venerdì 23 luglio 2010

Blog, obbligo di rettifica e cozze avariate.

Debora Billi
"Obbligo di rettifica", si chiama, e impone ai blogger di correggere entro 48 ore (addio weekend al mare!) qualsiasi affermazione salti il ticchio a chicchessia.
Qualcuno lo vede come un miglioramento: prima ci facevano causa, adesso almeno con la rettifica ci sfanghiamo le spese legali. Ma il miglioramento appare minuscolo, rispetto all'immane casino che questa norma può scatenare. Perché, malgrado persino quel che il legislatore può pensare, qui non si tratta di "mettere il bavaglio" per proteggere i politici che le combinano grosse. No no. Non ci credete? Ecco qualche esempio.
Chi, nel suo blog, non ha fatto affermazioni del tipo "il Vaticano protegge i pedofili", oppure "il Comune di Roma è governato da incapaci" o ancora "la Shell è mandante di omicidi in Nigeria" o infine "il partito PXY è un'associazione a delinquere"? Si tratta di linguaggio colloquiale....
, frasi che sentiamo al bar, e che vengono riproposte nei blog esattamente come se si chiacchierasse tra amici. Finora, il Vaticano o la Shell o il Comune di Canicattì non hanno mai avviato costose cause legali per diffamazione, su simili basi; adesso nessuno potrà loro impedire di chiedere rettifica, a meno di dimostrare carte alla mano che la Shell è davvero mandante di omicidi o che il Vaticano, su base processuale, protegge fattivamente i pedofili.
Non succederà? Speriamo. Speriamo di non dover raddoppiare i post per rettificare tutti i giorni.
Succederanno invece anche altre cose più piccole ma, per la libera informazione, altrettanto importanti. Sapete che ci sono stati blogger minacciati o trascinati in tribunale per aver detto che al tale ristorante si mangia male? O che la tale marca di jeans non è affatto made in Italy ma made in Bangladesh? O che la tale azienda mobiliera ritarda con le consegne? O che la tale trasmissione TV è brutta? C'è persino gente querelata dalla Massoneria ...voi ne parlate sempre bene, della Massoneria?
In Rete ci sono migliaia, decine di migliaia di post, magari letti da 4 gatti, che denunciano questo e quello, dalle cozze avariate della pizzeria sotto casa all'amianto nascosto sotto un terreno privato, dall'assessore che va a escort alle scarpe di marca con la colla tossica, dall'omogeneizzato con la carne riciclata all'associazione sportiva che propone il doping ai ragazzini, al supermercato che non fa entrare i bambini down. Finora le denunce sono state 1 su 1 milione, ora chi impedirà al ristoratore imbroglione di costringere all'obbligo di rettifica? La giustizia non ha tempo di indagare su cozze, scarpe e supermercati e il blogger preferisce smentire che passare dei guai. E la prossima voltà parlerà della sua gita al mare, invece che delle cozze avariate.
Siamo abituati a considerare la libertà di stampa e di parola solo come diritto contro i Potenti che ci opprimono, e non pensiamo all'immensa utilità che ha contro i piccoli soprusi di ogni giorno. "E il diritto a non essere diffamati?" tuonerà il solito difensore dell'individuo. Certo: se io racconto alla vicina che la parrucchiera con quei prezzi è una ladra è diffamazione, quindi occorre subito una legge che me lo impedisca, che tutelando la parrucchiera mi impedisca di esprimere la mia opinione anche per strada, al bar, in cortile.
...Vedete, dove siamo paradossalmente arrivati pian piano?
Crisis

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