giovedì 15 luglio 2010

Inquinamento: un mare di deroghe

Gianni Lannes
Più bandiere blu meno reati ambientali? Più controlli meno tuffi proibiti? Stesse spiagge, stesso mare ma bagni vietati o ammessi secondo i confini regionali, come se la capacità di resistenza umana ai colibatteri e ai reflui chimici rientrasse in un corredo genetico trasmesso federalmente. Caraibi d’Italia o pattumiera del Mediterraneo? Gratta e vinci l’inghippo, a parte la preclusione ai comuni mortali per arenili e scogliere demaniali. Basta incrociare i numeri (ultimo quinquennio) dello stesso ministero e i riscontri delle associazioni ambientaliste (Greenpeace, Legambiente, Wwf) per comprendere che i conti ufficiali non tornano. Se poi si naviga, si nuota o ci si immerge attorno e lungo lo Stivale, l’impressione è che i soliti esperti abbiano fotografato la Polinesia. Chi bara in alto? «In Italia non è mai stato fatto un programma di ricerca scientifica sulle coste» avverte Giuseppe Cognetti, docente di biologia marina all’università di Pisa. Che fare? «Avviare un programma di ricerca per stabilire l’effettivo stato di salute delle coste italiane – suggerisce il professor Cognetti – I controlli istituzionali vengono invece fatti solo se c’è un pericolo imminente». Il quadro che ne risulta è impreciso....
 «Se si fa un’analisi sugli organismi bersaglio – ribadisce l’esperto – per esempio, i mitili che non si spostano e che concentrano una gran quantità di plancton filtrando anche più di un litro d’acqua all’ora, e si va a vedere la concentrazione dei metalli pesanti, allora si ottiene una base di controllo valida che permette di valutare l’effettiva pericolosità di una zona». Allora, diamo un’attenta occhiata allo Stivale – comprese le aree protette – con gran parte delle spiagge colme di rifiuti solidi (in prevalenza plastica). Il Mezzogiorno si comporta come una repubblica autonoma: la Puglia non depura le acque; la Campania ha una concentrazione di discariche marine (e non solo) da brivido; la Calabria effettua i controlli a spizzichi e bocconi; l’Abruzzo fa finta di niente, eppure il 60 per cento dei 132,3 chilometri litoranei affondano nella melma tossica. Ma c’è chi sta peggio nonostante le correnti subacquee: la Sicilia. E’ il caso più clamoroso di difformità tra i risultati delle scarse verifiche e la loro traduzione in divieti di balneazione. La Sardegna detiene il record di costa non controllata: 505 chilometri; inoltre, registra 30 chilometri balneabili per deroga ed ospita sul 14,3 per cento di costa: porti, aeroporti e zone militari. La Basilicata vieta di bagnarsi alle foci dei fiumi, dei torrenti, dei canali fognari ma non indica l’ampiezza di tali aree: non controlla 27,1 chilometri su 59,7 complessivi. Il Molise non tiene d’occhio 5,5 chilometri su 32,5: la foce del fiume Biferno (dal quale si vorrebbe attingere acqua per la Puglia) nei pressi di Termoli è “off limits” da un ventennio a causa degli sversamenti industriali. Anche il centro-nord vanta un campionario di occultamenti più o meno camuffati. Le Marche offrono 30 chilometri balneabili per deroga: i divieti sono indicati dalle coordinate geografiche, obbligando i bagnanti a munirsi di goniometro e bussola per scoprire le aree interdette. L’Emilia Romagna annovera 60,2 chilometri balneabili solo per deroga su 133,5. Il Veneto presenta il 20 per cento della costa non balneabile e non controlla 90 chilometri su 189,3. Singolare coincidenza: il divieto di aprile sparisce a maggio ma ricompare ad ottobre. Il Friuli Venezia Giulia detiene il primato italiano per usi diversi del mare. Specialità: porti, aeroporti, zone militari (51 per cento della costa). Non è tutto: ha 5 chilometri vietati per inquinamento su 106,9. Gran parte della Liguria annega negli idrocarburi e nei metalli pesanti, ma i litorali sono accessibili per decreto. Circa il 40 per cento della fascia costiera della Toscana è a rischio ma la regione si guarda bene dal pubblicizzarlo. Il Lazio ha fissato solo da qualche anno le coordinate geografiche dei punti di campionamento, ma continua ad indicare solo le zone idonee alla balneazione, costringendo cittadini e turisti ad individuare i divieti per sottrazione. «Nel Belpaese sommando anomalia ad anomalia si arriva allo scandalo generale – conferma il professor Giorgio Nebbia – Il ciclo della depurazione zoppica vistosamente: 8 mila depuratori su 12 mila funzionano a singhiozzo». L’Istituto Nazionale di Statistica ha censito “oltre 1200 impianti costruiti e non in funzione” (il 45 per cento al Sud). La normativa sulla balneazione dispone che i prelievi vengano fatti ogni anno d’estate, almeno due volte al mese, ma l’Arpa li effettua a maggio. In base ai dati le Regioni devono stabilire quali zone siano idonee alla balneazione e quali no. E’ compito dei Comuni segnalare le zone dei divieti. La legge però è lacunosa: molti inquinanti non sono tra le sostanze da monitare e, per i nocivi streptococchi fecali, la percentuale di campioni favorevoli è stata ridotta all’80 per cento, rispetto al 90 previsto dalla direttiva comunitaria. Ancora in contrasto con la normativa europea, l’Italia consente di non campionare per due giorni dopo le piogge e concede numerose deroghe sull’eutrofizzazione. Per questi trucchetti il giardino d’Europa è stato citato in sede comunitaria numerose volte. Quanto alle eccezioni, una curiosità: il Consiglio Superiore di Sanità già nel 1985 aveva stabilito che le deroghe potevano essere attuate per “un lasso di tempo massimo di tre anni” e ribadiva “l’urgente necessità di tutti gli interventi atti a rimuovere le cause prime del fenomeno eutrofico”. Un terzo della popolazione italiana non è allacciata a impianti di depurazione. I problemi sono sempre gli stessi – depurazione effimera, erosione costiera, inquinamenti industrial-petroliferi, cementificazione dilagante – ma le conseguenze si aggravano. L’Italia è ancora quella terra che in lingua ebraica vuol dire “isola della rugiada divina”?


