domenica 31 ottobre 2010

Norimberga e dintorni

Giacomo Gabellini
Come è noto, Tareq Aziz, l'ex numero due del vecchio rais Saddam Hussein, è stato recentemente condannato all'impiccagione da un tribunale di Bagdad. I grandi sforzi profusi dalle ridicole e servili autorità irachene non hanno di certo impedito a chi ha ancora occhi per vedere di squarciare il velo di Maya dell'ipocrisia e di intravedere le reali motivazioni, eminentemente politiche, della sentenza.  
Ma al di là di tali superflue ovvietà, occorre focalizzare l’attenzione su quello che è senza ombra di dubbio l'aspetto decisamente indegno dell'intera faccenda; il fatto, cioè, che una volta di più i vincitori si sono arrogati il diritto di giudicare i vinti. Questa tendenza non è di per sé nuova, ma affonda le radici a poco più di sessant'anni fa, e più precisamente negli scranni di Norimberga, ove i giudici rappresentanti delle potenze uscite vincitrici della Seconda Guerra Mondiale misero le proprie “competenze” al servizio dei loro superiori per "vagliare" le responsabilità dei vinti e deciderne arbitrariamente i destini.... Come accade in ogni processo a sentenza già scritta che si rispetti, per onorare quello di Norimberga i facinorosi giuristi che stavano "dalla parte giusta" ebbero l'ardire di suggerire "a chi di dovere" di decretare l'introduzione di reati ad hoc, perseguibili con effetto retroattivo, e di sottrarre i propri imputati al giudizio del medesimo tribunale, da essi stessi voluto e finanziato, minandone così ogni pur minima credibilità e legittimità. A riempire (seppur parzialmente) la voragine creata dal vergognoso e assordante silenzio riservato alla faccenda dagli "intellettuali" dell'epoca, si levò la puntuale e autorevole voce di Benedetto Croce, che in un celebre discorso pronunciato al parlamento italiano nel luglio del 1947 affermò: "Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai nostri giorni (bisogna pure avere il coraggio di confessarlo) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto nomi di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti, abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere ai vinti o ad alcuni dei loro uomini e se ne richiedeva la consegna per metterli a morte, proseguendo e concludendo con ciò la guerra". Parallelamente alle acute e pertinenti critiche mosse a suo tempo da Croce, andava ovunque insinuandosi il sospetto che i vincitori non disponessero affatto dei titoli per giudicare i vinti. Si voleva (e si vuole ancora oggi) veramente credere che Stati Uniti, URSS e Gran Bretagna non si fossero macchiati di gran parte degli stessi crimini per cui furono condannati i gerarchi nazisti? La Storia ha fatto ampia luce (bombardamenti sui civili di Dresda e Amburgo, "distruzione indiscriminata" ecc.) in merito a questa faccenda. Ma congedandoci da Norimberga e venendo a questioni attuali, è bene interrogarsi sulla reale stoffa di cui sono fatti i vincitori di oggi, visto e considerato che la smania di processare i vinti non accenna battute d’arresto. Dopo la caduta dell'URSS e l'instaurazione dell'unipolarismo, il diritto internazionale ha subito una ancor più marcata distorsione ed è stato ridotto a nulla più che vero e proprio braccio armato degli Stati Uniti, che se ne servono solo ed esclusivamente nei momenti in cui le sue iniziative coincidono con i loro obiettivi politici, ma a cui non riconoscono alcuna legittimità allorquando si tratta di sottoporre a giudizio militari o politici americani. Così, Milosevic, Karadzic e Hussein sono stati o saranno processati mentre nessun americano o inglese o italiano, quali che siano le nefandezze compiute (e ne hanno compiute molte) è comparso nelle aule di "giustizia" dell'Aja, senza che nessuna Carla Del Ponte insceni alcun isterico stracciamento di vesti. Alla fin fine, l’unica certezza che emerge da questa torbida vicenda è che nei tanti tribunali di “giustizia” istituiti in giro per il mondo (L’Aja, Bagdad ecc.) hanno “scambiato” la “dea bendata” per l’infinitamente meno rispettabile Zio Sam, e che Tareq Aziz, dopo Saddam Hussein (la cui impiccagione è stata definita da Bush “Pietra miliare sul cammino della democrazia”), non è che l'ultimo dei capri espiatori, l'ultimo pezzo di carne da immolare all'altare dell'imperialismo, brutale e assassino come sempre ma fregiato, questa volta, con gli educati e accattivanti crismi dell'umanitarismo, l'oppio dei popoli su cui si forgia lo sciagurato zeitgeist contemporaneo.

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