mercoledì 4 agosto 2010

Israele al bivio

Giacomo Gabellini
A quasi quattro anni dal brutale intervento militare israeliano nei confronti del Libano, i venti di guerra tra i due vecchi, acerrimi nemici tornano a spirare violentemente. Il Libano galleggia ancora su un fragilissimo "cessate il fuoco" che potrebbe rompersi da un momento all'altro. Negli scorsi mesi si sono verificati svariati scambi di battute piuttosto aspri tra alcuni esponenti di Hezbollah e alcuni membri del governo guidato da Benjamin Netanyahu.
Il ministro degli esteri israeliano, l'inquietante Avigdor Lieberman si è spinto addirittura oltre, invitando il leader siriano Assad a guardarsi bene dall’intervenire in un eventuale conflitto con il Libano. La situazione, già estremamente tesa da un paio d’anni, è letteralmente precipitata in virtù di uno (seppur blando)scontro a fuoco avvenuto questa mattina tra soldati libanesi e soldati israeliani, le cui cause sono ancora poco chiare....
Proprio oggi il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha reso nota la decisione di accettare che un’indagine coordinata dalle Nazioni Unite faccia luce sulle dinamiche che portarono all’uccisione di nove passeggeri civili che navigavano a bordo della “Freedom Flotilla”. Si tratta di una vecchia tattica a cui Israele ha fatto ampiamente ricorso nell’arco della sua sessantennale storia, che consiste nello sfruttare diversivi (spesso costruiti ad arte) allo scopo di distrarre l’opinione pubblica, in modo da perpetrare senza rogne azioni che altrimenti susciterebbero forte indignazione. In occasione dell’attacco alle “Twin Towers” dell’11 settembre 2001, ad esempio, l’esecutivo presieduto da Ariel Sharon approfittò della disattenzione dell’opinione pubblica mondiale, ossessionata dagli attentati di New York, per radicalizzare indisturbata la campagna di repressione contro la popolazione palestinese. Il TG3 di martedì 3 agosto ha dedicato un servizio alla decisione israeliana di aprire le  porte all’ONU, definendola “Una scelta storica” che avrebbe segnato un drastico cambio di rotta di un paese che in passato non aveva mai accettato alcun tipo di “ingerenza” nei “propri affari”. Che poi la “Nakba” palestinese, l’occupazione illegale della Cisgiordania, l’uccisione di alcuni cittadini turchi o il bombardamento intensivo su Gaza o su una nazione come il Libano non siano affatto faccende iscrivibili nel novero degli affari interni di Israele sono dettagli di poco conto, secondo il giudizio degli scribacchini di servizio, alla Andrè Glucksmann, dei maggiori organi di informazione occidentali. Al di là di queste ovvie considerazioni, occorre però valutare le (concrete) possibilità che in un clima simile si ricreino condizioni analoghe a quelle che hanno portato all’ultima aggressione israeliana al paese dei cedri. Nell'estate 2006 il pretesto che determinò l'inaudita offensiva di Israele sul Libano (di intensità paragonabile a quella del gennaio 2009 su Gaza) fu la cattura, ad opera di alcuni miliziani appartenenti ad Hezbollah, di due soldati israeliani lungo il confine che delimita i due stati. Se gli Stati Uniti sono sempre stati maestri nello strumentalizzare ad arte queste situazioni (si pensi all’affondamento del “Lusitania” o all’”incidente” del Golfo del Tonkino), Israele non si è dimostrata certo da meno. Nel mentre, una larghissima parte di (prezzolati) giornalisti occidentali (asserviti come pochi a Tel Aviv) da un lato innescava una massiccia opera di propaganda filoisraeliana, fatta di ricostruzioni grottescamente unilaterali dei fatti, dall’altro si  guardava accuratamente del far notare che era pratica assai cara ad Israele quella di rapire o assassinare impunemente civili libanesi e palestinesi, deportandoli nelle prigioni israeliane e trattenendoli, talvolta come prigionieri, talvolta come ostaggi (talvolta trasferendoli direttamente in sale di tortura come quella di Camp 1391). Nessuno si è mai permesso di invocare un intervento militare nei confronti di Israele, malgrado l'attacco si configurasse a pieno titolo come "atto di aggressione" e violasse gli articoli 2 e 39 della Carta delle Nazioni Unite; nel 1991, la violazione di questi stessi, medesimi articoli determinò la Guerra del Golfo e la messa a ferro e fuoco dell'Iraq, col copioso spargimento di sangue che ne conseguì. La cara, vecchia giustizia dei vincitori edificata sugli scranni di Norimberga. In ogni caso il Libano, stretto in una morsa terrificante, accerchiato da terra e mare, è stato completamente annichilito. I bombardieri Gabriel hanno compiuto qualcosa come 8.000 incursioni, durante le quali hanno distrutto ponti, strade, centrali energetiche, fabbriche e ogni tipo di infrastruttura. Durante le operazioni le truppe israeliane si sono servite di armi non convenzionali, come le bombe termo - bariche, considerate quasi nucleari per gli effetti che sortiscono, simili a esplosioni atomiche di raggio limitato, e di ordigni al fosforo bianco, oltre ad armi chimiche mai sperimentate in precedenza, come riportato dal quotidiano israeliano “Haaretz”. Niente di nuovo; Israele, proprio come un adolescente isterico e immaturo, persevera nell'atteggiarsi a vittima inerme, convinta che nessuno comprenda le sue ragioni, sempre pronta a offendere il prossimo, ubriaca di volontà di potenza distruttrice e conscia della sostanziale impunità che le altre nazioni "democratiche" continuano a riservarle quale che sia l’entità dei crimini di cui si macchia con incredibile frequenza. La scelleratezza israeliana si è rivelata comunque controproducente, poiché non ha fatto altro, come a Gaza d'altra parte, che offrire bacini di consenso popolare sempre più ampi ai movimenti che si prefigge da sempre di debellare, come Hamas presso i palestinesi e il molto più agguerrito Hezbollah in Libano. Nel luglio 2006 diversi sondaggi hanno rivelato che circa il 90 % dei libanesi, drusi e cristiani compresi, sosteneva la resistenza armata di Hezbollah e che una percentuale analoga considerava gli Stati Uniti "complici dei crimini di guerra israeliani contro il popolo libanese". Le contraddizioni insite al modo in cui Israele è solito presentarsi, tipo “siamo molto deboli/siamo molto forti”, “decidiamo del nostro destino/siamo noi le vittime”, “siamo uno stato normale/pretendiamo un trattamento speciale” fanno parte dell’identità distintiva del paese, e per un certo periodo hanno sedotto buona parte dell’opinione pubblica occidentale. Al punto in cui siamo, però, l'immagine di Israele non può che rimandare inesorabilmente alla fotografia di un carro armato con la Stella di David impressa sulla fiancata. Israele non è più l’isola felice immune alle regole di quel diritto internazionale a corrente alternata e a geometria variabile tipico del sistema unipolare dominato dai fedelissimi Stati Uniti. Gli americani si trovano ora a fronteggiare una situazione che non consente più loro di spadroneggiare in ogni angolo del mondo con la stessa disinvoltura dello scorso decennio, e i rompicapi politici che sono chiamati a risolvere li hanno momentaneamente allontanati (relativamente, si capisce) da Tel Aviv. Le ultime, grottesche dichiarazioni relative al congedo dall’Iraq rilasciate da Obama, secondo il quale gli Stati Uniti starebbero “Facendo esattamente quello che era in programma”, consci che “Quella è la guerra di Bush, la sua, invece, quella in Afghanistan, dove si registrano progressi, non soltanto continuerà ma diventerà più aspra”, non annunciano niente di buono per Israele. Quando i soldati americani lasceranno l’Iraq, quali che siano le modalità mediante le quali avverrà questo ritiro, si lasceranno alle spalle un paese estremamente caotico e dilaniato da una guerra civile interconfessionale (ma non solo), situato a due passi dai confini israeliani. Dal canto suo, la Turchia, storico alleato di un tempo, non è evidentemente più intenzionata ad allinearsi all’asse Washington – Tel Aviv, se è vero che il primo ministro Recep Erdogan ha effettuato un drastico cambio di rotta, abbracciando una politica di ampio respiro finalizzata all’intensificazione del dialogo con i paesi