giovedì 1 luglio 2010

Terrorismo e ipocrisie

Giacomo Gabellini
“Troppo faticoso soccorrere me stesso e il prossimo”.

Bertold Brecht

Pochi giorni fa il generale statunitense Stanley McChrystal, comandante in capo del contingente statunitense in Afghanistan, ha rilasciato un'intervista al vetriolo alla nota rivista musicale "Rolling Stone". Costui ha speso parole durissime nei confronti dell'amministrazione in carica e dei due vertici politici che la guidano (il presidente Barack Obama e il vicepresidente Joe Biden), accusandoli di ignoranza in merito alla vicenda afghana e di incompetenza in ambito strategico e militare. L'intervista, al di là della credibilità delle accuse contenute in essa,...

ha comunque sortito un vero e proprio sconquasso all'interno dello stato maggiore statunitense, costringendo McChrystal (che il fantoccio Hamid Karzai ha definito "Il miglior generale che gli Stati Uniti abbiano inviato in Afghanistan in nove anni") alle dimissioni e determinando la nomina del generale David Petraeus, già al comando in Iraq, come nuova guida delle truppe americane in Afghanistan. L'occupazione dell'Afghanistan, in atto dal lontano ottobre 2001, è non solo l'operazione bellica più lunga nella storia degli Stati Uniti, ma anche, con ogni probabilità, quella più vergognosa (a pari merito con l'attacco all'Iraq) e quella condotta nella maniera peggiore. Molti osservatori sono giunti alla conclusione che il conflitto mediorientale sia oramai irreversibilmente sfuggito di mano agli americani, e che la decisione di aggiungere altri 30.000 soldati al già nutrito contingente Nato non farà altro che procrastinare il momento dell'inevitabile ritiro. Ancora una volta gli Stati Uniti hanno dato ribadito platealmente la dabbenaggine che da svariati decenni connota le loro scelte in materia di politica estera. Il successo popolare riscosso dalla grottesca crociata antiterrorista lanciata da Bush all'indomani dei controversi fatti dell'11 settembre, ha subito messo in luce l'inadeguatezza americana nell'affrontare i problemi che attanagliano questa complessa contemporaneità. Gli USA mostrano di non aver compreso le dinamiche proprie della cosiddetta "modernità liquida", con l'avvento della quale le vecchie strutture pesanti su cui costoro continuano a far riferimento si sono fatte obsolete dinanzi alla dinamicità su cui possono contare le reti, che si caratterizzano invece per fluidità e adattabilità. Scrive Zygmunt Bauman: "I fluidi scorrono, traboccano, si spargono, filtrano, tracimano, colano, sgocciolano, trapelano; a differenza dei solidi non sono facili da fermare: possono aggirare gli ostacoli, scavalcarli o ancora infiltrarvisi. Dall'incontro con i corpi solidi escono immutati, laddove questi ultimi, qualora restino tali, non sono più gli stessi, diventano umidi o bagnati. La straordinaria mobilità dei fluidi è ciò che li associa all'idea di leggerezza". Tutte le caratteristiche proprie ai liquidi connotano in maniera piuttosto evidente le reti, terroristiche o di semplice resistenza, che tengono da anni in scacco i più potenti eserciti mondiali. Le reti terroristiche hanno struttura orizzontale e non verticale, non battono alcun tipo di bandiera ma si insediano di volta in volta in paesi politicamente traballanti; se incontrano grattacapi in un paese specifico, si comportano alla stregua delle grandi multinazionali: snazionalizzano. Fronteggiare efficacemente queste reti terroristiche confidando solo ed esclusivamente sul proprio dominio soverchiante in campo tecnologico e militare porta a iscrivere la sedicente "guerra al terrorismo" nel novero delle classiche guerre tradizionali (che vedevano eserciti nazionali contrapposti), imboccando di fatto una strada che porta dritti al suicidio. La parola chiave a cui far riferimento in un contesto simile è quella di "asimmetria". Una asimmetria totale, riscontrabile in tutti gli aspetti della questione. Asimmetrici sono i protagonisti della contesa, che vede una coalizione di stati strutturalmente solida contrapporsi a un complesso di reti "fluide" prive di nazionalità. Asimmetrici sono i mezzi impiegati; droni, bombe al fosforo, artiglierie pesanti da un lato, obsoleti Kalashnikov e semplici ordigni rudimentali dall'altro. Asimmetria delle tattiche; i terroristi pianificano attentati dove meglio credono, gli stati colpiti non sanno dove reagire. Gli attentatori evidenziano numerosi tratti corrispondenti al pregevole identikit del partigiano disegnato da Carl Schmitt (a parte l'aspetto prettamente "tellurico" del partigiano, assolutamente non corrispondente a quello dell'attentatore, che è indiscutibilmente "apolide" o "transnazionale"). "Occorre operare da partigiani ovunque vi siano partigiani", avvertì a suo tempo un personaggio notoriamente geniale come Napoleone, che nella sua immensa lungimiranza riuscì a cogliere immediatamente il nocciolo del problema. Il terrorismo deve buona parte della sua efficacia all'efficientissimo sistema di comunicazione di cui si avvalgono i membri che ne fanno parte; un buon punto di partenza sarebbe quello di dotarsi di un funzionale sistema di spionaggio, tramite il quale intercettare o manipolare notizie, allo scopo di prevenire gli attentati o disorientare gli attentatori. Attrezzarsi decente in questo senso presenta ovviamente molte difficoltà, anche in forza del fatto che in nome del perseguimento di uno scopo così alto, come l'eliminazione del terrorismo, si corra il rischio di naufragare verso un sistema orwelliano di controllo totale e di limitazione delle libertà individuali. Il limite tra sicurezza e oppressione si farebbe così molto labile. Tutte queste misure sono comunque dei meri interventi sugli effetti, mentre chi scrive è convinto che per debellare il terrorismo occorra in primo luogo interrogarsi sulle cause che lo producono, e non agire asetticamente sulle conseguenze che comporta. Sradicare le radici dell'odio significa smettere di farsi sordi e ciechi di fronte al dolore e alla disperazione altrui (cosa di cui noi occidentali non siamo mai stati capaci) e farla finita di tutelare solo ed esclusivamente gli interesse dei gruppi di potere dominanti. Perseverare su questa linea equivale a gettare benzina sul fuoco. Il monito "O con noi o contro di noi" lanciato dal presidente Bush anni orsono non pare assolutamente passato di moda dopo l'elezione del democratico Obama, che si configura così come un semplice arretramento tattico che non va a modificare nulla di sostanziale. Questo atteggiamento scandaloso, che rifiuta a priori ogni forma di contestazione della dilagante mania americanista, fa del terrorismo (islamico in particolare) una sorta di spaventapasseri, uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nasconde, neanche troppo bene, un progetto di rafforzamento, presso l'opinione pubblica "che conta", del sistema turbocapitalista eterno generatore di disuguaglianze spaventose in tutto il mondo. 

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