venerdì 6 agosto 2010

Gli inevitabili fallimenti delle conferenze sul clima

Manuel Zanarini
«Ciò che minaccia l'uomo nella sua essenza è la convinzione che la produzione tecnica metterà il mondo in ordine» (Martin Heidegger)

Dopo l’insuccesso concreto del Protocollo di Kyoto, si aspettava la Conferenza di Copenaghen, come il termine ultimo per adottare quelle misure necessarie a fermare l’inquinamento globale - in particolare il surriscaldamento terrestre - passato il quale sarebbe stato troppo tardi, per porre rimedio al disastro ecologico che ci attende. Come era facilmente prevedibile, anche questo appuntamento è passato invano, dato che ha partorito solamente un documento politico, che non va oltre a qualche impegno di massima, senza, peraltro, prevedere alcun obbligo concreto. Tale esito ha messo in luce un dato ormai incontrovertibile: non è possibile trovare soluzioni alla crisi ambientale, e non solo, all’interno dell’attuale sistema, che si fonda sull’idea di una “crescita illimitata”, portata avanti dall’Uomo che interpreta la Natura come un “materiale di utilizzo”, senza alcun freno....
A differenza delle società pre-industriali, quella attuale si basa sull’idea, imposta per la prima volta dal Cristianesimo, che l’Uomo non faccia parte della Natura che lo circonda; ma, si trovi, rispetto a essa, in una posizione estranea e superiore (“creato a immagine e somiglianza di Dio”, secondo la Bibbia) e che quindi possa sfruttarla a suo piacimento, senza alcun limite, morale e/o biologico. Questo rappresenta un salto culturale enorme rispetto alle società tradizionali, all’interno delle quali, pur traendo dall’ambiente naturale le risorse per vivere (cibo, riscaldamento, trasporti, ecc.), l’equilibrio tra Uomo e Natura era considerato un valore inviolabile (il cosmos, per gli antichi greci; l’identità spirituale di tutti gli esseri viventi, nelle culture orientali come il Buddhismo, ecc.).
Anche nella cultura europea del ‘900, si trovano echi di tale impostazione; nello specifico mi riferisco al pensiero di Heidegger sulla tecnologia e sul rapporto Uomo e Natura. Secondo il filosofo tedesco, con l'affermarsi della società moderna, la tecnologia viene vista come forma assoluta di vita, capace di fornire all'uomo tutto ciò di cui ha bisogno; di conseguenza, la Natura diventa unicamente una materia prima del processo produttivo illimitato. Tale tendenza della società occidentale è al suo culmine nell’attuale società del capitalismo sfrenato e dell’iper-consumismo, nella quale conta solamente la soddisfazione dei desideri materiali dell’individuo, peraltro spesso creati artificialmente dal sistema stesso.  Heidegger contrappone a questo modo di pensare, l'idea che l'uomo sia impensabile all’esterno del mondo in cui vive,  che è determinato dai rapporti tra gli esseri umani e tra questi e la Natura. Queste idee saranno riprese anche da Gregory Bateson, che teorizzerà il pleroma, come il mondo che contiene tutto ciò che è esistente.
Vista la situazione sociale e ambientale odierna, l’unica soluzione reale è quella di porre un freno al “treno impazzito” della globalizzazione e della crescita illimitata, che ha trasformato l’attuale società in una “locomotiva che corre a velocità assurda contro un muro”. In altre parole, bisogna opporre al mito della “crescita infinita”, da realizzare in un mondo che ha risorse limitate, l'idea della decrescita. Questo significa adottare uno stile di vita più sobrio, e rispettoso dell’equilibrio tra Uomo e Natura, che ci consenta di soddisfare i nostri bisogni naturali, vivendo però in una realtà a misura d’uomo ed ecocompatibile. Per realizzare tale scopo, è necessario ricreare i vincoli comunitari, che ricolleghino l’individuo ai suoi vicini, al luogo in cui vive e al potere, sia economico che politico. Oggi, sembra assurdo pensare a una possibilità del genere, visto che l’intero sistema è basato su idee opposte; ma per raggiungere tale obiettivo, bisogna per prima cosa procedere alla decolonizzazione dell’immaginario, per usare l’espressione di Latouche. Secondo l’autore francese, l’attuale sistema socio-economico si regge su tre strumenti, da contrastare in maniera decisa: la pubblicità, che creando desideri artificiali in continuazione, ci spinge all'iper-consumismo; il sistema creditizio, che porta tutti a indebitarsi sempre di più (i produttori per creare sempre nuova merce inutile, e i consumatori per cercare di realizzare i loro sogni creati artificialmente); e l'obsolescenza dei prodotti, cioè la produzione di oggetti sempre più “usa e getta”, con la conseguenza di dover continuamente comprare prodotti nuovi.
