domenica 10 ottobre 2010

Il Dio malvagio del lavoro

Simone
Tra i lavoratori si è sviluppato inconsciamente un nuovo culto. Oggi molto dipendenti credono in una divinità malvagia, senza nome, che ce l'ha a morte con loro condannandoli a una vita di stenti.
A dire la verità molti non se ne rendono neanche conto, per questo ho parlato di un culto inconscio, ma dai loro discorsi emerge proprio questo, una fede [ir]rivelata in un Dio cattivo che vuole il successo degli imprenditori e la disfatta dei loro dipendenti.
Dico questo perché parlando con colleghi e con persone che conoscono che lavorano in altre società, fabbriche o uffici, ognuno rivela un profondo disincanto nei confronti della propria posizione e soprattutto un arido fatalismo.
Se tutti sono d'accordo sul fatto che oggi la situazione del lavoratore sia difficile, triste e per molti aspetti peggiore rispetto a quella dei nostri omologhi di una quindicina d'anni fa per via delle cupe prospettive future, è anche vero che ben pochi credono di poter partecipare a una forma di cambiamento attivo, sia essa attraverso gli strumenti tradizionali del braccio di ferro col "padrone", sia essa una più generale forma di ribellione al quadro socio-politico-economico.
Coloro che credono in questo Dio cattivo sono irremovibili sulla propria posizione fatalistica e quando se ne sente parlare uno è come averli sentiti tutti..... La condizione dei lavoratori è quella che è e non può che peggiorare. Se gli si propone di fare qualcosa per invertire la tendenza la risposta è un'alzata di spalle accompagnata da un "cosa?". Scendendo nei dettagli – ricorso al Tribunale del Lavoro, Asl, sindacati – la situazione peggiora, il fedele si fa ancora più difensivo perché gli si è mostrata una linea d'azione concreta "No, no, è così, non può cambiare niente". Se si prova a insistere spiegando che non c'è ragione per cui si debba subire per tutta la vita, arriva la grande resa al destino da parte del nostro interlocutore che guardandosi i piedi dirà "è così e basta, cosa ci vuoi fare?". Qualcuno, non tutti per la verità, diventa penoso quando interseca la fede nel Dio cattivo dei lavoratori col "porgi l'altra guancia" cristiano sostenendo che ci si deve far piccoli piccoli e portare a casa almeno quel poco che il lavoro da, senza mettere in crisi aziende e società che, poverine, soffrono già molto.
Non parliamo poi di suggerire ai fedeli una prospettiva più complessa, di rifiuto totale del sistema economico, perché il rischio è di essere denunciati come malati mentali o peggio dei terroristi agli sbirri, avendo messo in discussione non solo il quieto vivere del lavoratore ma anche il quieto vivere della persona nel suo complesso.
L'analisi che se ne ricava è che buona parte dei dipendenti oggi ha una forte componente spirituale. Essa crede fermamente in qualcosa di esterno, un fattore endogeno rispetto a sé e persino rispetto ai propri datori, qualcosa, anzi Qualcosa, che sfugge al proprio controllo. Pertanto il corso [lavorativo] delle cose non può essere determinato dai lavoratori stessi, dalle persone, nemmeno se in stragrande maggioranza si rimboccassero le maniche e gonfiassero i bicipiti con sguardo arcigno, sampietrini e chiavi inglesi tra le mani. Il destino esiste e ha una propria intelligenza creativa e questa intelligenza che perseguita la condizione sociale dei lavoratori è un Dio cattivo.

Ma noi, che non siamo fatalisti, non possiamo accettare questa posizione. Noi non pensiamo che "il mondo è", "il lavoro è", "la vita è". Noi pensiamo che le cose sono come noi le facciamo essere e se Dio, se gli Dei ci guardano sappiamo che essi non determineranno il corso delle cose.
Al contrario daranno il proprio favore a coloro che con più determinazione sapranno modellarlo.

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