sabato 2 ottobre 2010

L'Ecuador che non si arrende

Fabrizio Casari
Il colpo di Stato in Ecuador è fallito. L’esercito, fedele alla Costituzione e al Presidente Correa, è intervenuto con la forza per liberare il presidente dall’ospedale dove era stato preso in ostaggio dai rivoltosi ed ha anche liberato i commissariati dove i poliziotti traditori si erano sollevati e lo stesso aereoporto della capitale. Il saldo dell’operazione di pulizia è di due morti e diversi feriti, alcuni di questi ultimi tra le fila dell’esercito e della popolazione che è scesa in strada con l’intento di appoggiare il suo Presidente contro i golpisti. La vicenda, gravissima, ha un suo aspetto di cronaca e un altro tutto politico, interno ed internazionale. Partiamo dal primo.
La cronaca riferisce di una ribellione di alcuni reparti della polizia di Quito che rifiutavano il pacchetto legislativo proposto dal Governo e approvato dal Parlamento sulla riforma dei servizi pubblici, presidenza compresa, e che prevede, tra l’altro, la riduzione dei benefici di vario genere dei quali hanno goduto in passato le forze di polizia come altri settori della Pubblica amministrazione....

Il Presidente Correa, avvertito delle proteste dei poliziotti e su richiesta degli ufficiali di polizia, aveva deciso di recarsi alla sede del Reggimento 1 di Quito per spiegare, personalmente, la necessità delle misure, anche nell’intento di trovare soluzioni di compromesso. Ma il tentativo di dialogo è stato frustrato dai poliziotti, a dovere sobillati: addosso al Presidente sono piovuti insulti, lanci di oggetti e di gas lacrimogeni; questi ultimi hanno prodotto una lieve intossicazione al presidente che è stato prelevato dalla sua scorta e accompagnato in ospedale.
I poliziotti si sono riversati in strada, bruciando copertoni e lanciando pietre, quindi hanno occupato l’aereoporto di Quito e, in seguito, hanno circondato l’ospedale dove il Presidente era stato soccorso. A poco erano servite le assicurazioni del Ministro di Sicurezza Pubblica, che si era detto certo della breve e non cruenta durata della protesta degli agenti. Il blocco dell’ospedale, la presa dell’aereoporto, il saccheggio dei supermercati, gli assalti ai negozi, ai distributori di benzina e a quattro sportelli bancari, hanno offerto un quadro golpista difficile da negare. In aggiunta, a dimostrazione di un piano orchestrato, mentre in altri due centri - Cuenca e Guayaqui - si assisteva ad altre proteste di strada della polizia, nella capitale, come d’incanto, gruppi di studenti di destra cercavano di occupare le strade in appoggio alla polizia ribelle. Stesso copione anche in altre province.
Scatta la reazione popolare a sostegno di Correa, che in un quadro rovesciato rispetto alla consuetudine, vedeva gli studenti e lavoratori leali alla Costituzione scendere in piazza ed ingaggiare scontri con la polizia golpista. I manifestanti si dirigevano all’ospedale per tentare di difendere il presidente, ma venivano accolti da gas lacrimogeni e colpi d’arma da fuoco dalla polizia golpista che circondava il nosocomio.
Nel frattempo, le proteste internazionali rendevano chiaro il ripudio al golpe. Dal Segretario Generale dell’Onu ai governi latinoamericani, si sono susseguite le prese di posizione al fianco di Correa e del legittimo governo ecuadoriano. In primo luogo i membri dell’Unasur (Unione delle nazioni sudamericane). I presidenti di Cile, Uruguay, Argentina, Bolivia, Colombia, Venezuela e Perù si sono riuniti immediatamente a Buenos Aires per sostenere Correa. Il Ministro degli Esteri brasiliano, Celso Amorim, ha espresso “il totale appoggio e solidarietà al Presidente Correa”.
Il Perù, confinante, ha disposto la chiusura delle frontiere, così come la Colombia, che ha espresso immediata solidarietà al Presidente ostaggio dei golpisti, mentre Hugo Chavez invitava alla mobilitazione contro “le forze oscurantiste, la destra, i servi dell’impero che cercano ogni scusa per tornare al potere”. Stessi toni dalla Bolivia, dove Evo Morales ha definito la sollevazione poliziesca “una cospirazione vergognosa stimolata da politicanti privi dell’appoggio popolare, destinata a evitare l’avanzata del processo rivoluzionario in Ecuador”.
Ancora più dura la posizione espressa da Nicaragua e Cuba. Ed è qui, nella presa di posizione di Cuba, che gli eventi cessano d’indossare le vesti della cronaca e assumono sostanza politica. “Cuba attende che il comando delle forze armate ecuadoregne obbedisca all’obbligo di rispettare e far rispettare la Costituzione e di garantire l’inviolabilità del Presidente della Repubblica legittimamente eletto e assicurino lo stato di diritto”. Il comunicato del Ministero degli Esteri cubano afferma poi di “ritenere il Capo delle Forze Armate responsabile dell’integrità fisica e della vita del Presidente Correa” avvertendo che “dev’essere assicurata la sua piena mobilità di movimento e l’esercizio delle sue funzioni”. L’Avana si spinge poi oltre, al cuore del problema: “Invitiamo il governo statunitense a pronunciarsi contro il golpe. Il suo portavoce ha solo detto che segue da vicino la situazione. Un’omissione in questo senso vi renderebbe complici del colpo di Stato”.
