sabato 24 luglio 2010

FSAB, Fabbrica Serba Automobili Belgrado

Gianluca Bifolchi
Chissà se è vero che lo stabilimento Mirafiori ha un particolare valore simbolico nel mondo del lavoro italiano. Non so bene cosa sia il “valore simbolico” e se si tratti di qualcosa che ha conseguenze pratiche, ma una possibilità di saperlo sarà di vedere come i lavoratori italiani reagiranno alla notizia della possibile chiusura di Mirafiori e il trasferimento della produzione in Serbia, inseguendo la manna di salari a 400 euro al mese. Il messaggio, non troppo difficile da capire, è che diritti e un livello di vita decorosa per i lavoratori non sono compatibili con la produzione industriale che, specie nei settori più competitivi, ha bisogno di spremere il lavoro a livelli che richiedono una versione aggiornata dell’esercito di disoccupati di cui parlava Marx e che la globalizzazione offre attraverso la libera circolazione dei capitali. Tutta la faccenda si riassume in una semplice domanda:....
che ruolo avrà nei prossimi anni il costo del lavoro nelle strategie di investimento dei grossi gruppi industriali a proiezione internazionale? Sappiamo che non è l’unico elemento di decisione, e proprio per questo al momento la questione assume forma di domanda. Perché se così non fosse, e fossimo certi che stia per diventare la condizione prioritaria per decidere la localizzazione di siti produttivi, allora non esiste alcun limite al regresso delle condizioni di vita e di lavoro degli operai italiani. Leggevo oggi la dichiarazione di una dipendente di Mirafiori che prevedeva un ripensamento da parte di Marchionne in cambio di condizioni draconiane. Condizioni che tutti gli operai che hanno figli da mandare a scuola e un mutuo da pagare si appresteranno a sottoscrivere senza un attimo di dubbio. Ma viene da chiedersi se sia questo lo scalino più basso. Con i quattrocento euro al mese di un metalmeccanico serbo in Italia non si paga neanche la rata del mutuo, e comunque le autorità serbe hanno già pienamente confermato le dichiarazioni dei vertici Fiat. Tutti ora vogliono aprire il “tavolo di trattative” con Marchionne, immaginando che la sua sortita sulla Serbia sia stata una decisione non ben ponderata e prossima al ritiro appena Raffaele Bonanni, Sergio Chiamparino e Maurizio Sacconi gli avranno spiegato bene le cose. Staremo a vedere. Ma forse il capitalismo monopolistico e globalizzato vede le cose con più chiarezza di Bonanni, Chiamparino e Sacconi.
Subecumene

Nessun commento: