venerdì 6 agosto 2010

Convergenze (apparentemente) parallele

Giacomo Gabellini
Che sulla figura di Barack Obama sia stato sparso un cospicuo quantitativo di incenso, è cosa sulla quale sono convenuti anche i suoi più strenui sostenitori. Contrariamente a quanto fantasticato da costoro, però, nel corso di questi diciannove mesi di mandato (partendo dalla data del suo insediamento) Obama ha (ovviamente) perseguito i medesimi scopi prefissati a suo tempo da George W. Bush (che aveva fatto il suo tempo), portando avanti però una politica meno muscolare (dimostrata nella gestione del contenzioso con l'Iran) e maggiormente funzionale allo scopo di ristabilire i rapporti di forza all'interno dell'Alleanza Atlantica, all'interno della quale diversi importanti membri avevano iniziato a civettare pericolosamente con la Russia di Putin.
Qualsiasi osservatore non ansioso di annunciare l’arrivo di messia nuovi di zecca (e sono ben pochi, a giudicare dai deliri con cui è stata accolta l'elezione di Obama), fedele soltanto alla leniniana "Analisi concreta della situazione concreta", sa benissimo che la politica statunitense non ha mai conosciuto alcun "Uomo della svolta", ma efficienti burocrati scelti dai grandi agenti del capitale.... Solo tenendo presente questo fattore cruciale si può cogliere l'aspetto prettamente tattico del "cambiamento" portato dal passaggio da Bush a Obama, poiché la specularità sostanziale tra i due è più che evidente.
Lo scorso 2 agosto Obama ha avuto il coraggio di sostenere la tesi secondo cui gli Stati Uniti stiano "Facendo esattamente quello che era in programma" in Iraq, in cui avrebbero "Posto fine al conflitto iracheno in modo responsabile", puntualizzando comunque che "Quella è la guerra di Bush, solo la sua", mentre "Quella in Afghanistan, dove si registrano progressi, non soltanto continuerà ma diventerà più aspra". Al di là delle solite, sciocche menzogne di superficie (quella all'Afghanistan non è una guerra di Bush?) e di quelle più sotterranee (leggere l’intervista ad Ali Zardari per rendersi conto dei "progressi"), ciò che balza all'occhio è l'evidente continuità tra l'operato del repubblicano del Texas e quello del democratico dell'Illinois.
Bush ha dato il via ad entrambe le aggressioni sfruttando l'ondata di paura determinata dagli attentati dell'11 settembre 2001. Agitando ossessivamente lo spauracchio del terrorismo islamico con frequenza quasi ossessiva, ha poi convinto milioni di cittadini americani ad accettare supinamente ogni provvedimento autoritario "straordinario" volto a limitare drasticamente molte libertà individuali. La teoria dello "Scontro di civiltà" preconizzata nel 1993 dal politologo Samuel Huntington è stata assurta come modello idealtipico dall'amministrazione Bush, che se n’è avvalsa per scatenare quella sciagurata crociata antiterrorista sfociata poi nell'istituzione di una sorta di maccartismo rivisitato e corretto, con gli oppositori dell'egemonia statunitense (compresi i critici della globalizzazione) a raccogliere il testimone lasciato in eredità dai presunti comunisti degli anni Cinquanta, e nel massiccio ricorso alla tortura, considerata un metodo essenziale per estorcere informazioni ai "presunti terroristi" catturati.
Il frenetico allarmismo diffusosi in seno alla popolazione statunitense all'indomani dell'11 settembre ha poi favorito l'applicazione di una legislazione straordinaria antiterrorismo, il famigerato "Patriot Act"; un pacchetto di misure liberticide che consente alle autorità di arrestare gli stranieri "sospetti" e di detenerli per un periodo di tempo pressoché indefinito, di rinchiuderli in celle speciali, di sottoporre a controllo le loro comunicazioni, di perquisirne gli alloggi in assenza di mandato. Nel maggio 2002 il governo ha conferito all'FBI il potere di spiare anche cittadini americani e di infiltrare suoi agenti all'interno di particolari organizzazioni ritenute "sospette". Questo “Patriot Act” giunto in vigore sotto l’amministrazione Bush è stato recentemente rinnovato da Obama, il quale ha di conseguenza scelto di allungare a data incerta i termini dello schmittiano “stato di eccezione” che vigeva negli Stati Uniti già da un decennio. Sul fronte iracheno, la repentina sconfitta di Saddam Hussein ha significato il venir meno dell'unico bastione (sostanzialmente) laico che garantiva una certa stabilità all'interno di un paese diviso tra sciiti e sunniti; fattore che, combinato alla solita tecnica statunitense del "divide ed impera" volta a fomentare dissidi interni al paese allo scopo di creare una sorta di caos "controllato", ha dato luogo a una letale sinergia negativa tradottasi poi nella sanguinosa guerra civile interconfessionale che ancora oggi devasta la nazione.
In Afghanistan le cose non sono certo andate meglio, se è vero che si tratta del più lungo conflitto mai affrontato nella storia degli Stati Uniti, i quali, nonostante la loro soverchiante forza militare e tecnologica, sembra siano in procinto di capitolare, stretti nella morsa della caparbia e temeraria resistenza talebana.