Acque truccate

Accade in 11 Paesi dell’Unione europea, ma soprattutto in Italia: migliaia di arenili scomparsi dai litorali; cancellati dagli elenchi ufficiali e chiusi alla balneazione, ma non segnalati ai cittadini. La Commissione europea ha rilevato che dal 1991 in poi, numerosi siti balneari sono stati eliminati dalle liste dei Paesi Ue. E quindi pure dall’obbligo di osservare le norme comunitarie sulla tutela dei bagnanti. Secondo i dati disponibili, i luoghi balneari chiusi ammontano a più di 7 mila. Oltre metà dei casi riguarda acque interne, ossia le sponde di laghi e fiumi. La Germania indossa la maglia nera: dal 1992 ad oggi ne ha soppressi 1.084 su 2.645. Per la acque costiere i divieti di balneazione assommano a 2.810. E l’Italia guida la non invidiabile classifica: dal 1991 al 2008, ben 1.486 zone di balneazione su 5.931. Da Lignano Sabbiadoro ad Alcamo, da Ancona a La Spezia, non c’è regione costiera o con acque interne a cui non sia sparita qualche zona che prima veniva monitorata. Così Bruxelles che sente puzza di inquinamento ha inviato a Roma due diffide, il primo passo nel procedimento di infrazione. Identiche missive anche per Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia. Bruxelles concede ogni anno le ambite bandierine azzurre, quelle dell’eccellenza, e verdi, della possibilità di balneazione, oppure boccia una spiaggia con il vessillo rosso, ancora peggio, nero. Osservando lo Stivale il governo ha fatto sparire 439 zone di balneazione interne, fiumi e laghi, su un totale di 989, mentre per le acque costiere si contano 1.047 soppressioni. La Commissione fornisce pure l’elenco di tutti i 1.486 siti interessati, con tanto di comune e nome della località per una mappa che tocca tutte le regioni italiane, isole comprese, con la Sicilia tra le più soppresse. La diffida di Bruxelles conferma una disattenzione che ha portato al fallimento di tutte le politiche di risanamento territoriale. Ci sono in Italia 1.060 chilometri di litorale permanentemente vietati alla balneazione: sono tratti di costa totalmente abbandonata a se stessa, sulla quale lo Stato ha gettato la spugna. Sommando anomalia ad anomalia si arriva al dato generale: un terzo della popolazione italiana non è allacciata a impianti di depurazione delle fogne. Si hanno dati esaustivi solo riguardo a 4700 depuratori su un totale di oltre 12 mila. L’Istituto nazionale di statistica ha censito oltre 1200 depuratori costruiti e non in funzione, per oltre il 45 per cento situati nelle regioni meridionali. Le Regioni devono stabilire quali zone siano idonee alla balneazione e quali no. E’ compito dei comuni segnalare le zone dei divieti.
Terranostra

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