lunedì 6 settembre 2010

Lacrime di un vero coccodrillo

Giacomo Gabellini
Siamo proprio alla frutta. "Repubblica" del 2 settembre dedica due paginoni all'uscita dell’autobiografia di memorie di Tony Blair, anticipandone qualche estratto che farà sicuramente gioire gli adoratori del verbo politicamente corretto.
Blair esprime tutto il proprio rammarico per aver mentito alla nazione, quando inventò di sana pianta l'esilarante patacca delle cosiddette "armi di distruzione di massa" in mano a Saddam Hussein, allo scopo di affiancare gli USA in quella sconsiderata e criminale guerra di aggressione all'Iraq. "Repubblica" sposa ovviamente la tesi di Blair, che intende per ovvie ragioni far passare i propri indegni civettamenti militari con i signori d'oltreoceano per semplici "errori" di valutazione. Siccome abbiamo da tempo fatto il callo a questi interessati ripensamenti postumi (è significativo il fatto che non molti mesi fa si parlava di una UE retta dal vergognoso "Trattato di Lisbona" e presieduta proprio da Tony Blair), sarebbe interessante sottoporre al signor Blair qualche domanda non esattamente programmata,....
magari relativa a quello che egli stesso definì "Modello del progresso di liberazione", la devastazione della Jugoslavia della primavera 1999. E' veramente troppo assistere alla riabilitazione di questo "Gnomo in giardino" (definizione di Tony Judt), operata per giunta con i mezzi propri ai più strenui americanisti contemporanei, quelli che, per intendersi, deprecano gli Stati Uniti per Guantanamo e Abu Ghraib, per l'Iraq e, a suo tempo, per il Vietnam, iscrivendo tutte queste nefandezze nel novero degli "errori di percorso" che una "grande nazione" può sempre commettere, e che di sicuro trarrà infatti, proprio da “grande nazione”, le debite lezioni dall'accaduto, magari votando il "buono" Obama e ripudiando il "cattivo" Bush. Per Blair è in atto lo stesso, medesimo processo; secondo i burattini della grande stampa italiana e internazionale (che presenta sempre più analogie con quella che Catullo definiva a suo tempo gli "Annali di Volusio"), Blair è un uomo che ha "sbagliato" ad inventare l'idiozia delle armi di distruzione di massa per attaccare l'Iraq, ma rimane pur sempre un laburista (un "sinistro", quindi) eletto per ben tre volte in un paese non certo socialista, e che ha riportato l'Inghilterra ai grandi palcoscenici che le spettano. Niente di più falso. Blair si è progressivamente avvicinato alla "City" di Londra e ai finanzieri che la popolano come mai nessun leader di un movimento come quello laburista, tradizionalmente vicino ai minatori, aveva mai fatto in passato ed ha inaugurato un inedito modello di partito poi adottato da quasi tutti gli altri "sinistri" europei; un partito, cioè, pesantemente ammanicato con certi "poteri forti", molto più "distaccato" nei confronti della tutela della classe operaia e invece attentissimo ai voleri della grande finanza. A guardarla con un minimo di attenzione, la storia di questo uomo politico presenta diverse analogie con quella di Margaret Thatcher, con la quale condivide infatti la corresponsabilità per aver abbattuto, o meglio, mescolato efficacemente gli elementi tradizionalmente attribuibili ora alla "destra” ora alla "sinistra", promuovendo la formazione di un ibrido che non fa distinzioni tra stato e mercato, assurto ora a modello per eccellenza dell'imperante "Pensiero Unico" globalizzato. Così come la Thatcher aveva potuto piegare i minatori inglesi dopo mesi e mesi di opposizione frontale mentre l'opinione pubblica guardava verso la grottesca Guerra delle Falkland, Blair ha approfittato della crisi kosovara, nel gonfiare la quale ha fatto la parte del leone, per mascherare l'orribile situazione in cui versavano i servizi sociali pubblici (sanità in primis), ai quali destinava un percentuale di prodotto interno lordo analoga a quella del governo conservatore del 1984, guidato proprio da Margaret Thatcher. Ma torniamo al Kosovo, pietra miliare necessaria per comprendere l'ottusità di tutti i "sinistri" europei che si sono cimentati nell'impresa (Blair, D'Alema, eccetera). Questi signori, Blair in primis in un vergognoso articolo anguillesco che fu tradotto in diverse lingue, intitolato “Le nuove regole del mondo globale”, parlarono di "Olocausto kosovaro” e diedero il via alle operazioni belliche, il 24 marzo 1999, ancor prima di interpellare i parlamenti. Presentiamo alcune spigolature tratte da qualche giornale non certo sensibile alle sorti del popolo serbo:
"USA Today" del 2 luglio 1999: "Invece di 100.000 albanesi uccisi da milizie serbe, fonti ufficiali americane stimano attualmente che circa 10.000 furono effettivamente uccisi".
"l'Espresso" dell'11 novembre 1999 pubblica una dichiarazione del consulente del Tribunale dell'Aja Pujol, che riferisce che "Gli albanesi sepolti in Kosovo nelle fosse comuni durante il conflitto della scorsa primavera sono 2500".
"Corriere della Sera" del 7 gennaio 2000 riferisce che al termine delle operazioni di scavo "I cadaveri sono risultati 2108, non tutti necessariamente albanesi".
Sarebbe interessante chiedere a Blair conto di queste cifre e metterle in relazione ai richiami all'"Olocausto kosovaro" con cui costui, assieme ai vari Veltroni e D'Alema, tentò di legittimare quella che non era altro che una guerra imperiale a tutto tondo. E quando ha il coraggio di domandare ipocritamente, rivolgendosi a non si sa chi e riferendosi all'aggressione all'Iraq, "Pensate davvero che non m'importasse, che non fossi rattristato con ogni fibra del mio corpo per la perdita di ogni soldato caduto?" potremmo ricordargli il cinismo che dimostrò quando si rallegrava per la distruzione di ogni infrastruttura serba per mano delle forze NATO. In riferimento poi a questi "Annali di Volusio" che celebrano i pentimenti di un simile individuo e specificamente alla disinformazione di massa per quanto concerne le vicende balcaniche (ma vale per qualsiasi altro campo d’indagine), la cosa più sensata e rivelatrice l'ha pronunciata un non addetto ai lavori (cosa che accade sempre più spesso, tra l'altro), l'attuale allenatore della Fiorentina Sinisa Mihajlovic, il quale, al giornalista che gli chiedeva quale fosse l'immagine peggiore che conservava della guerra, rispose che "Giocavo nella Lazio. Apro Il Messaggero e vedo una foto con due cadaveri. La didascalia diceva: due croati uccisi dai cecchini serbi. Uno aveva una pallottola in fronte. Era un mio caro amico serbo. Lì ho capito, su di noi hanno raccontato tante cose. Troppe non vere". Proprio così, e qualcuno ci ha pure costruito una carriera, su queste cose non vere, ma, come avrete capito, ogni riferimento a cose e persone è puramente casuale.

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