martedì 3 agosto 2010

Conto alla rovescia

Giacomo Gabellini
Il 21 settembre 2006, nel corso di un'intervista rilasciata al quotidiano "La Repubblica", Sergio Marchionne ha sostenuto che "Il costo del lavoro rappresenta il 7-8 per cento e dunque è inutile picchiare su chi sta alla linea di montaggio pensando di risolvere i problemi. Se avessi tagliato metà dei dipendenti, a parità di volumi, non avrei riportato Fiat Auto al pareggio.
Quando si perdono 3 milioni di euro al giorno, come succedeva fino a due anni fa, e uno pensa che sia colpa degli operai vuol dire che ha saltato qualche ponte sulla sua strada. Questi sono metodi che forse possono andar bene nel sistema anglosassone, ma che da noi non funzionano". Come troppe volte accade quando a pronunciare certi apparentemente ammirevoli discorsi sono personaggi legati a certi ambienti torinesi, la retorica si è dimostrata del tutto sconnessa alle azione,...
le quali hanno rivelato una volta di più l'arrogante aggressività che i vertici del Lingotto sono in grado di scatenare quando vengono giustamente messi in discussione i loro illeciti interessi. Dopo la turpe vicenda di Termini Imerese si è passati al ricatto agli operai di Pomigliano D'Arco, piegati con metodi per molti aspetti speculari a quelli adottati a suo tempo da Margaret Thatcher per porre fine ai voli pindarici dei minatori inglesi che chiedevano condizioni di lavoro meno oppressive, mentre le attuali vittime sacrificali della terapia - FIAT sono i lavoratori di Mirafiori. Durante una recente conferenza stampa in cui qualche giornalista ha avuto l'impudenza di chiedergli conto dei continui diktat che da tempo stava sottoponendo ai lavoratori dipendenti, Marchionne ha affermato che "Ci sono solo due parole che al punto in cui siamo richiedono di essere pronunciate: una è sì, l'altra è no. Sì - spiega - vuol dire modernizzare la rete produttiva italiana, no vuol dire lasciare le cose come stanno, accettando che il sistema industriale continui a essere inefficiente e inadeguato a produrre utile e quindi a conservare o aumentare i posti di lavoro. Se si tratta solo di pretesti per lasciare le cose come stanno è bene che ognuno si assuma la propria responsabilità, sapendo che il progetto "Fabbrica Italia" non può andare avanti e che tutti i piani e gli investimenti per l'Italia verranno ridimensionati". L'AD della FIAT pare qui calarsi nelle inedite vesti di prestigiatore, estraendo dal cilindro un retorico e accattivante ragionamento volto a coprire con un velo di ipocrisia lo storico e collaudato sistema FIAT, fondato sull'abuso del ricatto, da sottoporre ora agli operai, agitando loro lo spettro del licenziamento, ora allo Stato, ai cui vertici viene costantemente ricordato il numero dei "senza lavoro" (molto “politically correct”) che si troverebbero tra i piedi qualora non accettassero di scendere a compromessi "più ragionevoli", dove "ragionevoli" significa, essenzialmente, "vai a cagare". E' alla luce di questo distorto significato che i vertici del Lingotto conferiscono al termine "ragionevolezza" che va letta la decisione di non iscrivere la neonata "new company" (compagnia che si occupa di invalidare i vecchi contratti lavorativi e di riformularne di nuovi), alla Confindustria, in modo da consentire alla FIAT di sottrarsi ai paletti fissati dagli accordi nazionali di categoria e, conseguentemente, di stipulare arbitrariamente nuovi contratti con i lavoratori dipendenti. Pochi giorni dopo la FIAT ha, guarda caso, reso nota la decisione di delocalizzare la produzione della Multipla nella Serbia fresca di amputazione territoriale del Kosovo, la cui indipendenza è stata dichiarata legittima (malgrado non lo sia assolutamente) dalla corte di giustizia internazionale dell'Aja. La sciagurata aggressione NATO del 1999 aveva ricacciato la Serbia a livelli di sottosviluppo terzomondisti ha determinato l’instaurazione de una situazione estremamente favorevole ai gruppi imprenditoriali europei, che si sono ritrovati improvvisamente un serbatoio di manodopera a basso costo nel bel mezzo del Vecchio Continente. La FIAT ha, come molti altri, sfruttato la