giovedì 8 luglio 2010

Infedeli alla linea

Giacomo Gabellini
"Le epoche più gloriose nella storia di ogni cultura sono quelle di apertura verso gli altri popoli".

Tzvetan Todorov
In un ottimo articolo pubblicato nei primi giorni di Aprile, lo scrittore Carlo Bertani ha espresso alcune lucide e interessanti valutazioni relative alle recenti posizioni assunte dal primo ministro turco Recep Erdogan in materia di politica estera. Bertani si disse meravigliato, ma non stupefatto di fronte al duro commento reso dal leader turco in riferimento alla politica israeliana e alla sua pubblica apertura nei confronti dell'Iran. Entrambe le vicende, secondo Bertani, andavano lette in termini strategici, e avrebbero rivelato l'intenzione, da parte di Ankara, di operare un radicale cambiamento di rotta. Questa previsione, supportata da prove consistenti già allora, pare del tutto azzeccata alla luce dei fatti verificatisi in questi ultimi tempi, ma andiamo per ordine...

 La storia della Turchia è stata in larghissima parte determinata dalle scelte di Mustafà Kemal (al quale fu in seguito affibbiato il titolo di "Ataturk", "padre dei turchi") e dal movimento dei "Giovani Turchi". Kemal fu un personaggio straordinariamente lungimirante, che nell'arco di pochissimi anni riuscì a riformare radicalmente l'intero assetto statale turco sul modello occidentalista. L'opera di laicizzazione e centralizzazione dello stato fu accompagnata a misure fortemente impopolari (una su tutte, l'adozione dell'alfabeto latino), volte ad avviare un processo di modernizzazione a tappe forzate della Turchia in chiave marcatamente europeista. I gruppi indipendentisti che si opponevano alla centralizzazione furono spazzati via facendo massiccio ricorso alla forza. La spinta propulsiva della Turchia perdurò anche dopo la morte di Kemal ma frenò decisamente verso l'inizio degli anni Cinquanta. L'entrata nella Nato (1952) e la scelta di schierarsi al fianco della neonata nazione israeliana portarono infatti molti paesi islamici a considerarla una sorta di cavallo di Troia atlantico e sionista nel complesso scacchiere vicinorientale. Questo equilibrio precario si è mantenuto per diversi decenni, fino ai recenti indizi rivelatori della svolta. Il primo di questi indizi fu la vittoria alle elezioni del 2002 del "Partito per la Giustizia e lo Sviluppo", di chiara ispirazione islamica, guidato proprio da Recep Erdogan. Il partito di Erdogan fu il principale scoglio su cui si infransero le pesanti spinte di Washington alla vigilia dell'aggressione criminale all'Iraq. Il parlamento turco, facendosi interprete della soverchiante opposizione popolare alla sciagurata operazione bellica, si rifiutò di mettere il territorio turco a disposizione delle forze armate statunitensi, suscitando una reazione infuriata e arrogante di Washington. Il signor Paul Wolfowitz, uomo assai influente all'interno del Dipartimento di Stato, accusò pubblicamente l'esercito turco, storicamente filoatlantico, per non aver rovesciato la decisione del governo. A questo pesante screzio con gli USA, alle dure parole di condanna espresse da Erdogan in occasione del rapporto Goldstone prese in esame da Bertani si aggiunge ora la ferma e ammirevole reazione turca di fronte al rifiuto israeliano di porgere le scuse per l'attacco criminale sferrato alla "Freedom Flotilla" che ha determinato la morte di nove attivisti turchi. La Turchia ha negato il proprio spazio aereo a voli militari israeliani e ha chiarito che se Israele non presenterà le scuse ufficiali per l'accaduto, le relazioni potranno considerarsi definitivamente rotte. Tutte le mosse elencate dimostrano effettivamente che Ankara sta portando avanti una politica sempre meno interessata all'Occidente e aperta al dialogo con i paesi islamici, anche non allineati ai diktat imposti da Washington, se è vero la Turchia è stata la sola (assieme al Brasile, nazione guidata da un soggetto assai interessante) a votare contro la risoluzione ONU volta ad applicare ulteriori sanzioni punitive all'Iran. Washington e Tel Aviv stanno perdendo un alleato strategico fondamentale per il mantenimento dei precari equilibri geopolitici mondiali, che a questo punto paiono inesorabilmente compromessi.

Il contesto

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