giovedì 29 luglio 2010

Prove tecniche (non - violente) del colpo di stato

Giacomo Gabellini
Più di duemila anni fa, il celebre stratega cinese Sun Tzu (si trattò, con ogni probabilità, di un nutrito gruppo di filosofi) scrisse che "Ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità. Sottomettere l'esercito nemico senza combattere ne è invece la massima dimostrazione".
C'è da pensare che i facinorosi strateghi del Pentagono abbiano tenuto in forte considerazione questo avvertimento nel forgiare la  nuova "Arte della guerra" così accuratamente descritta nell'apposito manuale pubblicato in svariate lingue (soprattutto in quelle, guarda caso, parlate nei paesi i cui regimi sono invisi agli Stati Uniti) dalla statunitense "Albert Einstein Institution", fondata dal filosofo statunitense (studioso dei movimenti non violenti) Gene Sharp. Se Sun Tzu si prefiggeva infatti l'obiettivo di gestire i conflitti facendo leva sulla capacità di adattamento indispensabile per volgere le situazioni a proprio vantaggio senza far ricorso alla forza bruta, le attuali finalità imperialistiche americane....
paiono altrettanto orientate a mettere momentaneamente da parte il bastone per far maggiormente ricorso alla carota. Il manuale redatto da Gene Sharp e pubblicato dall'istituto sopra citato non risponde ad alcuno scopo di lucro (può essere riprodotto e liberamente diffuso senza il consenso dell'autore), e le pratiche che suggerisce di adottare per condurre a buon fine le rivoluzioni sono direttamente riconducibili alla strategia della "carota" promossa dagli americani da diversi anni a questa parte. Queste rivoluzioni sono comunemente definite "colorate" in quanto i loro promotori e sono soliti richiamarsi a un colore (o a un fiore) specifico, elevato a simbolo di lotta contro la presunta oppressione di cui sostengono di esser vittime. Il manuale recita che "Come gli ufficiali di un esercito devono comprendere la struttura delle forze in campo, le tattiche, le logistiche, le munizioni, gli effetti della geografia e quant'altro al fine di tracciare la strategia militare, così i pianificatori della sfida politica devono comprendere la natura e i principi della lotta non - violenta". I richiami a Sun Tzu sono evidenti, così come stridente risulta l'affiancamento delle espressioni "strategia militare" e "lotta non violenta". Il manuale prosegue affermando che "Se le influenze psicologiche e ideologiche che abitualmente inducono il popolo a obbedire e ad appoggiare i governanti sono indebolite o ribaltate, la popolazione sarà più incline a disobbedire e a non cooperare". Il rilievo è interessante, in quanto partendo da questi presupposti, è chiaro come i regimi che ci si prefigge di ribaltare non siano quelli deboli o comunque indeboliti dai contrasti con il popolo, bensì quelli che godono di vasti bacini di consenso. I metodi indicati dal manuale per elevare il livello di tensione sono piuttosto chiari: "Differenze regionali, di classe, culturali o nazionali possono diventare acute", il tutto "Evitando negoziati e compromessi", considerati meri "Guadagni tattici che non facilitano il conseguimento degli obiettivi". L'intenzione dichiarata non è quindi quella volta a conquistare posizioni strategiche, ma di sovvertire l'ordine costituito, gettando benzina sul fuoco, cioè fomentando dissidi interetnici e interculturali. La ciliegina sulla torta arriva però quando il manuale si sofferma sul ruolo cruciale che un’ambigua (non molto in realtà) e non meglio specificata "Assistenza internazionale" è chiamata a svolgere per il buon esito delle operazioni sovversive. Mediante il controllo capillare dei mezzi di comunicazione, a questa “Assistenza internazionale” sono assegnati i compiti relativi alla "Raccolta di intelligence sulle operazioni della dittatura" e al "Controllo delle risorse finanziarie, del sistema economico, della proprietà, delle risorse naturali, dei trasporti e dei mezzi di comunicazione", da mettere ovviamente a disposizione dei rivoltosi; è qui che subentra il ruolo determinante dei media nel bilancio della rivoluzione. Già nel lontano 1929 l'acuto scrittore Curzio Malaparte, nel suo saggio "Tecnica del colpo di stato", aveva sostenuto la tesi secondo cui molte rivoluzioni sarebbero in realtà da considerare dei veri e propri golpe, progettati ad arte da sparuti manipoli di tecnici detentori dei mezzi di comunicazione. Così è effettivamente accaduto in occasione del rovesciamento del premier romeno Niculae Ceausescu nel 1989, quando i suoi oppositori riesumarono svariate decine di cadaveri dal cimitero di Timisoara e li agitarono come martiri caduti sotto il fuoco delle armate presidenziali. L'accurata opera di mistificazione messa in atto dai giornalisti del tempo diede modo all'opinione pubblica mondiale di credere che la Romania fosse vittima dei deliri di onnipotenza di un sanguinario despota dedito a massacrare civili inermi. Al riguardo, il filosofo del diritto Giorgio Agamben scrisse che "Per la prima volta nella storia dell'umanità, dei cadaveri appena sepolti o allineati sui tavoli degli obitori sono stati dissepolti in fretta e torturati per simulare davanti alle telecamere il genocidio che doveva legittimare il nuovo regime. Ciò che tutto il mondo vedeva in diretta come la verità vera sugli schermi televisivi, era l'assoluta non - verità; e, benché la falsificazione fosse a tratti evidente, essa era tuttavia