mercoledì 15 settembre 2010

Le ragioni di una svolta

Giacomo Gabellini
Non molti anni fa il grande scrittore Gabriel Garcia Marquez ha coniato l'inedita espressione "fondamentalismo democratico" per descrivere sinteticamente, ma altrettanto efficacemente, quello che è forse il frutto avariato prodotto dalla retorica occidentale in piena “Guerra Fredda”, prontamente dissepolto dalle macerie del Muro di Berlino e riproposto con inaudita arroganza da certi miserabili elementi per spianare la strada all'unipolarismo monocentrico a guida statunitense.
Una massiccia e capillare opera di strumentalizzazione della parolina magica "democrazia" ad uso e consumo di determinati oligopoli finanziari ben precisi e definiti, e dei rispettivi scarafaggi reggicoda loro annessi e connessi. Si tratta di una retorica ridicola e sgangherata, che racchiude la più feroce intolleranza nei confronti di tutto ciò che non è partitocrazia, parlamentarismo e mercimonio elettorale; le organizzazioni che non rispondono a questi inderogabili requisiti vengono immediatamente e inesorabilmente tacciate di autoritarismo quando non, nella maggior parte dei casi, di vero e proprio totalitarismo. Ne consegue simmetricamente che qualora un paese “democratico” fosse colto in flagrante a civettare con un qualunque "disdicevole" interlocutore non ottemperante ai "requisiti" sopra indicati, sarebbe oggetto papabile di infamanti scomuniche e feroci anatemi, da certa "destra" e dall'intero fronte "sinistro".....
Non dovrebbe destare scalpore, di conseguenza, il giubilo "trasversale" ostentato dalle varie fazioni politiche occidentali in occasione del recentissimo esito del referendum tenutosi in Turchia lo scorso 12 settembre. Il 58% dei cinquanta milioni di turchi recatisi alle urne ha scelto, tra le altre (non poche) cose, di sottrarre una fetta consistente di potere all'esercito, classico e notorio bastione laico ed atlantista che in passato (si parla di quattro colpi di stato negli ultimi cinquant'anni) ha giocato un ruolo fondamentale ai fini del mantenimento degli equilibri interni della Turchia, ispirati alle idee del padre della patria Mustafà Kemal Ataturk, dal giorno della sua adesione al Patto Atlantico (1952) ad oggi. Con questo referendum, Erdogan ha messo a segno un colpo vincente, che va ad allargare il già nutrito ventaglio di possibilità operative a sua disposizione e a garantire alla propria politica estera di ampio respiro uno spazio di manovra indubbiamente maggiore rispetto al recente passato. Dal canto loro, le forze armate si vedono invece messe nell'angolo, ad occupare una difficile e precaria posizione dalla quale, per il momento, non possono far altro che incassare il colpo in un silenzio che ha dell'assordante. Il problema è che tutto ciò è stato incredibilmente interpretato come un passo di avvicinamento e letto in chiave europeista da alcuni diretti interessati, tra i quali spiccano gli alti vertici della ridicola Unione Europea e soprattutto la stampa internazionale protettrice degli interessi precisi e personalissimi di un manipolo di grandi agenti del capitale d'oltreoceano. E' pur vero, infatti, che l'esito del referendum ha affermato il primato della volontà popolare sulla partigianeria mummificata e mummificante delle forze armate, in evidente ottemperanza ai canoni imposti dal "fondamentalismo democratico", ma è altrettanto palese che la cosa rappresenta a tutti i livelli una minaccia per gli interessi occidentali. La Turchia è infatti un paese situato in una posizione geografica a dir poco strategica, che le consente di giocare un ruolo cruciale nella costruzione dei due gasdotti "Nabucco" e "South Stream" e nelle trattative di pace tra Israele e Palestina, dotato di un'economia solida e in costante sviluppo, che, mettendo tra parentesi la recessione del 2009 (- 4,5%), ha fatto registrare tassi di crescita nell'ordine del 5% all'anno e in cui il 93% dei cittadini ha meno di 65 anni. A conti fatti, la necessità che l'Unione Europea ha di assorbire la Turchia è di gran lunga maggiore di quanto non ne abbia quest'ultima di aderire ad una ridicola e insignificante ammucchiata retta da inefficienti burocrati radicalmente asserviti ai centri di potere statunitensi, che hanno svenduto l'autonomia del Vecchio Continente impedendo ad ogni singolo stato di tenersi stretta uno straccio di azienda strategica. Di questo Erdogan sembra essersi accorto per tempo e infatti solo questa incapace masnada di semicolti può pensare di interpretare in chiave europeista la scelta di indire un referendum simile. Erdogan si è decisamente svincolato dai ferrei legami atlantici, che imponevano alla Turchia di sposare acriticamente la causa israeliana e statunitense; tessendo trame diplomatiche con Iran e Brasile, avvicinandosi visibilmente alla Russia di Putin (e non di Medvedev) da un lato, e sputtanando pubblicamente Israele ben prima dell'oscura vicenda della "Freedom Flotilla" (in occasione del Rapporto Goldstone) dall’altro, questo abile stratega ha placato visibilmente gli ardori filoeuropei che da decenni scuotevano i palazzi di Ankara. Le forze armate erano l'unico scoglio su cui potevano infrangersi alcune scelte troppo radicali, ed è proprio alla luce di questo fatto che vanno lette diverse sortite di Erdogan, come ad esempio le dichiarazioni, di pura facciata, di amicizia nei confronti dell'UE. Proprio come Putin, Erdogan sta infatti intensificando i rapporti, energetici soprattutto, con i singoli stati europei stando bene attento a bypassare i vincoli imposti dai parassiti che siedono misteriosamente a Bruxelles. Ora che ha ridimensionato l'esercito, storico custode del verbo laico e atlantista, costui avrà mano libera nell'area, ed è infatti altamente probabile che i recenti civettamenti con Ahmadinejad si trasformeranno in qualcosa di molto più consistente. L'eventuale alleanza tra i due potrebbe portare all'istituzione di una sorta di asse Ankara - Teheran, da assurgere a dovere a bastione di riferimento di tutti i paesi islamici (che, come è noto, non sono proprio pochi) dell'area, con tutte le inevitabili ripercussioni che un fenomeno di questa portata sortirebbe sui rapporti di forza che regolano l'attuale, moribondo assetto geopolitico unipolare, in evidente rotta di collisione. In passato sono state le forze armate a preservare la logica scaturita dall’adesione alla NATO, e non è certo un caso che anche pochi mesi fa sia stato sventato un colpo di stato direttamente riconducibile ad alcuni generali in pensione, che tramavano per sdoganare Erdogan e cancellare ogni traccia di panislamismo, al fine di riaffermare i vincoli imposti dal Patto Atlantico. Ora che l’ostacolo è venuto meno, con ogni probabilità Erdogan non farà altro che volgere ancor di più lo sguardo a Oriente, verso un’area che offre prospettive molto più allettanti rispetto a quell’ingessato carrozzone che è l’Unione Europea.

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