lunedì 6 dicembre 2010

Gabriele Sandri, la vita giusta di un morto sbagliato

Antonella Giuli
 Nulla è più facile da raccontare come la vita normale di un morto sbagliato. Nella rappresentazione banale e scontata di una realtà frequente, ormai ci si è abituati a vedere, se non addirittura a giustificare, l’atto estremo di un poliziotto chiamato a fronteggiare la violenza di un delinquente qualunque, in modo tanto più sostenuto quando dall’altra parte della divisa se ne sta un reietto, uno scarto sociale dalla vita difficile, privo d’affetti ma pieno di amicizie non raccomandabili e perché no, magari teppista da stadio e pure un po’ drogato.
 Ma questa volta no. Questa volta nessuno è stato disposto a chiudere un occhio sulla brutale uccisione di Gabriele Sandri. Questa volta neanche uno a legittimare la follia di un gesto volontario che ha stroncato la vita di un bravo ragazzo nato e cresciuto bene. Questa volta il morto è sbagliato per davvero.
Gabriele Sandri non aveva una fedina penale macchiata da reati, non era un delinquente, poteva vantare il sostegno e l’amore di una famiglia sempre presente, affettuosa e benestante nonostante fosse figlio di genitori separati..... Contava su una cerchia di amici affidabili che si divertiva senza sballarsi, andava allo stadio e non per questo metteva su un passamontagna o portava con sé delle armi. Amava la pastasciutta (piatto preferito la “carbonara”), la pulizia e teneva ordine nel grande armadio dove ogni giorno sceglieva vestiti sempre ben piegati. La sua camera non aveva niente fuori posto a catturare l’attenzione. Scarna e disadorna addirittura, senza poster o sciarpe appese che pure amava collezionare. Alle pareti, a fianco al suo letto a una piazza e mezza e alla lunga scrivania dove poggiava vinili e cd, solo qualche foto di amici stretti qua e là, a ricordargli i bei momenti di una vacanza o di una trasferta. Gli piaceva giocare a calcio (ruolo, “attaccante generoso” in rappresentative regionali). E spesso approfittava del suo proverbiale charme sulle donne per frequentarne qualcuna quando non era impegnato in altro di serio. Gabriele Sandri era insomma un ventiseienne normale e moderno dalla vita normale e moderna, con la passione per la Lazio, la musica e le belle ragazze. Sopra tutto amava la sua famiglia, l’adorata mamma Daniela, che chiamava così spesso al telefono quando di giorno era fuori a lavorare al negozio di papà Giorgio o la sera a metter dischi in qualche discoteca romana.
Nato sette anni dopo Cristiano, che sin da piccolo chiamava col nomignolo “Tato”, nonostante la differenza d’età ha sempre vissuto letteralmente attaccato al fratello. «Certo, quando lui ne aveva sette e io quattordici era fuori discussione portarmelo dietro», ricorda Cristiano. «Ma una volta cresciuto, siamo diventati inseparabili. Dire che Gabriele ed io siamo stati fratelli è poco. Non esiste una parola precisa che possa descrivere il nostro rapporto. Posso solamente dire in tutta onestà che era la persona che amavo di più». Ed era anche la persona più coccolata di casa, ci racconta. «Come tutti i figli più piccoli era anche il più viziato, soprattutto da nostra madre. Ma non ha mai avuto il carattere del viziato. Era anzi solare, molto generoso, altruista. Come tutti hanno avuto modo di vedere dalle fotografie che abbiamo piano piano rese pubbliche, Gabriele era un ragazzo molto estroverso, sempre sorridente, chiacchierone. Tutto il contrario di me. Eravamo perfettamente complementari. Figurarsi che più di dieci anni fa ci siamo anche fatti lo stesso tatuaggio: due anelli concentrici con la scritta “fratelli abbracciati per l’eternità”. Condividevamo davvero tutto: confidenze, amicizie, dubbi, esperienze».