autentificata come vera dal sistema mondiale dei media, perché fosse chiaro che il vero non era ormai che un momento del movimento necessario del falso". E' implicito (ma ovvio) che l'unica cosiddetta "Assistenza internazionale" in grado di fornire ai riottosi questa assistenza onnicomprensiva sia quella identificabile con i gruppi finanziari europei e (in larghissima parte) statunitensi. Nel suo ottimo libro "La non - violenza", Domenico Losurdo, prendendo in esame la cosiddetta "Rivoluzione delle rose" in Georgia, che ha portato alla destituzione di Eduard Shevardnadze e alla conseguente presa del potere da parte di Mikheil Saakashvili, afferma che "La corruzione del regime [di Shevardnadze] è mostrata in tutti i suoi aspetti. All'occorrenza non esitando a mentire. A metà novembre delle riviste tedesche affermano che i parenti di Shevardnadze hanno acquistato per lui una lussuosa villa nella città termale di Baden Baden, nel sud della Germania. Secondo "Bild" il valore della residenza ammonta a 11 milioni di euro. L'informazione non è confermata. Che importa? La notizia è troppo bella e Roustavi 2 e 24 Saati [canali televisivi georgiani] esibiscono una foto di una immensa residenza che potrebbe effettivamente essere collocata in Germania o in qualsiasi altra parte del mondo. Verremo poi a sapere da una delle nostre fonti di informazione che la foto esibita è stata presa a caso su internet". Come è ben noto, malgrado queste illazioni costruite ad arte sul suo conto, le elezioni decretarono la vittoria di Shevardnadze. L'opposizione guidata da Saakashvili le qualificò prontamente come truccate e organizzò una marcia su Tbilisi, con un seguito di poco più di 10.000 persone che, con l'ausilio di qualche buona ripresa, sembrarono essere molte di più. Le immagini che ritraevano quell'ondata di folla apparente al seguito dell'opposizione guidata da Saakashvili raggiunsero l'intero paese e ingrossarono gradualmente le fila dei rivoltosi, che reclamarono a gran voce (non solo a gran voce, per la verità) ed ottennero le dimissioni del primo ministro rieletto Eduard Shevardnadze. La stessa vicenda si è ripetuta lo scorso anno in Iran, con quella che molti giornali occidentali definirono "Onda verde" a sostituire i sostenitori della "Rivoluzione delle rose" e con Mir Hussein Mousavi, dipinto dalla stampa occidentale come un vero e proprio ministro della non - violenza, a rimpiazzo di Mikheil Saakashvili. Il 24 giugno 2009 la giornalista Viviana Mazza, dalle colonne del "Corriere della Sera" diede modo a Ramin Jahanbegloo, professore di storia contemporanea dell'Iran a Toronto, di proporre un accostamento tra Mousavi e, udite udite, Mohandas Karamchand “Mahatma” (termine indiano affibbiatogli da Tagore che significa “Grande Spirito”) Gandhi; costui è arrivato a sostenere addirittura che "Se Gandhi adottò l' arcolaio come simbolo della nonviolenza, il movimento in Iran all' inizio ha assunto Mousavi come simbolo (...). Queste manifestazioni senza precedenti in 30 anni sono spesso viste come uno scontro tra i sostenitori di Mousavi e Ahmadinejad, ma credo che le richieste vadano oltre le elezioni e oltre Mousavi: è in corso una crisi di legittimità del sistema". Queste versioni estremamente unilaterali dei fatti tendono ad accreditare l'imbarazzante tesi secondo cui i Pasdaran al seguito del presidente Mahmoud Ahmadinejad avrebbero ribaltato l'esito delle votazioni, malgrado il responso ufficiale delle urne avesse decretato la sua rielezione con un margine di vantaggio soverchiante (63% contro 33%) sul suo rivale Mousavi. Il fallimento della rivoluzione colorata, dovuta allo scarso coinvolgimento popolare iraniano, ha spinto i burattinai della cosiddetta "Onda verde", l'Ayatollah Rafsanjani su tutti, a radicalizzare lo scontro, ed è chiaro come le continue sommosse, con rispettivi spargimenti di sangue da ambo le parti, mirino a un rovesciamento violento del governo guidato da Ahmadinejad. Questa dinamica dei fatti mostra chiaramente come i richiami alla non - violenza propugnati in tempi diversi da profondi conoscitori dell'animo umano come Sun Tzu e Gandhi siano stati indegnamente strumentalizzati dai gruppi di potere occidentali, interessati ad abbattere ogni ostacolo sulla via che conduce al predominio, come sottolineato magistralmente da Losurdo, che conclude il capitolo dedicato alle rivoluzioni colorate sostenendo che "La proclamazione dell'ideale della non - violenza va di pari passo con la celebrazione dell'Occidente, che si erge a custode della coscienza morale dell'umanità e si ritiene pertanto autorizzato a scatenare destabilizzazioni e colpi di stato, nonché embarghi e guerre "umanitarie" in ogni angolo del mondo. Nel manuale di "lotta realisticamente non violenta" la parola d'ordine cara a Gandhi si è trasformata in uno strumento della politica imperiale di un paese che ha un mostruoso bilancio militare, un arsenale nucleare capace di annientare più volte l'umanità e basi militari installate in ogni angolo del pianeta, che lo mettono in grado di intervenire militarmente dappertutto. Si, da Gandhi è stata ereditata l'attenzione alle tecniche di produzione dell'indignazione morale, ma ora il “Satyagraha” [termine indiano che indica la lotta non - violenta] si è rovesciato nel suo contrario: da "forza nella verità" si è trasformata in un'inedita forza nella manipolazione".

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