venerdì 9 luglio 2010

Variazioni sull'americanismo

Giacomo Gabellini

“C’è gente che pagherebbe per vendersi”.


Victor Hugo

Incredibile. Non c'è aggettivo più adatto a qualificare la nutrita masnada americanista, quella che, arrogante e isterica, scatta prontamente sull'attenti ogni qualvolta si presentino critiche o semplici divergenze nei confronti dell'ideologia a stelle e strisce. Caotica e disordinata, variegata e trasversale, essa si ritrova puntualmente, come d'incanto, a compattarsi repentinamente nella strenua difesa del più forte. Un'orda immensa ma mai sazia di nuovi adepti, che recluta tra le proprie fila, con estrema regolarità, dal serbatoio inesauribile di intellighenzia votata alla servitù, che lavora, instancabile e stakanovista, alla massiccia e capillare opera di riconversione dei fatti secondo i tranquillizzanti canoni imposti dal Verbo "politicamente corretto", in grado di capovolgere dialetticamente la realtà con un'efficienza e una performatività tale da far invidia al "Grande Fratello" di orwelliana memoria....
 Un nuovo "Ministero della Verità", che, per bocca di David Ignatius (editorialista del "Washington Post"), ha spacciato l'aggressione criminale all'Iraq per una "Missione di pace" volta ad esportare "umanitariamente" la democrazia occidentale. Costui ha avuto l'ardire di definire l'attacco all'Iraq "La più idealistica delle guerre moderne", indicando poi il falco Paul Wolfowitz come "L'idealista principe dell'amministrazione Bush", un vero e proprio intellettuale "Il cui cuore sanguina per l'oppressione del mondo arabo, che sogna di liberare". Simili manifestazioni di servilismo erano state offerte giusto dalla "Pravda" ai tempi della "Guerra Fredda". Con il collasso dell'Unione Sovietica e l'instaurazione di un mondo unipolare a guida saldamente statunitense, la gara a comprarsene i favori con simili atti di servilismo non ha conosciuto soste. La faziosità, la pura e semplice adulazione del "Capo" è una pratica a cui fa particolare ricorso il clero intellettuale, che, parallelamente a questa opera di magnificazione, ha coltivato un'allergia piuttosto marcata verso critiche e dissidenze, fomentando una vera e propria campagna di censura nei confronti di ogni intellettuale non allineato. Chi denuncia la strumentalizzazione dell'ONU operata dagli USA, chi prova ripugnanza per le guerre imperialiste che intraprendono regolarmente in tutto il mondo, chi sottolinea la discrepanza ipocrita tra la retorica dei diritti umani, vero e proprio cavallo di battaglia statunitense, e Abu Grahib e Guantanamo, viene sistematicamente spinto nell'angolo e ridotto al silenzio. Un meccanismo già chiaro al vecchio Aleksandr Solzenicyn, il quale, nel famoso discorso di Harvard dell'8 giugno 1978, affermò che "In URSS per zittire gli oppositori occorre rinchiuderli, qui in occidente è sufficiente sottrarre loro il microfono". Ecco far capolino l'accusa infamante di "antiamericanismo". Agli intellettuali di servizio alla Barbara Spinelli, personcina che ha avuto l'indecenza di scrivere che "L'antiamericanismo è l'humus che alimenta i violenti", che agitano questo spauracchio allo scopo di zittire i critici, chi scrive è lieto di far notare che una cosa è essere "Anti - Americani", un'altra è essere "Anti - Americanisti". Le tesi dei primi fanno leva su pregiudizi e antipatie strettamente personali, quelle propugnate dai secondi sono invece supportate da argomentazioni logiche indotte da ragionamenti basati su fatti empiricamente accaduti. E' molto facile, per questa congrega di esseri culturalmente subumani, strumentalizzare un acuto (e altrettanto abusatissimo) osservatore come Tocqueville, che ridusse a suo tempo i milioni di nativi sterminati e di neri schiavizzati a mera "Quantité négligeable", celebrando "La democrazia in America", "dimenticando" poi di far cenno alle pagine in cui egli stesso scrisse che "Gli americani, nei rapporti con gli stranieri, appaiono insofferenti della più piccola censura e insaziabili di lodi. La loro vanità non è soltanto avida, è inquieta e invidiosa". E' sempre Tocqueville, rivolgendosi ad un interlocutore statunitense e riferendosi ai tentativi di espansione verso sud avanzati dagli USA, a scrivere: "Ho visto non senza preoccupazione questo spirito di conquista, e persino di rapina, che da alcuni anni si manifesta tra di voi. Non è un segno di buona salute per un popolo che ha già più territori di quanti possa riempire". Parole straordinariamente attuali, in grado da un lato di rivelare inoppugnabilmente le caratteristiche che ancora oggi connotano la popolazione statunitense e di spiegare, dall'altro, la massiccia opera di adulazione messa in atto all'indomani del collasso dell'Unione Sovietica dal clero giornalistico (e non solo) occidentale. Passano gli anni, mutano gli equilibri, ma la tendenza, propria alla maggior parte degli intellettuali, a correre in soccorso del più forte non presenta il minimo segno di ossidazione.
Il Contesto

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