lunedì 28 giugno 2010

Ustica e dintorni

Giacomo Gabellini
"Alla Storia non si chiede il numero dei morti".

Leo Longanesi

"Dopo 30 anni, il Paese non riesce ad avere spiegazioni da Stati non nemici. Alleati. Allora è un Paese che accetta di poter essere preso per i fondelli. E siccome in 30 anni non c’è forza politica che non abbia governato e messo mano negli archivi, se ne deve dedurre che la verità è in archivi non in questo Paese. Hanno governato tutti, pure extraparlamentari di destra e sinistra...". Dichiarazioni al vetriolo, quelle rilasciate da Rino Formica, ex ministro dei trasporti chiamato dal "Corriere della Sera" ad esprimere un commento in merito ai recenti sviluppi relativi alle indagini volte a far luce sulla Strage di Ustica, verificatasi trent'anni fa ma ancora avvolta nel buio politico e giudiziario più totale....

Ottantuno vittime decedute in circostanze non ancora dimostrate per mano di presunti mandanti, rigorosamente ignoti, in una serie di processi che hanno visto alcuni facinorosi magistrati fronteggiare il cosiddetto "muro di gomma" (brillante espressione coniata dal caparbio giornalista Andrea Purgatori) costituito da una impressionante commistione di omertà, depistaggi, false testimonianze, reticenze, sottrazioni e distruzioni di documenti, testimoni morti impiccati coi i piedi che toccano terra e tante altre nefandezze. Il tutto per impedire una seria e rigorosa ricostruzione dei fatti, che avrebbe con ogni probabilità incrinato i delicati equilibri internazionali nel complesso intrigo di interessi su cui si reggeva l'ultraquarantennale "Guerra Fredda". Si parlò di "cedimento strutturale", di "ordigno esplosivo" che sarebbe stato collocato nella toilette del DC - 9 e di tante altre idiozie, tutte facenti parte una massiccia opera di mistificazione finalizzata alla minimizzazione, alla circoscrizione della strage, spacciandola (come è accaduto in tanti altri casi nella nostra travagliata storia) per un evento legato esclusivamente a firizioni interne al paese, laddove si è trattato con ogni probabilità di un fatto da collocare entro il gioco di forza tra le varie potenze europee interessate al predominio sul continente africano, e sull'area sahariana e subsahariana in particolare. Il reperimento dei resti del Mig libico sulla Sila a una ventina di giorni dalla Strage di Ustica costituisce un'importante prova a supporto di questa tesi. La Libia era guidata saldamente dal colonnello Muhammar Gheddafi, salito al potere il 1 settembre 1969, all'indomani di un colpo di stato sostenuto attivamente dal governo italiano, il quale era fortemente interessato a scardinare il predominio geopolitico di Francia e Gran Bretagna sull'area, notoriamente ricca di fonti di approvvigionamento energetico primario. Gheddafi, uomo estremamente ambizioso, rovesciò l'inerzia fino a quel momento favorevole alle due potenze europee sopra citate, e fece dell'Italia il primo partner commerciale. Ciò infastidì sensibilmente il governo inglese, che si adoperò attivamente per ripristinare le vecchie condizioni e avviò la cosiddetta "operazione Hilton", che avrebbe determinato, a soli due anni dalla presa del potere da parte di Gheddafi, un controgolpe militare; l'operazione saltò grazie all'intervento decisivo dell'intelligence italiana, che informò tempestivamente il leader libico del piano ordito ai suoi danni. Anche la Francia, dal canto suo, vide la propria egemonia messa in scacco da Gheddafi (rifornito ed assistito da membri in congedo dell'aeronautica militare), il quale aveva invaso invaso il Ciad, vero e proprio protettorato francese, occupato la striscia di Aouzou (ricca di uranio) e fomentato una guerra civile volta ad insediare al potere il presidente filolibico Gukuni Ueddei. Gheddafi rappresentava all'epoca una minaccia reale e consistente per l'equilibrio geopolitico e geostrategico nell'area, anche in considerazione delle mire egemoniche panarabe che mostrava apertamente di perseguire. In questo contesto si inserisce la Strage di Ustica, maturata in un clima caratterizzato da forti tensioni internazionali tra paesi alleati. L'Italia si era inimicata un alleato potente come la Francia, e Gheddafi era il principale oggetto di questo scontro; si profilava quindi l'impellente necessità francese di toglierlo di mezzo, circostanza rivelata apertamente anche