lunedì 4 ottobre 2010

Costituente ecologista oltre la destra e la sinistra: fosse la volta buona?

Eduardo Zarelli
Si scioglie la Federazione dei Verdi, residuo parcellizzato delle varie esperienze partitiche dell'ambientalismo nostrano, nasce la Costituente ecologista. Le tematiche di riferimento risultano - più o meno strumentalmente - patrimonio di molte compagini politiche, così come di buona parte della cosiddetta società civile, e ne prendono atto anche i Verdi. La prima e più significativa differenza dal recente passato è la trasversalità politica, che allontana la nuova Costituente dal connubio con la sinistra radicale e la avvicina, almeno nelle intenzioni, all’Europa. La nuova aggregazione parte con un appello firmato da molte personalità, tra cui Mario Tozzi, Luca Mercalli, Marco Roveda, Nicola Caracciolo, Massimo Scalia, Gianfranco Bettin, Marco Boato, Loretta Napoleoni. Il portavoce di questa rinascita è Angelo Bonelli, che propone: «una forza ecologista che assorba il pragmatismo dei Verdi tedeschi, che hanno creato 300 mila posti di lavoro con le energie rinnovabili, e che si caratterizzi con il trasversalismo di Daniel Cohn Bendit»..... Obiettivi ambiziosi, visto che in Germania i Verdi raggiungono il 24 per cento e in Francia sono al 16. In Italia, invece, sono ridotti a una comparsa nelle aggregazioni progressiste, oppure a mera testimonianza civica. In tal senso Bonelli esprime opinioni originali, per la verità, già espresse in passato dalle minoranze non conformiste dell'ecologismo italiano: «La sovrapposizione con la sinistra radicale ha impedito che l’ambientalismo potesse essere patrimonio di tutti i cittadini. Dobbiamo essere trasversali nei contenuti e nella società e andare oltre i confini ideologici di destra e sinistra». Del resto, spiega Bonelli, «la destra appoggia il nucleare e la sinistra fa piani regolatori che aumentano la cementificazione». Insomma, sembra finalmente che - a parole - anche i politici ambientalisti italiani vogliano ragionare in termini continentali e, soprattutto, riprendere la vera ragione culturale della denuncia ecologista al processo di civilizzazione industriale. Le ragioni di una riconciliazione tra cultura e natura si pongono oltre la modernità e le logore categorie otto/novecentesche della destra e della sinistra. Una occasione quindi che non va lasciata inesplorata da tutti quei soggetti politici e sociali consapevoli della transizione in atto e della necessità di nuove sintesi ideali per rappresentare il bene comune e gli interessi generali.
Quando sia la destra che la sinistra auspicano (ancora) una società ed un’economia che prevedono la crescita infinita del consumo di merci, quale discontinuità corre tra il “pensiero unico” liberale e il “pensiero critico” progressista? Nessuna. È giunto quindi il momento di ripensare un modello antropologico, culturale, sociale ed economico senza futuro, per tentare di costruire una società della post-crescita che – in controtendenza - sappia sostituirsi a quella della crisi permanente. La “decrescita” infatti non è un’ideologia, non è un “programma politico”, non è una semplificazione ingenua delle contraddizioni della società industriale, ma un tema che ha il pregio di sintetizzare le contraddizioni del concetto egemone di sviluppo “illimitato”, è uno stimolo in controtendenza, che ci estrania dai condizionamenti della società dei consumi e ci fa considerare la scienza, la tecnica e la società in un’ottica culturalmente aderente alla natura, che è fatta di ciclicità virtuose piuttosto che di linearità illimitate.