Sette anni di differenza sono bastati a Gabriele per vedere nel fratello quel modello, quella luce-guida da seguire passo passo nella vita di tutti i giorni. «Naturalmente ha solcato le mie orme anche nella scuola. Dopo i tre anni di medie s’è iscritto al mio stesso Liceo classico, il Tacito. E proprio come me, finì per fare a cazzotti tutti gli anni col greco e con la matematica. Insomma, non è mai stato il primo della classe. È riuscito comunque a non farsi bocciare mai, ed era fortissimo in storia, forse l’unica materia che gli sia mai piaciuta davvero». Gabriele aveva scelto studi umanistici anche dopo le superiori, attratto com’era allora da quella nuova facoltà di Scienze delle comunicazioni. Qualche esame, lezioni seguite sì e no, eppure dei risultati ogni tanto a casa li portava. «In realtà la carriera universitaria di Gabriele non è stata né lunga né soddisfacente», ammette Cristiano. «È vero, aveva superato diversi esoneri con voti tutto sommato buoni, ma alla fine Gabriele capì piuttosto in fretta che l’università, o comunque quella facoltà, non faceva davvero per lui. È così che ha iniziato a lavorare nell’attività di famiglia, il negozio di papà, e a coltivare più seriamente la passione per la musica».
Era conosciuto come “deejay Gabbo”, Gabriele. Frequentava le discoteche di Roma più rinomate come il Piper, la Cabala o la Maison. Ed era talmente bravo da essere ricercato anche per diverse feste esclusive, come quella di compleanno del giocatore della Lazio, Lorenzo De Silvestri. Quell’occasione gli valse la conoscenza di altri calciatori biancocelesti come Fabio Firmani e Tommaso Berni. Spesso lavorava anche in Sardegna o a Cortina, in locali frequentati da giovani che però non lo hanno mai convinto fino in fondo. Ambienti forse troppo “leggeri” per stringere amicizie. «Mio fratello era selettivo per natura, credeva nelle affinità in qualunque ambito. Era sempre sorridente e professionale, naturalmente, ma non hai mai davvero amato quell’ambiente, lo giudicava spesso “falso” e “superficiale”. Eppure, posso dire con certezza che chiunque abbia avuto modo di conoscerlo, foss’anche per un paio di serate appena, lo ha apprezzato per lo spirito, per la schiettezza e per l’allegria».
Tutte qualità che soprattutto le donne trovavano irresistibili, ci racconta sorridendo Cristiano. «Mio fratello era letteralmente un latin lover, un vero e proprio tombeur de femmes... si può dire che sul mercato era molto ricercato. Spesso ci divertivamo a confrontarci, a commentare insieme questa o quella. Anche se a dire la verità negli ultimi tempi s’era legato a una ragazza di nome Livia, una cosa più seria, durata circa un paio d’anni». Però Gabriele non se l’è mai portate allo stadio, le donne, abituato com’era a condividere il tifo per la Lazio solo col fratello e con i soliti amici della domenica. «Una passione di famiglia che gli abbiamo trasmesso sin da piccolino. Ogni volta che la Lazio giocava a Roma nostro padre ci portava a vedere le partite in Tribuna Tevere. Quando però ho raggiunto l’età per poter andarci da solo allo stadio, circa a sedici anni, ho iniziato a frequentare la Curva nord. A Gabriele andò meglio, cominciò a sganciarsi da noi e a frequentare l’Olimpico già a quattordici anni, prima in Curva nord e poi di nuovo in Tevere, sempre assieme a me. Niente gruppi, niente striscioni dietro ai quali identificarsi in tutto e per tutto. Gabriele era un “battitore libero”». Immancabili poi le trasferte fuori casa, sempre con gli amici, sempre con Cristiano. «L’ultima insieme, in verità, l’abbiamo fatta l’anno prima che fosse ucciso. Era il 2006 e la Lazio giocava a Milano contro il Milan. Anche se a essere sinceri, la trasferta che davvero non scorderò mai fu quella del 6 maggio del 1998 allo stadio Parco dei Principi di Parigi per la finale di Coppa Uefa. Come tutti sanno purtroppo alla Lazio andò malissimo, l’Inter vinse ben 3 a 0 grazie ai gol di Zamorano, Zanetti e Ronaldo. Eppure Gabriele ed io, nonostante quei terribili 90 minuti di partita sofferta, ci divertimmo tantissimo. Improvvisammo anche una piccola partita di calcio tra di noi al Traforo. Così, tra amici e fratelli».