dall'allora presidente della repubblica Valery Giscard D'Estaing in un suo libro di memorie. La Nato si era dotata di un efficiente apparato radar (il cosiddetto "Nadge") in grado di coprire l'intera area filoatlantica, fatta eccezione per alcuni corridoi aerei dei cieli italiani. Questi corridoi privi di copertura radar erano noti al governo di Tripoli (è altamente probabile che le informazioni siano state girate dai governi italiani), che se ne avvaleva regolarmente per trasportare, con caccia militari, personaggi libici di spicco in svariate località europee evitando ogni scontro con batterie antiaeree che altrimenti avrebbero aperto il fuoco, in quanto il transito sui cieli europei era vietato a velivoli militari non appartenenti a paesi Nato. Sono saltati fuori, da non molti anni, alcuni piani di volo conservati negli archivi dell'Aeronautica militare italiana, sui quali sono riportate informazioni relative a un viaggio in aereo da Tripoli a Varsavia previsto per quel fatidico 27 giugno 1980. E’ragionevole supporre che il Mig precipitato sulla Sila calabrese sia partito dalla città jugoslava di Banja Luka, località in cui il leader libico era solito mandare a riparare i propri caccia, e, avvalendosi di questi corridoi privi di copertura radar, abbia virato verso il mar Tirreno, dal quale avrebbe dovuto poi prelevare Gheddafi e scortarlo verso la capitale polacca. Si sarebbe trattato di una vera e propria occasione d'oro per togliere Gheddafi di mezzo. E' obiettivamente possibile che il DC - 9 si sia trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato, e che sia stato abbattuto da un missile indirizzato al Mig che, stando a questa impostazione, avrebbe dovuto prelevare Gheddafi più a sud per scortarlo poi nella capitale polacca alla quale era diretto. Riflettendo sulla natura dell'attacco e sulle modalità con le quali è stato effettuato è sicuramente possibile restringere il campo dei sospettati. Scrive Rosario Priore, giudice istruttore che per anni si è occupato della Strage di Ustica: "Da un punto di vista tecnico, a quel tempo e nel Mediterraneo, solo due paesi erano in grado di compiere una operazione militare di quel tipo: Stati Uniti e Francia. Perché occorreva (...) un "guida caccia" estremamente sofisticato. E poi era necessario avere basi a terra o su portaerei a una giusta distanza dal punto d'attacco. La Francia aveva una portaerei nel Tirreno e basi a terra in Corsica. Gli Stati Uniti avevano la Sesta flotta dotata di portaerei, oltre alle basi in territorio italiano. Entrambi i paesi, dunque, avevano anche propri sistemi radar basati a terra, su navi e aerotrasportati". Sebbene gli Stati Uniti si siano indubbiamente resi responsabili di un numero elevato di nefandezze in territorio italiano, è però la posizione francese quella più indiziata. La Francia da un lato aveva interesse diretto ad eliminare Gheddafi, in forza del ruolo pesantemente destabilizzante che costui aveva assunto nel complesso panorama nordafricano, dall'altro era entrata in forte contrasto con il governo italiano già nei lontani anni Sessanta, per le vicende petrolifere legate al mai abbastanza compianto Enrico Mattei e alla politica filoalgerina e filolibica adottata dai vari governi che si sono succeduti negli anni. Ustica era un'occasione per riaffermare la prevalenza della Francia, paese uscito vincitore dalla Seconda Guerra Mondiale, e il ruolo subalterno che l'Italia doveva rassegnarsi a ricoprire. La chiusura ermetica e la fredda indifferenza mostrata dei governi francesi di fronte a tutte le richieste inoltrate dalla magistratura italiana incaricata di far luce sulla vicenda, accompagnata alla nonchalance con la quale hanno regolarmente opposto il "segreto di stato" ad ogni rogatoria sono vicissitudini che non migliorano certo la loro posizione. Su questo chi scrive si trova in sintonia tanto con Rino Formica, quando asserisce che questo paese “Accetta di farsi prendere per i fondelli”, quanto con Francesco Cossiga (In accordo non con uno ma con ben due democristiani di vecchio corso, c’è da preoccuparsi…) , il quale ha individuato nei francesi i principali sospetti sui quali far ricadere la responsabilità della strage, sulla quale, a trent’anni di distanza, sarebbe ora passata di fare chiarezza. 
Il Contesto

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