islamici, anche radicali, e allontanandosi progressivamente dall’Occidente. Le dichiarazioni di Erdogan in riferimento al Rapporto Goldstone, l’avvicinamento all’Iran e le dure, ferme prese di posizione in risposta all’eccidio della “Freedom Flotilla” sono palesi dimostrazioni di questa controtendenza. L’Iran sta risalendo piuttosto velocemente la via che porta allo sviluppo, con la chiara intenzione di assurgere a paese - guida del blocco islamico, e i rapporti che nutre con Stati Uniti e Israele non sono mai stati tanto difficili nemmeno all’epoca dell’Ayatollah Rhuollah Khomeini. I prossimi sviluppi ci diranno qualcosa in più, ma l’eventuale scoppio di un nuovo conflitto tra Israele e Libano sortirebbe effetti pesantemente destabilizzanti nella complessa polveriera mediorientale, provocando una forte alterazione dei fragili equilibri internazionali vigenti. E’ probabile che Israele stia sollecitando Washington a scoprire le carte, ma finora non è stato inviato nessun segnale chiaro. Di conseguenza, decidendo di intraprendere una nuova operazione bellica, Israele non farebbe altro che stringere ulteriormente il già opprimente isolamento a cui è sottoposta in un area che va dalla Libia alla Cina (l’Europa è poco più che un grosso supermercato). E’ bene ricordare che l’ultima invasione del Libano ha rappresentato tutt’altro che un successo per l’amministrazione guidata da Ehud Olmert; Hezbollah si è dimostrato estremamente determinato a resistere alla soverchiante onda d’urto dell’Haganah (esercito israeliano) e secondo il parere di diversi osservatori si sarebbe massicciamente rafforzato (anche per mezzo delle forniture belliche iraniane) in questi ultimi quattro anni. Lo storico israeliano Ilan Pappé scrive che “Gli attacchi di Israele contro Gaza e il Libano nell’estate del 2006 stanno a indicare che la tempesta sta già infuriando. Organizzazioni come Hamas o Hezbollah, che osano contestare il diritto di Israele di imporre unilateralmente la propria volontà alla Palestina, hanno contrastato la potenza militare israeliana e per il momento riescono a resistere all’assalto. Ma è tutt’altro che finita. In futuro potrebbero essere presi di mira i paesi che nella regione sostengono questi due movimenti di resistenza: Iran e Siria; il pericolo di un conflitto ancor più devastante e di un bagno di sangue non è mai stato così grave”. C’è da augurarsi che Netanyahu valuti con estrema cautela la situazione, e che orienti le proprie mosse allo scopo di scongiurare l’avvento di uno scenario apocalittico come quello prefigurato da Pappé, malgrado la bieca aggressività che ha da sempre caratterizzato la politica estera israeliana suggerisca l’esatto contrario. Perseverando  sulla solita strada Israele, già affetto da un’endemica incapacità di procurarsi nuovi alleati, finirebbe (a medio o breve termine) per irritare il già imbronciato alleato d’oltreoceano, prospettiva non certo lungimirante per un paese di dieci milioni circa di abitanti dominato da una comunità ebraica (che coltiva sogni che altrove verrebbero comunemente definiti deliranti, una “Grande Israele” a confessione ebraica) che fa registrare un tasso di crescita demografica praticamente nullo a fronte di una comunità palestinese sempre più numerosa. Il professore di demografia presso l'Università ebraica di Gerusalemme Sergio Della Pergola ha stimato che nel 2050 gli ebrei potrebbero verosimilmente ammontare al 35% circa della popolazione complessiva e sostiene che “Per questo è necessario realisticamente rendersi conto che Israele non potrà essere contemporaneamente grande (cioè esente dalle concessioni territoriali), ebraico e democratico. Sarà necessario rinunciare almeno a una di queste tre prerogative”. Delle due l’una; o Israele si deciderà a fare i conti con questa realtà, desistendo da certi inammissibili propositi, o andrà dritta dritta verso un processo distruttivo che l’acuto sociologo Baruch Kimmerling ha definito “politicidio”, il suicidio di una nazione. Ed è nelle loro mani.

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