lunedì 5 luglio 2010

Gli Usa come il terzo mondo

Gianni Petrosillo 
Gli Stati Uniti non sono più la grande nazione che conoscevamo, sono una potenza in declino, demoralizzata e ferita (sul piano morale e sociale più che su quello militare), dalla crisi economica che ha colpito trasversalmente molte aree ricche del mondo. Sono un gigante armato fino ai denti che però perde pezzi di egemonia e di influenza a vantaggio di un contesto geopolitico multipolare dove emergono altri centri regolatori, i quali hanno tutta l’intenzione di riequilibrare il primato assoluto di Washington.
Con questi mutamenti anche i miti sui quali l’America aveva fondato la propria proiezione culturale, oltre i confini patri, vacillano paurosamente. L’America senza appeal è come una donna senza capacità di seduzione. Il sogno americano, entrato nell’immaginario collettivo delle genti occidentali, Italia compresa, pare venire ammainato e mestamente accantonato nel cassetto della Storia....

Tuttavia - benché come insegni il passato nessuna civiltà può mantenere in eterno il proprio ruolo egemone sugli altri popoli - non ci si aspettava una china così scoscesa e deprimente. Adesso, la nazione più “civile” e “umanitaria” del pianeta chiede persino aiuto agli altri membri della Comunità Internazionale per i suoi disastri, tanto naturali che antropogenici, come farebbe il più sfortunato e povero paese dell’Africa.
Era già accaduto dopo l’uragano del 2005 che aveva distrutto la Louisiana, e la sua città-simbolo New Orleans, causando migliaia di morti. Il presidente Bush fu all’epoca responsabile di ritardi e approssimazioni nell’organizzazione dei soccorsi e nell’avvio della ricostruzione. Qualcuno collegò tali carenze al disinteresse del boss texano per una popolazione in maggioranza nera e, quindi, di serie B nell’America della supremazia WASP.
Ora il mandriano del sud non c’è più ma il suo successore, l’uomo nel quale i progressisti di tutta la Terra hanno riposto le loro speranze di cambiamento, non sembra all’altezza delle aspettative dei suoi supporters mondiali.
Il nuovo problema viene dalla marea nera riversatasi nelle acque del Golfo del Messico, dopo una falla apertasi nei tubi di una piattaforma petrolifera di proprietà della BP. Anche qui colpevoli lentezze e superficialità hanno generato irreparabili danni ambientali. Obama non ha agito con la incisività richiesta ad un leader del suo calibro. In seguito a questa disfatta si è anche piegato ad accettare i contributi di 12 governi esteri, proprio come Bush aveva accettato le offerte dei partners stranieri per mettere una pezza alle devastazioni di Katrina.
In tutto ciò è venuto a mancare il proverbiale orgoglio a stelle e strisce che in altre occasioni (vedi l'11 Settembre 2001) si era appuntato come una medaglia al valore sul petto dei fieri e generosi americani. E’ il sintomo di un pauroso peggioramento e di una obsolescenza epocale, di una perdita d’identità senza precedenti. A maggior ragione se si pensa che Washington è il paese che spende di più in armamenti. In armamenti ma non nel benessere e nella tutela dei suoi cittadini come dimostra quest'ultima paradigmatica vicenda.

2 commenti:

Simone ha detto...

E' tutto vero. Potrei aggiungere che questo gigante con le gambe di cartone è però pesantemente armato e con una capacità strategica importante considerate la centinaia di basi che ha sparse in tutto il mondo.
Non è da escludere quindi un'ultima rabbiosa azione violenta quale i tonti progressisti non si sarebbero mai immaginati.

marco cedolin ha detto...

Caro simone,
ti confesso che la cosa preoccupa un pò anche me. La capacità militare degli USA e la loro possibilità di colpire praticamente chiunque ed ovunque non permettono proprio di dormire sonni tranquilli.