martedì 31 agosto 2010

Di qualcosa si deve pur morire

Stefano Montanari
Che l’amianto sia un promotore di patologie è cosa risaputa da tempo immemorabile. Ne scriveva Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia addirittura nel primo secolo dell’era cristiana (in attesa del cambio di calendario di cui ci ha informati il colonnello libico.)
Ma l’amianto ha grandi vantaggi:
è un ottimo ignifugo, è un ottimo coibentante e, soprattutto, costa poco. Certo, c’è il problema della sua patogenicità, dall’asbestosi al mesotelioma, ma su questo si può mettere una pezza. Non una pezza dal punto di vista medico, visto che almeno dal mesotelioma non l’ha mai scampata nessuno, ma si può somministrare un po’ del solito anestetico al popol bue (“dobbiamo fidarci delle istituzioni”) e lasciarlo nella sua giocondità. E così si è fatto. Come resta prassi, qualche decennio fa esattamente come si fa ora, ad esempio, con gl’inceneritori, si entrava in un postribolo universitario, si caricava sulla Mercedes con i ribaltabili un professore che mostrava la gambetta nuda e, in cambio di quattro soldi e, magari, di un piccolo o meno piccolo salto di carriera, gli si faceva scrivere, o anche solo firmare, qualche articolo basato su ricerche rigorosamente fasulle.....
E quanto aiutava, allora come ora, l’epidemiologia cucinata con sapienza! Poi si pagava la pubblicazione su una rivista, una di quelle che oggi hanno un impact factor elevato con tanto di referee che sono uomini di mondo, ed il gioco era fatto.  Con un fascio di pubblicazioni sotto braccio da cui faceva civettuolo capolino qualche biglietto di banca si andava dal politico e gli si dimostrava con la forza della scienza che l’amianto è quanto di più sano esiste al mondo, essendo quello un prodotto della Natura, e si poteva così continuare ad impiegarlo in migliaia di prodotti diversi.
Poi, come è ovvio, arriva il redde rationem. È vero che, perché si sviluppi un mesotelioma, possono occorrere anche quarant’anni, ma quarant’anni passano e il cancro arriva. Uno, due, dieci, cento, migliaia di cancri di un tipo che è davvero difficile non attribuire all’amianto. Chi sappia usare il microscopio elettronico può persino vedere con i suoi occhi tante belle fibre di quel minerale ricoperte di palline di proteinato di ferro nei reperti bioptici dei tessuti malati, ma esiste la possibilità di emettere diagnosi accurate anche senza arrivare a tanta sofisticazione tecnica.
Insomma, come avverrà per gl’inceneritori, a strage fatta e in corso l’amianto viene messo fuori legge e chi ne ha fatto uso, se è ancora al mondo ed è reperibile, viene sculacciato. Ma, prescindendo dalla burocrazia tribunalizia, il problema è quello di aggiustare il guaio, qualcosa che richiede quanto meno denaro, denaro che viene estratto dalle tasche del popol bue, dimenticandosi di chi il guaio l’ha provocato impinguando i propri conti bancari.
Denaro? Denaro non ce n’è: quel poco che siamo riusciti a spremere abbiamo deciso di spenderlo, ad esempio, per dare incentivi a chi organizza gai falò con rifiuti misti, cacca di pollo, cosiddette biomasse e quant’altro bruci per regalare tanta energia,  aiutando così, come effetto collaterale, le aziende farmaceutiche. O quel po’ di denaro lo spenderemo per allestire qualche centrale nucleare che non entrerà mai in funzione, se non altro perché, quando queste saranno da inaugurare dall’eterno Berlusconi o da qualche sua fotocopia di sinistra che ne avrà occupato la poltrona, l’uranio sarà tanto poco da costare più di una velina. E, allora, tutto sommato, meglio non sapere dove stanno i milioni di tonnellate di amianto con cui abbiamo ricoperto il Bel Paese. Di qualcosa bisogna pur morire, ci ammoniscono spesso le autorità sanitarie. Dunque, l’amianto ci regala un’ottima possibilità già scelta da un decina di migliaia di connazionali, uno più, uno meno. Fai anche tu come loro!
Per legge, però, una legge addirittura del ’92, quella roba andrebbe tolta, per metterla dove non è chiaro, ma, comunque sia, non può stare dov’è, almeno per quanto riguarda il cemento-amianto che, con il tempo e le intemperie, invecchia liberando in continuo nuvole leggiadre quanto mai volatili di fibre cancerogene. Tetti e condotte idriche (ingurgitare l’amianto può portare al mesotelioma peritoneale) andrebbero bonificati (che cosa significhi il verbo bonificare non chiedetelo a me) e, per farlo, bisognerebbe almeno sapere dove stanno. Un censimento, dunque.
L’edilizia pubblica pullula di situazioni degne di entrare nel censimento e, per queste, qualcosa si è fatto almeno a livello di conteggio. Ma dal conteggio al passare all’azione resta un abisso. Sul privato, invece, quasi nulla è dato sapere. Tanto per fare un esempio minimo, il comune di Nonantola (Modena) di cui io sono consigliere (ovviamente di opposizione) non si è mosso nonostante le mie sollecitazioni.
Capita, però, che qualcosa si faccia, e io ne sono stato testimone sia indiretto sia diretto. Parti di edifici frantumate dai cosiddetti ragni meccanici con conseguenti polveroni sono cose che capitano. Così come capita di vedersi proporre impianti per cuocere il cemento-amianto senza che esista la minima sperimentazione in proposito su quanto esce dal processo industriale e sul suo impatto ambientale e sanitario. Insomma, pezze che possono essere peggiori del buco.
Come sempre, l’Uomo non perde occasione per dimostrare la sua inferiorità rispetto a qualsiasi altro animale vivente.

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