La presa di posizione Usa, infatti, somigliava molto a quella presa in occasione del golpe in Honduras contro il legittimo presidente Zelaya. Con parole moderate e fintamente solidali, si trasmetteva invece una sorta di “via libera” ai golpisti, come venne ampiamente dimostrato nel successivo corso degli eventi. Solo un po’ meno sfacciata di quella di giubilo espressa nel poi fallito golpe in Venezuela.
Subito dopo la pubblicazione della posizione cubana, senza voler con questo stabilire una relazione temporale di causa-effetto, lo scenario è cambiato. Sollecitato dall’estero o internamente, o da ambedue gli scenari, pur con diverse ore di ritardo l’esercito ecuadoregno ha rotto gli indugi ed ha scelto d’intervenire. Sette camion di soldati si sono recati verso l’ospedale per rompere il blocco organizzato dai rivoltosi e, mentre una sparatoria durata venti minuti tra militari e poliziotti riconduceva alla normalità la situazione, un reparto delle forze speciali dell'esercito liberava il Presidente, assistito dalla sua scorta, mettendo così fine ad un sequestro durato otto ore. Due morti e 88 feriti il bilancio sanguinoso dell’intervento.
Correa, pochi minuti dopo la sua liberazione, si è recato al palazzo di Governo. In un breve discorso, nel quale ha chiesto alla popolazione “unità contro i traditori della patria”, ha assicurato che non ci saranno “né perdono, né dimenticanze”, annunciando misure immediate contro i fagocita tori del tentato golpe, che ha indicato nell’ex Presidente Lucio Gutierrez (cacciato a suo tempo dalla rivolta popolare). “Non era una rivendicazione salariale. E’ stato un tentativo di colpo di Stato organizzato da Gutierrez - ha proseguito Correa - ma non ho fatto e non farò un passo indietro. “Il mio obiettivo era questo, ha proseguito Correa: o uscire come un Presidente di una nazione degna, o uscire cadavere”. E ancora: “I cospiratori di sempre hanno sequestrato il Presidente e, per liberarlo, sono caduti fratelli ecuadoriani. E’ un giorno di profonda tristezza che non avrei mai creduto di dover vivere”. Si stringe quindi il cerchio sui mandanti del golpe. Correa, pur essendo uomo di dialogo, per nulla venato da tentazioni militariste, pare deciso a ripulire la scena golpista una volta per tutte. Quanto avvenuto a Quito, però, riporta alla ribalta non solo i periodici tentativi delle oligarchie nazionali latinoamericane di azzerare i risultati elettorali e, con essi, le politiche d’inclusione sociale e di riassetto politico interno dell’indipendentismo latinoamericano. Sullo sfondo, inutile far finta di nulla, c’è la gestione della terra e delle risorse energetiche continentali, che non sono più a disposizione delle multinazionali statunitensi e delle oligarchie locali a loro alleate.
Hanno rappresentato, storicamente, la fortuna e la croce dei paesi latinoamericani, oggetto delle criminali attenzioni di Washington proprio in ragione del consolidamento del comando militare, del controllo politico e dell’accumulo di ricchezze che ha permesso agli Stati Uniti di calmierare il mercato interno da un lato e di far scorazzare le sue major alimentari ed energetiche nell’immensa praterie dei profitti tramite saccheggio. Proprio l’inversione di questo quadro ha destabilizzato il quadro del dominio statunitense. Dall’America Latina, o meglio, dal suo saccheggio, è nato l’impero; dalla stessa area ha subìto e subisce il primo livello della sua decrescita.
Le democrazie latinoamericane hanno ripreso il controllo sulle loro risorse, attivato politiche economiche di equità redistributiva tese a ridurre la sperequazione enorme tra masse infinite di diseredati e piccole oligarchie nazionali, e si sono associate tra loro costruendo un mercato interno continentale basato sulle reciproche necessità e possibilità. E nello schieramento internazionale, l’abbandono del Washington consensus ha ulteriormente stabilito la nuova stagione latinoamericana, che vede e trova nuovi sbocchi internazionali ai suoi prodotti. Un programma che, non a caso, vede le economie locali in crescita robusta, in assoluta controtendenza rispetto al resto della scena globale. Per questo la calma che è tornata a Quito non significa che tutto sia finito. Gli USA non hanno intenzione di restare a guardare: cospirazione, finanziamenti e campagne mediatiche vengono organizzate con questo fine. Sia perché Venezuela, Brasile, Ecuador e Bolivia, dispongono una quota molto importante delle riserve energetiche mondiali che fanno gola alla Casa Bianca, sia perché l’altra faccia della medaglia è anche militare. Basi militari statunitensi restituite ai governi locali, accordi commerciali per acquisto e vendita di materiale bellico con Russia, Cina, Iran, accelerazione verso un modello di difesa continentale, restituzione piena delle proprie Forze Armate alla sovranità nazionale, sono tutti aspetti direttamente intrecciati con il nuovo quadro politico indipendentista latinoamericano. Da qui nascono i golpe sponsorizzati da Washington, da qui la resistenza latinoamericana, un tempo inimmaginabile.
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