Il riduzionismo economicista ha costruito – innanzi tutto nell’immaginario - un potentissimo artificio culturale, spacciandolo per “naturale”, identificando il concetto di sviluppo con la crescita materiale dei beni, che un sistema produttivo mette a disposizione dell’individuo per sopperire alla scarsità. La crescita - in realtà - non misura i beni, ma le merci, cioè quegli oggetti e quei servizi che sono scambiati per denaro, mentre i beni non sono monetizzabili, non fanno crescere il Prodotto Interno Lordo, quindi sono negati e rimossi, a partire dalla natura reificata in “risorsa” energetica sfruttabile illimitatamente. Sinistra e destra si equivalgono, in questa insensibilità: sono due varianti dello stesso modello razionalistico; la differenza sta nell’uso dei frutti di questa crescita, non nelle sue caratteristiche e implicazioni. Sia il capitalismo sia il socialismo, in qualsiasi loro forma e sfumatura, vogliono ampliare il PIL. L’ideologia liberale privilegia i detentori dei “mezzi di produzione”, perché in questo modo le risorse saranno a disposizione di chi reinvestirà in produzione e indotti consumi. L’ideologia socialista ridistribuisce i dividendi in modo più equo, così che i medesimi consumi di massa favoriscano la produzione e, quindi, gli investimenti pubblici. La storia ha dimostrato come l’economia, che perseguiva - almeno formalmente - ideali di maggiore eguaglianza sia stata sconfitta dall’economia liberista, perché questa ha avuto la capacità di accumulare maggior capitale per far crescere la produzione. L’occidentalizzazione, con il liberalismo di massa, ha realizzato una società in cui anche le minime parti di reddito sono più grandi di quelle più eque di qualsiasi modello socialista, e ciò indipendentemente dai suoi risvolti sociali, politici, ecologici. Nel momento in cui entrambi i modelli ritengono che la crescita sia l’obiettivo in sé, affermare invece che lo scopo non è la crescita significa porre un ideale altro, non subire il determinismo nichilistico delle tecnocrazie: porre una domanda sul perché, non sul come.
Nella società “fluida”, dematerializzata, digitalizzata, polverizzata e priva di appartenenze l’emancipazione individualistica corrode ogni responsabilità collettiva: il destino del socialismo (vedi la Cina), tramite il consumismo, è la subalternità al liberismo. L’utopia si trasforma in incubo: “l’altro mondo possibile”, evocato in qualche residuale e tristo corteo, è disperatamente destinato nel vicolo cieco di un supermercato globale. Il mutamento di paradigma consiste invece nell’oltrepassare la “modernità” e la mercificazione universale che ha causato. Vivere secondo le leggi di natura, significa porsi il problema di come non ferire la sensibile trama della vita che ci circonda, di come ridurre al minimo possibile l’impatto dovuto ai nostri consumi e ai nostri bisogni. Il compito primo di una cultura ecologica della sobrietà consiste nello sposare la semplicità volontaria dello stile di vita a una felicità cercata nella virtù, nella misura, della compiutezza, in controtendenza alla dissoluzione dei costumi nell’egoismo narcisistico, che fa della felicità un diritto, a prescindere dei doveri dell’uomo nei confronti della natura e della comunità di cui è parte. Solo una società ispirata a una felicità-virtù può ridurre i bisogni materiali, la complessità organizzativa e, di conseguenza, la tensione psicologica e decisionale del singolo; all’opposto, una società edonistica, sposando una felicità-piacere, proietterà i bisogni nell’artificio e nell’illimitatezza, fino a “patologizzare” l’indecisione individuale nell’ansia abulimica o anoressica dell’eccesso o del suo rifiuto, alimentando paradossalmente l’infelicità.
Il ceto politico, divorziato dalle idee, polemizza esclusivamente sui mezzi, risultando reticente sulle finalità del nostro vivere associato, adattandosi a un ruolo subalterno funzionale-amministrativo. Nell’indistinto culturale del “pensiero unico”, l’assuefazione dell’opinione pubblica ai meccanismi autoreferenziali del potere diffonde la rassegnazione, l’opportunismo, la disaffezione civica. Chi è libero e disinteressato, si muova in controtendenza sui temi e le nuove soluzioni comunitarie possibili in tema di ecologia, sostenibilità, agricoltura biologica, efficienza energetica: l’originalità è contagiosa.

Arianna Editrice

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