Quando Cristiano parla del fratello ha la voce ferma. Tenera certo, calma, ma sempre ferma. Ci dice che non passa giorno senza che un pensiero vada a Gabriele. Da quasi 20 mesi è diventato padre di un maschietto che ha chiamato come suo fratello. «L’unico che oggi riesce a far sorridere mia madre. Per lei, che con mio fratello aveva un rapporto intenso, quasi simbiotico, la sua morte è stata una perdita davvero terribile. È difficile reagire. Mio figlio, il piccolo Gabriele, sta piano piano riempiendo parte dell’enorme vuoto piombato nella nostra famiglia quell’11 novembre del 2007. Quando sarà più grande e potrà conoscere la storia dello zio, sarà orgoglioso di portare il suo nome. Così come io sono orgoglioso di essere stato suo fratello per ventisei anni».
Perché Cristiano Sandri, Gabriele se l’è vissuto e cresciuto davvero, ci ricorda anche il giornalista e scrittore Maurizio Martucci, autore tra l’altro del libro sull’uccisione di Gabriele “11 novembre 2007”. «Gabbo per la verità aveva un rapporto splendido con tutta la famiglia. Si dichiarava innamorato soprattutto della madre Daniela. Quando per lavoro la lasciava sola a casa, al rientro la sera spesso si sdraiava accanto a lei e le raccontava la sua serata». E poi c’era il rapporto tutto speciale col padre, Giorgio. «Sì. Sessant’anni compiuti giusto oggi (ieri, ndr), non dimenticherà mai l’ultima volta che ha parlato con suo figlio, la sera prima che Gabriele fosse ucciso. Era tornato tardi quella notte, aveva lavorato al Piper e stava riordinando i dischi. Giorgio gli ha chiesto: “Non vai a letto?”. “No papà, finisco qui e poi mi vedo con gli altri per andare a Milano a vedere Inter-Lazio”, gli ha risposto il figlio. “Ma non ci andare, sarai stanco...”. “Papà, per la Lazio faccio questo e altro”, ha chiuso Gabriele. Detto questo, se n’è andato all’appuntamento con gli amici. E non si sono mai più visti». Oggi la famiglia Sandri è impegnata in prima linea per ottenere giustizia per l’uccisione del figlio. «Sì. La signora Daniela non si fa vedere troppo in pubblico, il suo dolore è più intimo, raccolto. Giorgio Sandri invece ha il carattere di un leone, sempre in giro per incontri e interviste a parlare di Gabriele, a onorare la sua memoria con grinta e tenacia. Anche Cristiano si batte per il fratello con molta lucidità e determinazione. Certamente essere diventato padre lo aiuta ad andare avanti. L’anello debole della famiglia è sicuramente la madre». Tre giorni fa la Corte d’Appello di Firenze ha ribaltato la sentenza del primo grado dando a Spaccarotella il capo d’accusa di omicidio volontario, oltre a un aumento di anni da scontare. «Finalmente s’è chiarita la reale dinamica dell’omicidio. Non dovrebbero esserci brutte sorprese in Cassazione. Questo almeno è quello che la famiglia Sandri, gli amici e l’intera opinione pubblica italiana si aspetta».
La verità per un ragazzo il cui assassinio è nel tempo divenuto un esempio per tutti. Un omicidio che restituisce all’idea del morto comune la certezza della giustizia. Il riscatto forse delle vittime sacrificate nel nome di un anonimo principio secondo il quale, tutto sommato, non sia un reato uccidere un ragazzo che ha espiato in modo orrendo la “colpa” invisibile che ricade sulla natura agonista del tifo. E se in tutta questa brutta storia dell’eroismo impersonale c’è, sta in una semplice lezione: il morto sbagliato dimostra solamente che i morti giusti non esistono.

(per gentile concessione dell'autrice)

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