giovedì 19 agosto 2010

Gli intellettuali di servizio

Giacomo Gabellini
In un suo breve saggio lasciato colpevolmente cadere nel dimenticatoio, George Orwell ha lasciato alcune lucidissime riflessioni in merito alla corruzione dilagante nel panorama intellettuale e giornalistico. Tale saggio fu scritto agli inizi degli anni Quaranta e inserito in appendice all'edizione del capolavoro "La fattoria degli animali", in cui il grande scrittore inglese fece di Stalin e del regime che stava tenendo in pugno l'Unione Sovietica l'oggetto di una figurata e sarcastica critica. Nel saggio, Orwell esprime la propria meraviglia di fronte alla tolleranza riservata dalla censura inglese nei confronti di quei giornalisti "eretici", che anziché propagandare l'eroismo delle milizie di sua maestà durante la Seconda Guerra Mondiale, auspicavano talvolta una pace di compromesso con Hitler. Malgrado sull'Inghilterra aleggiasse lo spettro dell'annientamento, il governo britannico non passò infatti la scure sulle opinioni di costoro, a differenza, ad esempio, da quanto fece il regime nazionalsocialista tedesco, che mise in atto una gigantesca e rigidissima campagna propagandistica volta a galvanizzare la popolazione....
Dopo queste (ovvie) premesse, l’analisi di Orwell inizia a scendere più in profondità, andando a toccare la radice del problema. Lasciamo a lui la parola: "La stampa britannica è estremamente centralizzata, ed è, per la maggior parte, in mano a uomini potenti che hanno tutti i motivi per essere disonesti, quando si tratta di questioni importanti. Per ogni dato momento c'é un'ortodossia, un corpo di idee che, presumibilmente, tutti i benpensanti accetteranno senza batter ciglio. Non è espressamente proibito dire questo o quest'altro, ma non "va fatto", proprio come in epoca vittoriana non "andava fatto" di nominare i pantaloni davanti a una signora. Chiunque sfidi il conformismo corrente, si troverà zittito con un'efficacia sbalorditiva. Un’opinione che vada veramente controcorrente, non ottiene quasi mai la giusta considerazione, né sulla stampa popolare né su quella intellettuale". In questo rilievo Orwell descrive una realtà che presenta spiccate analogie con il presente; la "stampa centralizzata", il concetto di "ortodossia" e l'abuso di un linguaggio politicamente corretto sono elementi che caratterizzano marcatamente la stampa contemporanea. Se però Orwell puntava il dito contro l'Unione Sovietica, oggetto, a suo dire, esclusivo di lodi sperticate e faziose, la stampa odierna ha cambiato destinatario, e assurto gli Stati Uniti (e il suo fido alleato Israele) a simbolo massimo di sviluppo delle potenzialità umane, da sostenere incondizionatamente e imitare pedissequamente. Proprio come all'epoca "Difficilmente qualcuno potrà pubblicare un attacco a Stalin, ma va sul sicuro se attacca Churchill", oggi difficilmente qualcuno troverà spazio nei grandi organi di informazione per criticare seriamente Obama, ma non incontrerà ostacoli se critica Berlusconi. Il punto è che questo conformismo sterile e servile è appannaggio principalmente di una categoria specifica, quella degli intellettuali che si identificano nella cosiddetta "cultura di sinistra". Lo scrittore inglese è conscio che "Tutte le grandi organizzazioni badano ai loro interessi come meglio possono e una propaganda chiara non è un fatto cui si possa obiettare", ma chiarisce prontamente che "Ciò che preoccupa è il fatto che dove c'entra l'URSS e la sua politica non ci si può aspettare una critica intelligente, e neppure, in molti casi, una schietta onestà da parte di scrittori liberali e di giornalisti non costretti da nessuna pressione diretta a falsare le loro opinioni. Stalin è sacrosanto e certi aspetti della sua politica non devono essere messi seriamente in discussione. Questa norma viene quasi universalmente osservata dal 1941, ma essa vigeva già, in misura più grande di quanto talvolta si sia compreso, da dieci anni. Per tutto quel tempo una critica da sinistra al regime sovietico difficilmente poteva ottenere ascolto. Vi fu un'enorme produzione di letteratura antirussa, ma quasi esclusivamente da parte conservatrice: era palesemente disonesta, datata e attuata per motivi ignobili. D'altra parte vi fu un flusso ugualmente enorme e quasi allo stesso modo disonesto di propaganda filorussa: ciò contribuì a boicottare chiunque tentasse di discutere tutti i problemi di una certa importanza in maniera adulta". Se si sostituiscono gli USA all'URSS e un qualsiasi presidente statunitense a Stalin il gioco è fatto. L'autoreferenzialità tipicamente imperialistica con la quale sono soliti esprimersi i vertici politici americani, che considerano se stessi i portatori massimi di una moralità superiore, è stata entusiasticamente accolta al di qua dell'oceano da parte dell'intellighenzia sedicente "di sinistra", che ha prontamente messo in atto un gigantesco processo di incensamento del più forte, di cui vengono quotidianamente cantate lodi grottescamente adulatrici. Il concetto di "ortodossia" cui Orwell fa esplicito riferimento trova in questa masnada di semicolti la reale materializzazione. Specialmente in Italia, il potere culturale, che si traduce nella possibilità di scegliere e piazzare nei "luoghi della cultura" (editoria, università, scuola e, ovviamente, giornalismo) gli individui ritenuti più "idonei", è in mano alla cosiddetta "sinistra". La spocchia, l'allergia nei confronti di qualsiasi opinione dissidente e la feroce arroganza spinta oltre ogni limite sono caratteristiche che da sempre hanno connotato lo spirito degli indegni eredi di Togliatti. Siamo in presenza di una cerchia di altezzosi professorini autoelettisi portatori di un non meglio specificato "buon senso", che  consente loro di dispensare perle di saggezza a piene mani a una plebe mai "adulta" e sprovvista dei mezzi logici necessari per "capire" le loro alte e indispensabili finalità. L'antiberlusconismo e il laicismo costituiscono i loro nuovi oggetti di idolatria. A chi non accetta di aderire a queste nuova religione è riservato il silenzio, quando non qualche superficiale e delirante giudizio (Valerio Evangelisti docet). Eugenio Scalfari, un soggetto che ha avuto il coraggio di scrivere che "I lettori di Repubblica rappresentano il meglio della società", è una figura estremamente rappresentativa di questo tipo di "intellettuali". Si tratta di un Cicerone corretto e rivisitato, che si sente in grado di poter dire apoditticamente la sua su tutto e su tutti, forte com'è dell'impero editoriale che ha alle spalle e vicino com'è ai grandi potentati economici. Di costui un ironico e intelligente siciliano come Leonardo Sciascia diceva che "E' meno divertente di Casanova, ma tanto più potente: il suo passaggio, i suoi rimproveri, le sue lezioni, non li avrebbe presi sottogamba nemmeno Voltaire; e figuriamoci noi". Ma Scalfari non è il solo. A ingigantire l'odierna "Trahison des clercs" ha contribuito quasi tutta la cerchia intellettuale "che conta", dedita alla perenne adorazione dei canoni imposti dal "pensiero unico". Orwell conclude il suo saggio puntando il dito contro costoro, prendendo atto che "Nel nostro stato [Inghilterra], ma non è lo stesso in tutti gli stati, sono i liberali che temono la libertà e gli intellettuali che vogliono infamare il pensiero". Evidentemente, tutto il mondo è paese, almeno per quanto riguarda l'Europa.

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