Il centro di questa “rivoluzione” deve essere formato dalle comunità locali, basate su forti sentimenti di vicinato e di legami tradizionali, le quali federandosi tra loro, diano vita a una società a cerchi concentrici, usando le parole di De Benoist, da opporre all’attuale società globalizzata e che sradica l’individuo dall’ambiente, sia sociale che naturale, in cui vive. All’interno di questi aggregati sociali, tutte le forme di potere – economico, politico, finanziario, ecc. – saranno riportate a contatto dell’individuo, e non più prerogativa di poche organizzazioni sovranazionali e che non rispondono mai a nessuno (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea, Nazioni Unite, ecc.). In tale situazione, saranno in grado di sviluppare una forte resilienza, concetto utilizzato in fisica e che indica la capacità di un sistema di resistere a impulsi esterni. Aumentando la propria capacità decisionale, potranno evitare di essere dipendenti da mercati e sistemi produttivi lontanissimi e incontrollabili, stroncando il diffondersi di fenomeni di panico planetario – sia che dipendano da presunte pandemie (aviaria, suina, ecc.), o da crisi energetiche (tensioni Russia-Ucraina) o da tracolli finanziari di mercati azionari sparsi per il globo. Per arrivare a questo traguardo, bisogna ripensare il sistema produttivo, energetico, alimentare, finanziario e monetario globale, ridando alle comunità locali una forte autosufficienza - che ovviamente non significa isolazionismo. Tutto questo sembra pure teoria; invece, in Gran Bretagna, e seppur in fase embrionale anche in Emilia, ci sono già comunità che si stanno organizzando in tal senso: le Transition Towns. La loro idea di base è quella di riscoprire le tradizioni, le conoscenze manuali e dell’ambiente naturale che circondale comunità, allo scopo di produrre tutto ciò che è indispensabile a livello locale, importando solo ciò che è assolutamente impossibile ottenere da soli. In questa logica, diventa fondamentale ricreare quei vincoli comunitari tra le persone che condividono un territorio, con particolare riguardo al legame tra le vecchie e le nuove generazioni, organizzando momenti di scambio di informazioni su usi e tradizioni ormai scalzati dal capitalismo e dal consumismo sfrenato (metodi agricoli tradizionali, capacità di creare oggetti comuni senza ricorrere alla grande distribuzione organizzata, conoscenze sulla conservazione del cibo, ecc.). Così facendo, si riduce fortemente l’impatto ambientale causato dai sistemi di stoccaggio e di trasporto delle merci; inoltre, per aumentare tale effetto benefico, si stanno implementando centri locali di produzione di energie alternative (eoliche, solari, idrotermali, ecc.), i quali, insieme a uno stile di vita più sobrio, liberino le singole comunità dalla schiavitù delle risorse energetiche fossili. Anche in campo finanziario e monetario, si stanno creando vie alternative a quelle globalizzate. Grazie a un sistema di monete locali – che priva i grandi centri finanziari di lauti guadagni ottenuti sulle spalle dei lavoratori -  le piccole attività commerciali stanno riprendendo impulso, a discapito della grande distribuzione organizzata, che distrugge ogni vincolo comunitario e ogni forma di produzione alimentare locale. Tutte queste iniziative servono per ricreare quel sentimento di unità tra gli appartenenti alle comunità, e tra queste e l’ambiente naturale in cui vivono. Tale sistema di vita è, e lo sarà sempre di più decisiva per creare un mondo che ci permetta di soddisfare le nostre esigenze, senza devastare la Natura che ci circonda.
Come abbiamo visto, è ora che smettiamo di sperare che i leader politici mondiali, che altro non sono che i camerieri delle multinazionali e dei grandi centri di potere economico e finanziario, possano, o vogliano, risolvere i nostri problemi. E’ arrivato il momento di passare all’azione, cominciando ognuno di noi, secondo le singole possibilità, a ricreare quei vincoli comunitari, che rappresentano l’unica salvezza al disastro sociale e ambientale verso cui l’attuale società globalizzata e iper-consumista sta trascinando tutti i popoli della Terra.

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