situazione, ma non è con il (solo) miope occhio economicista che è bene guardare alla faccenda, checché ne dicano i rozzi ministri del pensiero unico dominante. Come ha brillantemente fatto notare il sociologo Luciano Gallino, "Non diversamente dal 2006, il costo del lavoro in un´industria altamente automatizzata come l´auto rappresenta il 7-8 per cento del costo complessivo di fabbricazione. Portando la produzione da Mirafiori a Kragijevac, dove il costo del lavoro è meno della metà, la Fiat può quindi pensare di risparmiare al massimo tre o quattro punti sul costo totale. Ma se intende affrontare tutti i problemi sociali, sindacali e politici che dalla sua decisione deriverebbero per conseguire un risparmio così limitato, ciò significa che le sue previsioni di espansione produttiva, di vendite e di bilancio sono assai meno rosee di quelle che lo stesso amministratore delegato ha dato a intendere nei mesi scorsi. E questo dubbio ne alimenta un altro: che il vero obbiettivo non sia la riduzione del costo del lavoro, sebbene questo appaia evidente, bensì la realizzazione di una fabbrica dove regnano ordine, disciplina, acquiescenza assoluta agli ordini dei capi. Dove, in altre parole, il sindacato non solo assume vesti moderne, ma semplicemente non esiste, o non fiata". I recenti fasti di Detroit riservati da Barack Obama all'amerikano Sergio Marchionne sono un segnale chiaro che conferisce ampia credibilità alla tesi di Gallino. Dallo stabilimento Chrysler di Sterling Heights, l'AD Fiat ha dichiarato che "In Italia Fiat ha responsabilità che vanno al di là di una casa automobilistica. E il ruolo che il governo americano ha giocato qui è molto diverso da quello giocato in Italia. Mi auguro che la gente coinvolta riconosca il ruolo che Fiat sta giocando, è questo lo spirito di Fabbrica Italia". Al di là della palese incoerenza mostrata da questo viscido soggettino che nel 2006 parlava di "Metodi che forse possono andar bene nel sistema anglosassone, ma che da noi non funzionano", il messaggio contenuto nell'estratto sopra riportato è chiaro, se è vero che l'amministrazione guidata da Barack Obama ha messo fior di miliardi di dollari a disposizione delle case automobilistiche americane devastate dalla crisi(con la sola, ammirevole eccezione della Ford, che ha deciso di andare avanti con le proprie gambe), in barba ai più elementari dettami neoliberali tanto osannati oltreoceano. Gli Agnelli sono sempre parsi leoni, quanto a fame di aiuti statali, e nel silenzio assordante riservato dalla sedicente "sinistra" a questo sessantennale scandalo si è levata la voce di un personaggio (estremamente spregevole, peraltro) come Renato Brunetta a ricordare al signor Montezemolo che cianciava di “Non aver mai ricevuto un euro dallo stato” che la FIAT "E' un'azienda che da tanti anni viene aiutata dallo Stato. Corre una battuta: se sommassimo tutti gli aiuti dati nell'arco di 50-60 anni, ce la saremmo potuta comprare 2-3 volte". E mentre i sedicenti "sindacati" cedono ai continui diktat e ricatti presentati dal Lingotto invitando gli operai alla solita "ragionevolezza" nel totale immobilismo di quella che è probabilmente la classe politica più scadente che l'Italia abbia mai conosciuto, la magistratura picchia duro su quel briciolo di autonomia rimasta, nel generale giubilo dell'impero editoriale legato al duo luciferino Scalfari - De Benedetti. Gli avvisi di garanzia recapitati ai vertici di Finmeccanica hanno innescato una campagna mediatica di inaudita ferocia, a cui i giornali in mano agli individui sopra citati hanno dedicato decine e decine di articoli in cui si esprime sconcerto per la discutibile condotta morale tenuta da Guarguaglini e soci ("L'Espresso" parlò addirittura di "Sistema Finmeccanica"). Il metodo è sempre lo stesso; innalzare il livello di pubblica indignazione facendo leva su un moralismo ridicolo e ipocrita, ma estremamente accattivante e facilmente strumentalizzabile al perseguimento di scopi ben precisi. L'efficacia di questo travaglismo di bassa lega fu testata già all'epoca di "Mani Pulite" e per molti aspetti si rivelò determinante per la riuscita