Obama ha dichiarato di aver "Posto fine al conflitto iracheno in modo responsabile". Si tratta di un’affermazione animata da un cinismo che si addice più a un Kissinger o a un Brzezinski, e che stona decisamente in bocca all'individuo che ha impostato la propria campagna elettorale con il retorico slogan "Yes, we can". Tuttavia questa presa di posizione si colloca perfettamente nel solco delle strategie politiche che gli Stati Uniti hanno adottato nei conflitti del passato. Non diversamente da quanto accadde in Vietnam o in Cambogia, nell'Iraq occupato gli Stati Uniti non hanno in alcun modo amministrato la crisi provocata dal loro intervento, ma si sono limitati ad ingrossare le proprie aree di influenza, conquistando vaste aree estremamente appetitose per i grandi gruppi imprenditoriali. Una volta realizzate queste condizioni, Obama si è sentito di aver "finito il lavoro", tanto per usare un'espressione cara agli yenkees; di qui la decisione di fare fagotto nell'arco di qualche mese. Obama ha quindi portato a termine ciò che Bush aveva iniziato. Così come Jeff Skilling e Kenneth Lay si trinceravano dietro l'aver "Tutelato gli interessi dei propri azionisti" in occasione del crac della “Enron”, Obama ha "responsabilmente" portato a termine il lavoro che compete a un presidente degli Stati Uniti.
Per l'Afghanistan, però, il discorso è diverso. E' altamente probabile che sussista, anche in relazione al forte sostegno che gli americani forniscono al fantoccio ex consulente Unocal Hamid Karzai, un legame piuttosto stretto tra l'invasione e la messa a punto del gasdotto "TAP" (Trans - Afghanistan Pipeline), uno dei pochi progetti credibili in grado di mettere a repentaglio o comunque di contenere lo strapotere energetico russo nell'area eurasiatica. Una pacificazione stabile dell'Afghanistan si rende quindi necessaria per l'attuazione di questo ambizioso progetto. Tuttavia la motivazione principale che impedisce agli Stati Uniti di uscire di scena da un conflitto che li sta lentamente sfiancando è di natura prettamente politica. A differenza dell'aggressione all'Iraq, il bombardamento e la conseguente invasione dell'Afganistan sono operazioni che rientrano in una missione alla quale ha preso parte un corposo contingente NATO. Riconoscere il fallimento di questa missione sortirebbe effetti pesantemente destabilizzanti all'interno dell'Alleanza Atlantica, che è, in sostanza, l'atto ufficiale di sottomissione dell'Europa agli Stati Uniti.
La logica scaturita da Yalta conferiva però un senso pratico alla NATO, che è nata come alleanza difensiva in un contesto dominato dall'equilibrio bipolare USA - URSS che si erano spartite il Vecchio Continente in rispettive aree di influenza. Il collasso dell'Unione Sovietica avrebbe però dovuto spingere gli uomini politici europei ad evidenziare il fatto che erano venuti a mancare i presupposti che avevano legittimato l'Alleanza Atlantica per i cinquant'anni precedenti. Quello che molti hanno discutibilmente considerato un "salvagente" e che per altri, molto più verosimilmente, era in realtà una scelta obbligata dalla realpolitik ma che non avrebbe portato nulla di buono all'Europa, diventava però, in maniera del tutto esplicita, una vera e propria zavorra, un guinzaglio che ha perso ogni ragion d'essere.
L'imporsi di nuove potenze come Cina, Brasile, Venezuela, Turchia, Iran e, soprattutto, la Russia, ha spinto gli strateghi del capitale ad affidarsi ad Obama, portatore di una politica più adatta a fronteggiare questo tipo di situazione. Obama ha puntualmente cercato di riaffermare la leadership degli Stati Uniti, spostando l'attenzione dall'Iraq all'Afghanistan e dichiarando un giorno si e l'altro pure che si trattava di un banco di prova che avrebbe rivelato il grado di fedeltà degli alleati. L'elezione dell'atlantista Sarkozy in Francia (paese generalmente ostile a Washington), l'ammorbidimento di Berlusconi (a suo tempo l'unico premier europeo a solidarizzare con la Russia in occasione del conflitto con la Georgia) e il recente colpo di coda "finiano" sono segnali davvero poco incoraggianti; le speranze di autonomia europea paiono ridotte al lumicino.
Eppure gli interessi europei non coincidono affatto con quelli americani, né dal punto di vista economico, né da quello culturale, né da quello politico, né da quello militare. Diversi uomini politici della Prima Repubblica, assai più lungimiranti dell'attuale teppaglia e consci di questa realtà, portarono avanti un’oculata politica estera di apertura verso i paesi islamici, non disdegnando affatto di guardare verso est.
La stabilizzazione dell'asse Parigi - Berlino (con un progressivo avvicinamento a Mosca) potrebbe compattare i paesi europei e spingerli ad uscire dalla sciagura afghana, lasciando agli americani il compito di sbrigarsi da sé le loro faccende private. Una mossa simile assesterebbe un colpo letale all'Alleanza Atlantica, cosa che Obama sa perfettamente. Ed è proprio questa consapevolezza che lo spinge a sostenere che "In Afghanistan, dove si registrano progressi, non soltanto [la guerra] continuerà ma diventerà più aspra". Dal canto suo, il parlamento italiano, fiutando l'aria che tirava, ha prontamente votato il rifinanziamento delle missioni all'estero fino alla fine del 2010, e tutti gli altri grandi paesi europei o si sono già accodati o si accoderanno a breve.
Obama sta trionfando sul fronte europeo, dimostrando un cinismo di fondo che molti osservatori si ostinano a non voler vedere, ansiosi come sono di scacciare il fantasma del "guerrafondaio" texano. Si tratta di una distorsione logica piuttosto grossolana, che distingue il presidente “buono” (Obama) dal presidente “cattivo” (Bush), quando in realtà, che i timonieri siano Geroge W. Bush o Barack Hussein Obama, Hillary Clinton o John McCain, per l’Europa cambia ben poco; si tratta di presidenti degli Stati Uniti, investiti di quel ruolo per tutelare gli interessi degli Stati Uniti. Gioire per la vittoria di Obama ed esaltarsi al suono dei suoi altisonanti discorsi è una perdita di tempo bella e buona.

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