martedì 6 luglio 2010

Kabul-Dubai, i soldi volanti

Carlo Musilli
Impacchettati, messi su un aereo e portati in un paradiso fiscale. Così, dal 2007 ad oggi, più di 3 miliardi di dollari in contanti hanno preso il volo dall’aeroporto di Kabul. Sembra che fossero soldi dichiarati e che il loro trasporto fosse perfettamente legale. Sennonché, la somma era un tantino troppo alta per non destare sospetti, specialmente in un paese dall’economia ristretta come l’Afghanistan, il cui prodotto interno lordo nel 2009 era di appena 13 miliardi e mezzo. E agli americani dei piccoli sospetti sono venuti.
Fonti governative statunitensi hanno dichiarato al Wall Street Journal che la maggior parte di quei soldi è stata accumulata all’estero da alti funzionari afgani e proviene dagli aiuti europei e statunitensi, dal commercio d’oppio e dall’estorsione. Una fortuna fatta di dollari americani, corone norvegesi, rupie pachistane, riyal sauditi e perfino vecchi marchi tedeschi....
Le banconote atterravano a Dubai, per poi finire in una delle paradisiache banche degli Emirati Arabi o essere ulteriormente spostati negli Stati Uniti, in Europa, in Pakistan o di nuovo in Afghanistan.
Nita Lowey, la sovrintendente americana allo stanziamento di fondi per l’Afganistan, ha tagliato dal disegno di legge per il 2011 tutti gli aiuti non destinati all’assistenza umanitaria diretta. Il che significherà inviare poco meno di 100 milioni, 3,9 miliardi meno del previsto. “Non ho intenzione di stanziare neanche un altro centesimo per gli aiuti all’Afghanistan - ha dichiarato la Lowey - fino a quando non sarò sicura che i soldi dei contribuenti americani non vadano a finire nelle tasche di funzionari governativi corrotti, spacciatori di droga e terroristi”. Giovedì scorso il Congresso ha approvato.
In risposta, l’Alto Ufficio dell’Anticorruzione del governo afgano ha aperto un’inchiesta per chiarire la situazione. Ma difficilmente questo rassicurerà gli americani, visto che tra coloro che sono maggiormente sospettati di inviare soldi sporchi all’estero figurano anche vari parenti di Karzai (incluso uno dei fratelli, Mahmood Karzai), membri della sua amministrazione (fra cui il Vice Presidente Mohammed Fahim) e compagnie afgane legate a lui in modo più o meno diretto.
Ora, perché non si riesca a indagare sui soldi volanti una volta che sono atterrati a Dubai è facilmente comprensibile. Ma com’è possibile che non si riesca a sapere granché nemmeno di quando erano in Afghanistan?
Semplice, il denaro non si sposta seguendo i tradizionali protocolli bancari, ma attraverso le hawalas, reti di rapporti fiduciari che consentono di trasferire soldi sulla base di prestiti d’onore e parole-codici. Nessuna contabilità. Ovviamente costano molto meno delle transazioni bancarie e sono anche molto più rapide. Alla dogana poi i corrieri non dichiarano l’origine del denaro che trasportano e sui documenti il nome del mittente non compare mai. “Non sappiamo niente di quei soldi - ha detto nel dicembre scorso il ministro delle finanze afgano, Omar Zakhilwal - né di chi siano, né perché escano dal paese, né dove vadano”.  E stiamo ancora parlando di soldi dichiarati legalmente alla dogana, non di quelli portati illegalmente aldilà del confine.
Tutto questo per Barack Obama rappresenta l’ennesimo problema da risolvere. Il Presidente americano accarezza il sogno di ritirare le truppe in tempo per la campagna elettorale del 2012 e presumibilmente non vorrebbe farlo alla maniera di Nixon. Ma anche soltanto per ipotizzare di lasciare l’Afghanistan in mano agli afgani, è essenziale che il governo del paese goda di un minimo di credibilità. Purtroppo non è così.
Non solo la legittimità della rielezione di Karzai è più che dubbia, causa brogli, ma la corruzione e il sospetto che il potere afgano sia coinvolto nella sparizione di aiuti internazionali e perfino nel traffico di oppio causa la grande impopolarità del governo.
D’altra parte nessun funzionario è ancora stato arrestato, il che fa sorgere qualche incertezza sulla buonafede di Karzai. E più scendono le quotazioni del Presidente, più si rafforza la posizione dei Taliban. Per la Casa Bianca combattere la corruzione in Afghanistan è importante tanto quanto combattere i ribelli. Fare chiarezza sui soldi volanti conta quanto vincere una battaglia sul campo.
Il vero problema è il conflitto d’interessi: indagare su chi ha portato il denaro fuori dal paese vorrebbe dire mettere sotto accusa i principali alleati nella guerra contro i Taliban in uno dei momenti più difficili dall’inizio del conflitto. Zabiullah Mujahedd, portavoce dei ribelli, ha dichiarato in un’intervista alla Bbc: “Siamo certi di vincere. Perché mai dovremmo alzare le mani, avviare un dialogo, ora che le truppe straniere stanno pianificando il loro ritiro e i nostri nemici hanno grandi divisioni al loro interno?”. 


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