sabato 31 luglio 2010

Il bambino Veronesi e i fuochi d’artificio nucleari

Filippo Schillaci
Sul finire dell’estate scorsa scrissi che spesso ciò che mi convince dell’esattezza di una scelta non è tanto la solidità degli argomenti a suo favore quanto l’inconsistenza degli argomenti avversi. Lo scrissi a proposito dell’ennesima sciocchezza che mi toccò sentire a giustificazione del riesumato cadavere dell’energia nucleare. Sapevo che non sarebbe stata l’ultima ed eccomi qui dunque a ripetermi, a quasi un anno di distanza. Furono Carlo Rubbia (che per fortuna oggi ha cambiato idea) e Felice Ippolito a convincermi ai tempi del referendum, fu Alessandro Clerici a motivare quel mio articolo dell’estate scorsa, è oggi Umberto Veronesi a costringermi a tornare sull’argomento. Del tutto a sorpresa devo dire, perché confesso che nel mio sconfinato, innocente, surreale candore non lo sapevo. Non immaginavo neppure che anche Veronesi fosse “dei loro”. Lo scopro adesso, in un’intervista pubblicata da Repubblica lo scorso 24 luglio, in occasione dell’offerta, fattagli dal governo, di presiedere la nuova agenzia per la sicurezza nucleare; offerta che, a quanto pare, egli intende accettare...

Una volta squarciato il velo di candore tuttavia non mi aspettavo che da lui venissero motivazioni migliori di quelle già venute da altri. Un po’ perché se esse da qualche parte esistessero, figuriamoci se qualcuno non le avrebbe già tirate fuori, un po’ perché Veronesi, in quanto oncologo, cosa può dirci in materia di sicurezza nucleare se non informarci sull’irreparabilità dei danni cui andremo incontro in caso di incidente?
Tuttavia non solo se ne guarda bene ma anzi si prodiga a raccontarci quanto il nucleare è buono e bello, e lo fa riuscendo a sprofondare in abissi di inconsistenza ancora più vertiginosi dei suoi predecessori. Se essi infatti almeno tentavano di dare alle loro argomentazioni un’apparenza di serietà, Veronesi non ci prova nemmeno e alla domanda: «Perché non ha dubbi sul ritorno del nucleare?» risponde con un “argomento” di una assoluta, addirittura ostentata futilità: «Sono uno scienziato, la scienza smonta le paure. Mi affascina il pensiero che un neutrone scagliato contro un atomo di uranio possa far scaturire una quantità di energia così gigantesca da risolvere buona parte del fabbisogno energetico del mondo». Un bambino messo davanti ai fuochi d’artificio non avrebbe un atteggiamento molto diverso: mi piacciono, sono belli, mi affascinano. Quante luci colorate! Quanti bei botti! Un’adorazione infantile e puramente emotiva verso un universo tecnologico ancora una volta percepito come motore del mondo, come fine e non come mezzo.
Subito dopo cerca di aggiustare il tiro e tira fuori la solita tiritera del nucleare che: «può affrancarci dalla dipendenza dal petrolio, un giogo che ha scatenato sanguinosi conflitti. Una fonte dannosa alla salute dell’uomo e a rischio di immensi disastri ambientali come dimostra la recente catastrofe alla Bp ». Naturalmente è chiaro che il nucleare non ci incatenerà al giogo della dipendenza dall’uranio e che non ci sia alcun rischio di immensi disastri ambientali, come dimostrano i trascurabili inconvenienti occorsi, in tempi ovviamente non recenti, alle centrali di Chernobyl e Three Miles Island.
Acqua passata naturalmente, e infatti sul tema dei rischi Veronesi ci tranquillizza: «Non mi nascondo certo che la costruzione di centrali nucleari sia materia delicatissima e non priva di rischi, ma il pericolo di un incidente, l’unico per la salute connesso al nucleare, è ormai vicino allo zero. Credo che questa sia un’opinione condivisa dalla maggior parte degli scienziati». Ci tranquillizza o meglio tenta maldestramente di farlo, perchè un pezzetto di verità gli sfugge, in quell’accenno al fatto che stiamo parlando di una “materia delicatissima e non priva di rischi”. Un brandello di verità che, alla faccia della coerenza logica, immediatamente contraddice affemando che “il pericolo di un incidente è ormai vicino allo zero”. Ma allora di quali rischi parlava un attimo prima? E sorvoliamo sul fatto che la storiella del pericolo “ormai vicino allo zero” ce la raccontavano già al tempo dei trascurabili inconvenienti di cui sopra.
Non va meglio nella risposta alla fatidica, inevitabile domanda: «Nessuna alternativa?». «In questo momento no», risponde ovviamente Veronesi. «Per il solare ritengo sia necessaria una politica di grandi investimenti nella ricerca oggi non attuabile. Le potenzialità del solare sono molto elevate, ma la tecnologia è in ritardo e i soldi per accelerarla non ci sono». A parte il fatto che è un po’ surreale affermare questo in un momento in cui il solare (purtroppo non solo) domestico si va diffondendo finalmente sempre di più, a Veronesi non viene in mente che le alternative non si esauriscono col solare? E poi, a proposito dei “grandi investimenti” e dei soldi che “non ci sono”: perché non ci sono? Il nucleare non richiede forse grandi investimenti? E lì per caso i soldi ci sono? Suppongo di sì. E allora non si tratta di una situazione inevitabile bensì di una precisa scelta politica: riversare le risorse per la ricerca in un campo piuttosto che in un altro.
Manca qualcosa? Sì, manca. Perché capita che l’intervistatore, pur non essendo stato particolarmente benevolo in svariate domande, si è tenuto in bocca l’ultima, la più acuta, imbarazzante e necessaria, ovvero: professor Veronesi, ma tutta questa energia a cosa ci serve? Forse perché anche lui dà per scontato che ci serva?
L’articolo citato è: Veronesi al Pd: “Pronto a dimettermi. Proteggo la salute, non sto con Berlusconi” di Dario Cresto-Dina, su La Repubblica del 24 luglio 2010.
MDF

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