domenica 8 agosto 2010

Sicurezza a marchio Zero

Stefano Montanari
Se sia vero non saprei dire, ma corre voce che Antonio Vivaldi, prete di professione, abbia piantato a metà una messa per correre in sagrestia a mettere giù gli appunti di un tema musicale che gli era venuto in mente nel corso della noiosa routine liturgica di celebrante.
 Lavorare non solo stanca come assicurava il nostro grande scrittore: lavorare annoia.
Così, se rispondesse a verità quel che si dice a proposito del macchinista della Circumvesuviana,
che ci sarebbe da eccepire se davvero costui era impegnato al cellulare mentre il suo stucchevolissimo treno se ne andava per i fatti propri?
Pare che in quel tratto di ferrovia il limite di velocità sia di 20 chilometri all’ora e il macchinista corresse un po’ di più. Il che è del tutto scusabile. Chiunque può testimoniare per esperienza personale che tutto quanto concerne le misure di sicurezza in questo bizzarro Paese è spesso stravagante, e lo è perché affidato a mani e, purtroppo, a cervelli, di scarsa o nessuna competenza.....
Basti dare un’occhiata ai limiti di velocità imposti a sorpresa in certi tratti d’autostrada: 80 chilometri all’ora, 50, a volte addirittura meno. Chi fosse così imprudente da rispettare quelle prescrizioni rischierebbe di trovarsi in men che non si dica un autoarticolato in visita sui sedili posteriori. Io ci ho provato avvicinandomi al casello di Roma Nord e mi sono ritrovato una fila di camionisti imbufaliti che mi sparavano mitragliate di luci abbaglianti nello specchietto retrovisore e mi deliziavano con un concerto per trombe muggenti.
E che dire di certi divieti di sorpasso in vigore su rettilinei interminabili di strade larghissime senza l’ombra di accessi laterali? Si potrà solo giustificare il tutto con l’esigenza di fare cassa: non appena sgarri, i vigili del comune , i carabinieri, gli agenti della Stradale balzano fuori dai loro nascondigli e ti rapinano come facevano il Passatore o Fra’ Diavolo dei bei tempi andati. Idiozia o no, non è affar loro sindacare: rapina ha da essere e rapina sia.
E, allora, ecco l’abitudine a vedere la sicurezza come una delle tante sciocchezze che tormentano l’esistenza, come qualcosa da eludere se esiste una ragionevole certezza che non ci sia nessuno in agguato. Non una questione di pellaccia, dunque, ma di borsellino.
Sicurezza? A me capita non di rado di occuparmi d’impianti d’incenerimento di rifiuti, e questi regolarmente presentati nelle varietà e con i nomi più fantasiosi. Poco importa se si tratta sempre e comunque di dare cottura ad immondizia e se nessuno di quei sistemi abbia una, seppur misera, base scientifica: chi propone quella roba, ignorante o farabutto che sia, per la sicurezza proprio non mostra interesse. Non solo non si preoccupa minimamente di quali veleni escano dalla cottura (si liquida l’argomento mentendo, spesso con l’indulgente benedizione dell’ARPA), ma il tema dell’incidente non viene neppure sfiorato. L’inceneritore va a fuoco? E con ciò? Ci sono fuoriuscite di sostanze tossiche decine, centinaia di volte oltre i già più che indulgenti limiti di legge? Che noia! Basta omettere i controlli o, se capitasse la disgrazia che questi fossero eseguiti da qualche novellino che non conosce ancora le regole, basta tacere, magari con una bella reprimenda al ragazzotto.
Se di tutto questo esiste una certa contezza fra i pochi che si occupano di ambiente nella veste di vittime delle istituzioni, quasi nessuno sa che, in genere, quei forni non hanno addetti alla sicurezza, vera o fasulla che sia, e, quando questi ci sono, si tratta di persone che nessuno si è preso la briga di addestrare a prendere con prontezza le contromisure del caso. E non ci sono addetti perché dei pericoli veri un po’ è opportuno tacere e un po’ le nostre istituzione non sono al corrente.
In queste ultime settimane mi sto occupando di un aggeggio che si sta tentando di allestire a Sant’Agostino, un piccolo comune a due passi da Ferrara. Bene: quel coso non è mai stato sperimentato, nessuno sa che impatto avrebbe sulla popolazione e sull’ambiente, e non esiste la benché minima documentazione tecnica in proposito al di là di qualche foglietto che definire ridicolo sarebbe fin troppo benevolo. Addetti alla sicurezza, poi? Ma mi faccia il piacere! La popolazione sarà la cavia gratuita dell’esperimento e da qualsiasi cosa possa accadere, botto non certo escluso, i responsabili saranno assolti, protetti da un ginepraio di leggi e regolamenti tanto farraginosi da consentire qualunque interpretazione di comodo.
Ma, dopotutto, niente d’insolito. Non è forse vero che si vagheggia di affidare la sicurezza non di un comune di 6.000 anime ma dell’intera nazione per quanto riguarda le micidiali centrali nucleari nientemeno che all’ineffabile dottor Zero, quello che già mostrò tutta la sua sublime incompetenza in tema di ambiente all’ormai famigerata puntata di Che Tempo Che Fa propinata al popol bue da RAI3? Chi non ricorda il suo sorriso rassicurante da venditore di frigoriferi al Polo Nord a proposito della nocività degl’inceneritori? Beh, adesso rischiamo di trovarcelo a guardia delle fissioni nucleari.
La reazione dei sessanta milioni d’italiani? Nessuna, naturalmente.
E, allora, se siamo in queste mani e non vogliamo reagire, perché rovinarci l’esistenza perdendo tempo a scandalizzarci di un piccolo deragliamento (forse) da cellulare o a discettare di sicurezza quando potremmo, anzi, dovremmo occuparci di fatti ben più importanti come, ad esempio, le sniffate della signorina Belén ormai conosciuta con il solo nome di battesimo alla stregua di Leonardo, Raffaello, Michelangelo e Galileo?
Italiani, è ora della nanna!

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