di quel colossale progetto eversivo. Come è noto a quanti non si sono lasciati rincoglionire dal terribile zeitgeist che domina attualmente la scena, si trattò di un colpo di stato giudiziario, in cui la magistratura funse da braccio armato della Grande Finanza americana che, in combutta con la Confindustria di Agnelli, portò allo smantellamento del tessuto industriale italiano e diede il via alla campagna di svendite progressive di un numero impressionante di aziende di stato. Telecom, Eni, Enel, Finmeccanica, Nuovo Pignone, SME, Autostrade, Alitalia e tantissime altre aziende furono svendute in allegria, nel generale tripudio di un'opinione pubblica maggiormente impegnata a seguire gli sviluppi relativi alle vicende giudiziarie di un manipoli di ladri di polli. Tuttavia lo stato è riuscito a detenere alcune quote di aziende strategicamente fondamentali come l'Eni o la Finmeccanica. Di conseguenza, lo smantellamento totale di quel poco autonomia italiana rimasta non può che dipendere direttamente dalle sorti di queste due compagnie, ed è proprio tenendo presente questa premessa che vanno lette l'arrogante linea imprenditoriale tenuta da Marchionne, volta ad indebolire ulteriormente la già comatosa classe politica italiana, e gli attacchi giudiziari e mediatici rivolti contro i vertici di Finmeccanica. Come si vede, le analogie che la situazione attuale presenta con quelle che caratterizzarono i mesi immediatamente precedenti allo scatenamento di "Tangentopoli" risultano piuttosto evidenti. Gli schieramenti paiono grosso modo gli stessi, con la presidentessa di Confindustria Emma Marcegaglia a tessere le lodi dell’arrogante condotta tenuta da Marchionne (qualche settimana fa, riferendosi ai rifiuti della FIOM, dichiarò che "E' incredibile che ci sia un no, davanti a un’azienda che va contro la storia, prende produzioni dalla Polonia e le riporta in Italia, investe 700 milioni di euro"), il quale ha ampiamente dimostrato di aver raccolto le redini lasciate da Giovanni Agnelli; con la stampa in mano al duo Scalfari - De Benedetti (ma non solo quella) ad agire sulla falsariga di quella legata ai grandi gruppi finanziari internazionali ("The Economist", "Wall Street Journal" eccetera) a picchiar duro come non mai sugli scandali penali (questa volta, anche sessuali) della fazione politica loro avversa e con una magistratura (probabilmente, in buona fede) chiamata a fare la parte del leone. Lenin sosteneva che "Una rivoluzione senza plotoni d'esecuzione è priva di senso", ed in effetti il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica avvenne tra una strage e l'altra, poiché se la cosiddetta "Stagione di Tangentopoli" fu l'appendice settentrionale, le stragi del 1992 attribuite, con la consueta dabbenaggine, interamente alla mafia e ai soliti servizi segreti "deviati" furono probabilmente l’appendice meridionale del gigantesco progetto di riallineamento dell'Italia sulla direttrice atlantica. A coloro che si indignano di fronte a queste ipotesi, si consiglia vivamente di leggere l'ottimo saggio dello storico siciliano Giuseppe Casarrubea, intitolato "Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra", in cui sono riportate prove schiaccianti sul ruolo cruciale che gli statunitensi (in larga parte, membri dell'OSS) giocarono nella pianificazione e nell'esecuzione della strage del 1 maggio 1947, durante la quale 11 inermi contadini furono selvaggiamente massacrati per impedire che in Sicilia si ripetessero altri slittamenti a sinistra. Curioso che gli slittamenti a sinistra che allora si volevano scongiurare con ogni mezzo siano oggi così fervidamente auspicati e sostenuti dalla "manina d'oltreoceano" che non disdegna mai le scampagnate in territorio europeo (italiano soprattutto). Comunque sia, la situazione politica italiana appare estremamente turbolenta, e i tempi per una nuova "Tangentopoli" paiono maturare con preoccupante velocità. L'evolversi della situazione ci fornirà alcune informazioni in più. Quello che si può tranquillamente affermare è che, al momento, c’è ben poco da stare allegri.

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