martedì 19 ottobre 2010

Ecomostri a tutta velocità ma per costruire un ospedale ci si mettono vent’anni

Massimo Fini
pubblicato su il Gazzettino il 15 ottobre 2010

Per costruire un ospedale o una stazione ferroviaria in Italia ci si mettono venti anni e quando finalmente la struttura è pronta è diventata obsoleta. Ma quando c’è di mezzo un "ecomostro" si va a velocità missilistica. Io abito a Milano in un brutto edificio anni Cinquanta, brutto come solo dal dopoguerra si è costruito, in una zona quasi centrale. L’unico pregio della mia casa era che dalle finestre vedevo nelle giornate limpide, quasi tutto l’arco delle Alpi: le Grigne, il Rosa, il Cervino. Davanti al mio edificio sorgeva infatti negli anni Cinquanta la stazione delle Varesine. Per me, bambino, era bello poter vedere dall’alto il via vai dei treni, il gioco degli scambi, le rotaie luccicanti che si perdevano all’infinito. 
Negli anni Sessanta le Varesine sono state spostate un chilometro e mezzo più in fuori e oggi si chiamano Stazione Garibaldi. Nell’enorme spiazzo si è installato un grande Luna Park che ci è rimasto per anni. Perlomeno ci si poteva portare i bambini. Qualche anno fa il Luna Park, probabilmente sconfitto dalla Playstation, è andato via e al suo posto è nato un bosco, un vero bosco, non l’odioso verde che si può solo guardare. Miracolo a Milano.....
Milano infatti, a differenza di Roma o di Torino, ha un solo parco e un solo giardino pubblico (ne ha molti invece di privati, ma stanno all’interno delle inavvicinabili case del centro). Già ai primi del ’900 l’architetto Van de Welde, ponendosi il problema delle megalopoli, avvertiva che "una città è fatta di pieni ma anche di vuoti". Milano ha solo pieni. Sarebbe bastato dare una ripulitina a quel bosco, metterci qualche panchina, un chiosco e si sarebbe avuto luogo gradevole, oltre che un piccolo polmone verde quasi nel centro della città. A costo zero.
Una mattina dell’anno scorso mi sono affacciato alla finestra e il bosco era sparito, raso al suolo. Ci costruiranno "La Città della Moda". Un nonsense: gli stilisti hanno già fatto sapere che non ci andranno, negli ultimi anni infatti invece di concentrare le sfilate in un unico luogo hanno avuto l’intelligente idea di spalmarle in varie zone della città. Oltre al corpo centrale il progetto prevede tre grattacieli, il più alto di 35 piani, più del Pirelli, con la differenza che il Pirelli è un capolavoro di Ponti e Nervi. E per non negarsi nulla c’è anche una passatoia pedonale che dal Grand’Hotel Principe e Savoia, sorpassando con un ponte viale della Liberazione (e quindi altro cemento) porta alla stazione Garibaldi (come se un cliente del Principe si facesse, con le valigie, un chilometro a piedi).

La "Città della Moda" squinternerà tutto il quartiere che in buona parte è formato da dignitose case popolari della vecchia Milano. I prezzi e gli affitti saliranno alle stelle e anche gli ultimi milanesi o gli immigrati di prima generazione dovranno sloggiare ed andare nell’hinterland. Noi abitanti del quartiere abbiamo fatto ricorso al Consiglio di Stato, ma non c’è speranza. Davanti alle mie finestre è già sorto un enorme falansterio che copre ogni vista. Vi lavorano giorno e notte, il sabato e la domenica, in spregio ad ogni regolamento. Ma che importa? E che importa che proprio dietro la "Città della Moda" ci siano già due grattacieli costruiti alla fine degli anni ’80, all’epoca delle speculazioni socialiste, dell’architetto pluricondannato De Mico, che non sono mai stati abitati?

Costruiamone ancora, tanto il bosco non tornerà più e intanto, mentre si cementifica tutto, la Moratti, ci impedisce di andare in macchina la domenica per non inquinare.
Mentereale

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