martedì 6 luglio 2010

Etica ed estetica della guerra

Giacomo Gabellini
“L’arte della guerra consiste nello sconfiggere il nemico senza doverlo affrontare".

Sun Tzu


Gli eventi che scuotono la contemporaneità, pur nelle loro originali sfaccettature, rivelano analogie piuttosto lampanti con quelli accaduti in passato. I fatti che si proclamano nuovi sono spesso mere manifestazioni delle più antiche tendenze dell'uomo. La guerra è senza dubbio un fatto ineliminabile nella breve ma complessa storia umana. Combattuta con mezzi diversi, scatenata per fini non sempre direttamente comprensibili, questa "Antica festa crudele" (così è stata brillantemente definita dallo storico fiorentino Franco Cardini) è forse la più pura manifestazione delle eterne ed invariate pulsioni innate dell'uomo....

La nostra civiltà occidentale, edificata su montagne di cadaveri (in particolare nel secolo conclusosi da un decennio), ha sempre tenuto un atteggiamento fortemente ambiguo nei confronti della guerra. Se da un lato è stata oggetto prelibato di critiche e demonizzazioni, dall'altro ben poche volte si sono verificate titubanze o esitazioni dal farvi ricorso. La messa al bando della guerra, la sua condanna unanime quasi mai è stata accompagnata ad un progetto serio e credibile di prevenzione, che agisca direttamente alla fonte dei contrasti. L'istituzione di un organismo sovranazionale come l'ONU è stata determinata dall'esigenza di evitare che le controversie internazionali sfociassero in guerre, in modo da favorire la diplomazia e disarmare i guerrafondai. Il grande filosofo tedesco Immanuel Kant, autentico prefiguratore di un organismo giuridico come le Nazioni Unite, ha scritto che "La separazione di molti stati vicini ed indipendenti tra loro è già di per sé uno stato di guerra (a meno che la loro unione in federazione non prevenga lo scoppio delle ostilità), ma esso val sempre meglio, secondo l'idea della ragione, che la fusione di tutti questi stati per opera di una potenza che si sovrapponga alle altre e si trasformi in monarchia universale". Kant mostra piena consapevolezza del fatto che mettere in piedi un organismo simile non significhi assolutamente eliminare i contrasti, e infatti (a differenza di molti suoi autorevoli contemporanei come Rousseau) il suo ragionamento mira a porre un limite all'uso della forza e al raggiungimento di un equilibrio di forze tale da consentire il regolamento delle controversie internazionali per via diplomatica. Questo equilibrio di forze va però raggiunto tenendo conto dei risentimenti di ciascuno, chiamato a giungere a una mediazione ragionevole con gli avversari, evitando così la prevaricazione unilaterale di una parte su tutte le altre. Un ritorno alla vecchia "Pax romana" non è però una strada battibile per Kant, in quanto "Ogni stato aspira di porsi nella condizione di pace durevole dominando, se è possibile, l'intero mondo. Ma la natura vale altrimenti. Essa si vale di due mezzi per impedire la mescolanza dei popoli e per tenerli distinti: la diversità delle lingue e la diversità delle religioni, la quale, se porta all'odio reciproco ed è pretesto di guerra, pure, con il progredire della cultura e con il graduale riavvicinamento degli uomini in tema di principi, conduce all'accordo in una pace che non è prodotta e garantita, come la pace di ogni dispotismo (vera tomba della libertà) dall'indebolimento di tutte le energie, ma dal loro equilibrio nei contrasti della più viva emulazione". Queste straordinarie e lungimiranti parole spese da Kant non hanno però trovato orecchie sensibili, se è vero che alla "Pax romana", che pure garantiva e tutelava le diversità linguistiche, religiose e culturali, si è sostituita una "Pax americana" globalizzata, di gran lunga peggiore, infinitamente più invasiva e pervasiva. L'ONU, nato da ideali nobili e sacrosanti, è stato così ridotto a una sorta di "Velo di Maya", mera coperta legittimante delle guerre imperialistiche americane. La sconfessione totale della guerra denuncia così tratti inesorabilmente ipocriti alla luce della generale accettazione di questo vergognoso stato di cose, specie se accostata all'orrore politicamente corretto regolarmente riservato ai conflitti definiti "secondari", combattuti con mezzi evidentemente obsoleti. Disgusto, dolore e ripugnanza per i conflitti balcanici o africani e giubilo sconfinato per il terrorismo umanitario scatenato a Belgrado e Bagdad. Stracciamenti di vesti di fronte a decapitazioni e sbudellamenti e pacata compostezza in presenza di bombardamenti a tappeto. Considerare "disumane" le guerre che vedono uomini combattere direttamente altri uomini e non batter ciglio se uomini si trovano a fronteggiare, senza possibilità di risposta, droni che colpiscono indiscriminatamente nel mucchio da qualche migliaio di metri d'altezza. L'Achille descritto da Omero nell'Iliade è un eroe colto da improvvisi attacchi di "furia" omicida, ma rimane un uomo responsabile delle proprie azioni, in quanto lancia e spada stanno nelle sue mani. Egli avverte la sofferenza del nemico al momento del trapasso, a differenza del pilota di aereo contemporaneo, che premendo un tasto determina la morte istantanea di centinaia di suoi simili. Gli effetti delle sue azioni non producono alcuna ripercussione sulla sua psiche, impossibilitata a comprendere la portata dell'atto. Non a caso l'astuto politologo statunitense Edward Luttwak ha definito "post - eroico" questo nuovo, squilibrato e scorretto modo di condurre la guerra. 

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