martedì 6 luglio 2010

Filiera corta per giornalisti.

Debora Billi
Mi segnalano nei commenti al post precedente un articolo di Federico Rampini da Detroit, ove si narra di come la città americana più drammaticamente colpita dalla crisi stia tentando una rinascita attraverso l'agricoltura urbana, i parchi, la solidarietà e la sostenibilità. Interessante.
Questo blog si occupa della situazione di Detroit da circa due anni. C'è persino una tag apposita, che raccoglie i post finora dedicati a quella che qui consideriamo la città simbolo della crisi del secolo ventunesimo e un po' anche del nostro blog. Abbiamo mostrato video sulle periferie "bombardate", esaminato le motivazioni e le prospettive, raccontato degli imprenditori che tentano il business agricolo.
Repubblica invece scopre stamattina l'acqua calda con un ritardo di due anni,...
e lo fa con "il nostro inviato", che è andato di persona a Detroit per verificare brevi manu lo stato dei centri commerciali crollati ed intervistare vis a vis il sindaco. Noi non siamo arrivati a tanto, né siamo così bravi a scrivere: per carità, figuriamoci se un misero pubblicista blogger può paragonarsi a un professionista 5 stelle di Repubblica.
Però... quanto è costata l'operazione Detroit, all'illustre quotidiano? Qualche migliaio di euro? Probabile. Lungi da me il sostenere che dovremmo (continuare a) sfruttare i giornalisti di serie B, già trattati nelle redazioni come i cinesi alla Nike, però forse la sana via di mezzo in tempi di crisi potrebbe essere praticabile. Un esempio? Eccolo: il giornalista di Detroit intervista il proprio sindaco, un fotografo scatta foto, un cittadino mette un video su YouTube, e poi il giornalista italiano a casa sua riassume il tutto aggiungendo le sue sapide osservazioni e arricchendo con altre informazioni. Se ci pensate bene, è un sistema a filiera corta: niente aerei e hotel di lusso per gli inviati, magari qualche soldino in più per chi è capace di informare con quel che ha a disposizione.
Gli inviati serviranno sempre, per carità: nelle zone di guerra, per scoop clamorosi, e alcuni di loro ci hanno anche rimesso la pelle per onorare il mestiere, basti pensare ad Ilaria Alpi. Ma c'è davvero ancora bisogno di andare fino in USA per raccontare ciò che i blog già raccontano da anni, seppur indubbiamente con inferiore qualità della sintassi e scelta degli aggettivi?  

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