venerdì 9 luglio 2010

La casetta in Canadà

Stefano Montanari
Un po’ più di mezzo secolo fa Gino Latilla riscosse un grande successo cantando una canzone chiamata “La Casetta in Canadà” con tanto di accento sulla a finale. Si trattava della storia vagamente idiota di un tale Martino che si era costruito una bella casetta da qualche parte del Canada per vedersela incendiata da tale, non meglio identificato, Pinco Panco. Martino, però, non fece una piega e ricostruì la casetta, casetta che Pinco Panco provvide subito ad incendiare. E Martino? Imperterrito si costruì un’altra casetta cui Pinco Panco si affrettò a dare fuoco. E così più o meno ad infinitum.
Storia vagamente idiota, ho detto, ma per niente dissimile alla farsa che sto vivendo io da anni e, lo confesso, con un certo divertimento....


Ripercorrendo in breve una vecchia storia per arrivare alla notizia di oggi, forse si ricorderà la sottrazione del primo microscopio da parte di un personaggio del CNR (personaggio che, poi, non usò mai l’apparecchio), la sottrazione del secondo microscopio da parte della Onlus Bortolani con l’appoggio del ragionier Giuseppe (Beppe) Grillo (il microscopio è da cinque mesi e mezzo rigorosamente inattivo all’Università di Urbino), la costituzione di un’associazione chiamata Ricerca Viva nata per finanziare le nostre ricerche con cui io raccolsi 6.000 Euro per vedermeli sparire verso mete ignote, e il tentativo dei grillini di Firenze di raggranellare qualche soldo per noi, tentativo naufragato per le minacce del ragionier Giuseppe (Beppe) Grillo arrivate tramite l’avvocato Maurizio Grillo (nipote del ragioniere).
Queste sono solo alcune delle tappe della lunga storia di quella sorta di Martino e Pinco Panco che io e i coprotagonisti della palliata siamo diventati.

Più o meno un anno fa, venne fondata in quel di Prato un’associazione chiamata Ricerca è Vita avente lo scopo fondamentale di dare una mano alle nostre ricerche in campo ambientale e sanitario. Mia moglie, la dottoressa Gatti, ne era la presidentessa.
In quel modo – pensammo – non saremmo più caduti nelle trappole delle associazioni precedenti. E invece…
Presentato lo statuto, ottenemmo senza difficoltà lo status di onlus, status confermato nell’ottobre scorso a seguito di una verifica istituzionale. Dunque, nessun problema e, piano piano, si raccolgono 31.000 Euro, cifra modestissima sì ma ossigeno puro con cui si pensa di finanziare una parte di una ricerca sulle malformazioni fetali da polveri (in pubblicazione) e di istituire una borsa di studio per un giovane che voglia apprendere le nostre tecniche.

Ora, il fulmine a ciel sereno: l’Agenzia delle Entrate della regione Toscana ci cancella dall’elenco delle onlus. Perché? Ma perché abbiamo “violato il rispetto del punto 11, art. 10 comma 1 del Divo 460/97 per mancanza del requisito soggettivo riferito appunto ai soggetti che possono svolgere la ricerca scientifica.”

Insomma, abbiamo rotto le scatole.
A chi? Beh, l’elenco è lungo e ognuno faccia le proprie supposizioni. Il fatto è che cantare fuori del coro, sfuggire all’italicissimo modus vivendi basato sul fare il proprio guicciardiniano “particulare”, non accettare di chiudere gli occhi di fronte alle schifezze pluriquotidiane dà molto fastidio, e la cosa che mi diverte di più è che dà fastidio anche ai poveri cristi che da noi non ricavano altro che benefici.

L’altro ieri il presidente della Camera Gianfranco Fini è andato a Ravenna e, nel discorso d’obbligo, ha affermato che dobbiamo aiutare in ogni modo la ricerca se vogliamo sopravvivere. Ecco, Presidente, un bell’esempio. Ma, dopotutto, in questa felice Penisola non da operetta ma da farsa, la ricerca la fanno quelle università che, dieci anni dopo di noi, scopiazzandoci goffamente e spendendo patrimoni, arrivano alle nostre stesse conclusioni.

Viva l’Italia!

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