dei contadini.
Ed ecco allora che si va in piazza, agguerriti. Sembrano musica le parole di Chavannes Jean-Baptiste, rappresentante dei contadini locali a capo della protesta. 
Il nostro primo obiettivo è quello di difendere l'agricoltura contadina, un'agricoltura biologica che rispetta l'ambiente e lotta contro il degrado. Difendiamo le sementi locali e i diritti dei contadini sulle loro terre. Lavoriamo anche con i gruppi indigeni, e come loro crediamo che la terra abbia dei diritti che vanno rispettati, come per gli esseri umani
Insomma, ancora una volta pare che i diritti fondamentali dell'uomo siano più chiari alla povera, vessata America Latina che ai democratici Stati Uniti, seguiti dall'Europa come da un cane fedele. E per assurdo laddove le condizioni di vita sono peggiori, dove la fame si fa sentire e la terra detta ancora ritmi e leggi, pare che sia proprio dove le si vuol più bene, alla Terra. E chi se ne prende cura è disposto a lottare per difenderla, perché in fondo sa che sta difendendo se stesso.
Ma lasciamo la parola a Jean-Baptiste: “Le sementi rappresentano una sorta di diritto alla vita. Ecco perché oggi abbiamo un problema con la Monsanto e con tutte le multinazionali che vendono semi: semi e acqua sono patrimonio comune dell'umanità.” 

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