martedì 21 settembre 2010

L'estetica del nucleare

Alessandro Iacuelli
"Le centrali nucleari sono brutte. Talmente brutte che la loro bruttezza contribuisce alla non accettazione di tali impianti da parte dell'opinione pubblica". Bella frase ad effetto, anche se palesa delle chiare intenzioni propagandistiche. E a pronunciarla sono gli esperti della World Nuclear Association (WNA), attraverso il proprio foglio informativo, il World Nuclear News (WNN). Insomma, i cittadini cattivi non hanno tutti i torti: non vogliono le centrali perché sono brutte, non certo per tutti i discorsi su sicurezza, ambiente, salute, temi che già hanno fatto e continuano a fare vittime in tutto il mondo, dal Giappone agli Stati Uniti, passando per Francia, Gran Bretagna, Russia eccetera.
E' chiaro che occorre rimediare, e al più presto. Anzi: adesso o mai più, visto che ora la Germania ha deciso di prolungare i tempi della propria uscita dal nucleare, Obama ha deciso di rilanciare l'industria dell'Atomo, l'Italia sta per entrarvi fuori tempo. Adesso o mai più, visto che l'Uranio presente sulla terra è destinato a finire nel giro di relativamente pochi anni. E, per rimediare all'estetica dei reattori, non certo al loro funzionamento, il WNA ha lanciato nientedimeno che il First Annual Showcase: un concorso che si potrebbe definire "di bellezza", un concorso internazionale per architetti ed artisti per premiare il design più bello, e accettabile dalle popolazioni, per le prossime centrali nucleari....
Accettabile esteticamente, come è ovvio.
La dichiarazione ad effetto è di John Ritch, il presidente del WNA, alla conclusione di un simposio svolto a Londra e lanciato il concorso. In sala stampa, Ritch ha dichiarato: "L'industria nucleare impressiona la gente perché la sua tecnologia comporta potenti forze misteriose e invisibili. Ciò che certamente l'industria può controllare, è la visione che il pubblico ha delle centrali. Esprimendo modernità e precisione del nucleare, oggi l'architettura potrebbe con pochi costi aggiuntivi, contribuire a promuovere l'apprezzamento della gente per una tecnologia che non è solo ammirevole ma cruciale per il futuro del nostro mondo".
In pratica, l'obiettivo è di progettare l'esterno di una centrale nucleare da 1 MW, tenendo conto di tutti gli standard di sicurezza, con una torre di raffreddamento, che sia anche piacevole da vedere. Quale sia il premio in palio, Ritch non l'ha raccontato. L'importante è che nasca un design accattivante, l'importante è che la forma nasconda bene la sostanza.
"La maggior parte degli impianti assomiglia alle fabbriche di 100 anni fa", ha proseguito Ritch, "dobbiamo e possiamo fare meglio. Anche l'estetica deve essere all'altezza dell'alta tecnologia delle centrali, e con il concorso vogliamo stimolare artisti e architetti ad affrontare questa sfida". L'obiettivo dell'iniziativa, spiega Ritch, è creare una visione delle centrali associata a una "visione futuristica della vita nelle città. Eventuali costi aggiuntivi saranno compensati dai benefici di una migliore accettazione da parte dell'opinione pubblica".
A fare da contraltare al simposio londinese, arriva come un fulmine a ciel sereno uno studio scientifico da un ente "titolato" e celebre come il Massachusetts Institute of technology che racconta come "l'uranio disponibile è sufficiente per non frenare l'espansione dell'uso dell'atomo prevista nei prossimi decenni." Secondo lo studio, in pratica, anche con le tecnologie attuali non c'è il rischio di una penuria della materia prima. Lo studio contraddice diverse ricerche precedenti, secondo cui l'uranio potrebbe non essere sufficiente a sostenere il crescente ricorso a nuove centrali previsto per il prossimo decennio, ma non dà indicazioni su quale tipo di ciclo del combustibile è più utile usare nella prossima generazione di centrali. In pratica, contraddicendo fior fiori di ricerche, misure e statistiche, anche autorevolissime, secondo cui fra tre o quattro decenni, cioè poco dopo la fine della costruzione delle centrali, l'Uranio sarà finito, dal MIT si svegliano e raccontano al mondo che tutti gli altri si sono sbagliati, e che invece di Uranio ce ne sta ancora per cento anni.
Quindi le centrali diventeranno rottami inutilizzabili, e contaminati, solo tra cento anni, per cui sarà un problema dei nostri pronipoti. E forse non è un caso se questo studio arriva poco tempo dopo la decisione della Casa Bianca di rilanciare il nucleare in Nord America, cercando di dare ossigeno ad un'industria pesante, quella nucleare, che rientra nell'elenco dei finanziatori del MIT stesso.
Intanto in Italia, parlando al forum dei giovani di Confcommercio a Venezia, il Ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha dichiarato in maniera perentoria: "Noi non abbiamo il nucleare, le altre economie con cui competiamo lo hanno. Se avessimo il nucleare, avremmo un pil diverso, sarebbe più facile crescere come gli altri paesi". Suona come una sentenza, peccato che non è motivata né sostenuta da dati. In realtà, l'unica cosa vera che c'è nella sentenza di Tremonti è che l'investimento nel nucleare scuote sì il PIL, ma solo se i costruttori degli impianti hanno il sostegno economico dello Stato, altrimenti andrebbero tutti in rosso.
E se il sostegno dello Stato non bastasse, occorrerà gonfiare le bollette degli utenti. Basti pensare che la stessa Associazione Italiana Nucleare ha ammesso di recente che il costo di produzione del kWh nucleare si colloca in un intervallo tra gli 8 e i 12 centesimi di Euro, senza considerare i costi di smaltimento delle scorie, cioè almeno quanto il termoelettrico convenzionale: energia che costa di più, molto di più, e che  smentisce clamorosamente la presidente di Confindustria Marcegaglia, che anni fa in un convegno a Capri sbandierava un costo di 3 centesimi di Euro. Anche se questo coccio dei costi si è rotto, si continua, Tremonti in testa, a spacciare il nucleare tra gli elementi di "innovazione" necessari all'Italia per competere con gli altri paesi e guadagnare indipendenza dai combustibili fossili. Sarebbe ora di ricordare che il nucleare non è un'innovazione: è una tecnologia ferma a mezzo secolo fa, il numero di centrali nel mondo è lo stesso da vent'anni, e che nei prossimi anni le centrali nucleari che saranno spente per ragioni tecniche o economiche sono in numero maggiore di quelle che entreranno in funzione.
Infine, il nucleare non darà affatto indipendenza energetica all'Italia, visto che si basa sull'uso di un combustibile, l'uranio, che non è infinito e che non viene estratto in Italia. Anzi, il nostro Paese non solo non possiede significative riserve di uranio, e quindi sarà costretto ad importarlo, ma nel corso degli ultimi decenni ha anche perduto competenze e conoscenze nel campo della costruzione e gestione delle centrali. Pertanto dovremo comprare dall'estero l'uranio, farci costruire le centrali dall'estero, e farcele gestire sotto una guida estera. E sarà quindi la guida estera ad intascare le bollette.
Non sarebbe la stessa cosa della dipendenza energetica dal petrolio e dal metano, come avviene oggi. Infatti, come ricorda il WWF in un suo recente documento, il monopolio sul nucleare è nelle mani di lobby molto più ristrette dell'OPEC, lobby dalle quali avremmo una dipendenza ancora più stringente. Ma il problema vero a quanto pare, e lo dice il World Nuclear Association, è che le centrali sono brutte.
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