venerdì 8 ottobre 2010

Oltre la tv del dolore

Angela Azzaro
L’orribile storia di Sarah Scazzi, uccisa dallo zio perché rifiutava le sue avance e poi violentata da morta, può essere letta, e quindi denunciata, in diversi modi. Due chiavi però emergono in maniera particolare. Il fatto che si tratti dell’ennesimo delitto in famiglia e, in secondo luogo, che l’orrore si sia consumato sul volto della madre in diretta tv.
Partiamo dalla famiglia. Il caso di Sarah non è il primo. Forse è più tragico di altri. Ma fa purtroppo parte della ignobile statistica che vede padri, fratelli e… zii come i primi responsabili della violenza nei confronti delle donne. Nei mesi successivi alla scomparsa della giovanissima ragazza si è detto di tutto: che era stato uno sconosciuto contattato su face, che Sarah “andava” con i ragazzi più grandi, che sognava di fuggire (ma quale ragazza dotata di un po’ di cervello non vuole fuggire da un ambiente di provincia?). A un certo punto, come nei peggiori copioni, è saltata fuori anche la pista “migranti”: e se fosse stata la badante rumena?....
Poi è arrivata la verità, l’amara verità. Ancora più amara perché è come se fossimo impotenti davanti a quanto succede.  C’è quasi un’accettazione passiva di fronte all’enorme numero di delitti e di violenze consumati tra le mura domestiche. C’è il sole, c’è il mare e c’è pure da contemplare la possibilità che il tuo fidanzato ti pugnali. E’ così, ogni volta che la cronaca ci travolge, penso che non sia stato fatto abbastanza per sconfiggere la cultura dell’odio maschile nei confronti delle donne. Si balbetta, si protesta, ma senza mai volere incidere, perché si tratterebbe di mettere in discussione il nostro stesso mondo, le nostre certezze, la nostra cultura.
La morte di Sarah ci ha raccontato anche un’altra storia. La madre della ragazza ha saputo la notizia in diretta tv, durante il programma Chi l’ha visto?. Il suo volto tetro e come pietrificato, senza una lacrima, captava la notizia che era stato ritrovato un corpo. Il corpo. Il corpo della figlia. In studio Federica Sciarelli faceva finta, forse davvero imbarazzata, di voler sospendere la diretta, ma per farlo ci ha messo più di mezz’ora. Il tempo per mostrare a milioni di spettatori l’orrore di una madre che muore, l’osceno – non della morte in diretta – ma della diretta della morte. Era impressionate vedere come la madre non si muovesse. Si trovava nella casa dello zio, le cui prime notizie che arrivavano dalle agenzie davano già come assassino. Ma era anche in un punto dove non poteva ricevere notizie perché il cellulare non prendeva, quindi non poteva sapere che cosa veramente fosse accaduto. Eppure non gli è venuto in mente che potesse alzarsi, urlare, chiudere tutto. Lei non compariva in televisione. Lei era in quanto stava davanti alla tv. E noi con lei, inchiodati in quella finzione senza poterci apparentemente staccare.
Si è consumata in questi decenni una vera e propria trasformazione antropologica e cognitiva. Una mutazione che ha modificato nel profondo l’essere, lo ha plasmato e reso conforme alla diretta tv. La madre non voleva stare lì, non gliene fregava niente, eppure è rimasta. Non si è mossa, come se si trattasse di una condizione ineluttabile. Sciarelli non ha provato a fare sciacallaggio eppure non è riuscita a chiudere, come avrebbe dovuto fare, la diretta.
Ma questo è ancora più grave perché l’osceno che abbiamo visto compiersi durante la puntata di Chi l’ha visto? non è imputabile alla mancanza di sensibilità di uno o allo squallore di un altro. Siamo stati tutti contagiati dallo stesso virus. Anche i migliori, anche i diversi. E non basterà un nuovo governo per salvarci dalla mutazione avvenuta.

Arianna Editrice 

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