mercoledì 16 febbraio 2011

Il Pianeta in castigo/ L’ipocrisia

Stefano Montanari
Ormai il mio senso dell’umorismo si è distorto come le mani di un artritico e ora, dopo anni vissuti forzatamente in reclusione in questa che qualcuno chiama affettuosamente “gabbia di matti”, trovo divertenti un sacco di cose che forse vent’anni fa mi avrebbero suscitato tutt’altro sentimento.
Tra le tante cose che mi divertono ci sono i paradossi di una società nella quale è in corso un evidente processo di putrefazione, un processo in cui non manca nulla, miasmi compresi. E tra i paradossi c’è quello dell’informazione. Mai come ora la notizia può tecnicamente fare il periplo del pianeta in un lampo e mai come ora diffondere notizie è stato così economico e alla portata di chiunque. Aprire un blog costa qualcosa che non è lontano da zero e, comparendo attraverso lo stesso mezzo con cui compaiono testi scientifici e informazioni più che controllate e certe, qualunque buontempone può ambire a pari dignità e a pari credito. Presso certe culture il cui seme fu piantato quando io entravo all’università, nel famoso Sessantotto, questa è democrazia. Chi ha, come me, la ventura di leggere le bozze di tesi di laurea compilati da giovanotti di belle speranze non può non trovare sinistramente divertente veder citate alla pari in bibliografia opere fondamentali del pensiero scientifico e ciarlatanerie che hanno la caratteristica comune di trovarsi fianco a fianco su Internet.....

Nulla importa se le notizie diffuse non hanno un fondamento. Un po’ alla Pirandello è vero ciò che ci pare e un po’ alla Paul Simon (tradotto), l’uomo ascolta ciò che vuole ascoltare e trascura il resto. Insomma, la realtà è, con un’onda che diventa tsunami, sostituita con forza crescente dalla molto più raffinata percezione.
Venendo ad un argomento che io ho sempre trovato interessante, cioè me stesso, io sono arrivato ai cosiddetti “onori della cronaca” in tarda età, e questo senza aver fatto la necessaria gavetta che mi avrebbe dovuto ammaestrare sul come si fa lo slalom intorno ai paletti dell’idiozia. Così provo ancora indignazione (pur trovandomi spesso ridicolo una volta passato il furore) al cospetto non solo di notizie fasulle ma al rifiuto di arrendersi ad una smentita documentata alla virgola.
Ma c’è un altro lato della medaglia. Al contrario di ciò che verrebbe da pensare, troppa informazione – qualunque ne sia il valore e la natura e chiamiamola per comodità, comunque, informazione – finisce per assordare e soverchiare chi dell’informazione dovrebbe usufruire e non è raro il caso che argomenti oggettivamente importanti, addirittura fondamentali per la nostra stessa sopravvivenza, abortiscano.
Non voglio arrivare ad argomenti oggi vistosi come la minaccia di veder attuare follie quali la costruzione di centrali nucleari nel nostro paese e costatare come l’opinione di Carlo Rubbia, Premio Nobel per la Fisica, sia restata inascoltata in un canto per lasciare il posto a quella di Umberto Veronesi, splendido ottantacinquenne businessman laureato in Medicina che di nucleare non ha alcuna esperienza e che, se non altro stante l’età, difficilmente potrà costruirsela. Mi limito solo a fare un piccolo esperimento. Chi tra i lettori è fedele all’intelligente e raffinata moda del momento di comprare, magari con un non proprio trascurabile sovrapprezzo, jeans nuovi che hanno acquisito in modo artificiale l’aspetto di stracci auspicabilmente da riciclare? E chi, tra questi lettori, ha idea di che cosa ci sia dietro quell’aspetto così fascinosamente vissuto? Beh, dietro c’è la malattia e la morte di un po’ degli operai che sono impegnati (per salari da fame, ma qui non importa) al “sandblasting”, vale a dire al rovinare la stoffa con getti di sabbia ad alta pressione. Chi lavora in quegli ambienti si sottopone alla probabilità di contrarre una silicosi entro un paio d’anni ma a volte ben prima, e la silicosi è una malattia incurabile e mortale. I fatti sono oggettivamente questi, ma quanto spazio è stato dedicato dai mezzi di cosiddetta “informazione” al problema? Zero, ma, in fondo, capiamoli: giornali e TV vivono di pubblicità e la pubblicità la mettono più probabilmente gl’industriali della moda che non coloro che per quattro soldi ci rimettono la pelle. E poi, passeggiare con dei jeans talmente sciupati da costare un patrimonio, vale bene un po’ di polmoni mineralizzati e la mente altrove.
Ora, se non abuso fino a rendermi insopportabile della pazienza di chi mi legge, chiedo quanti tra loro sanno che molti alimenti sono pieni di micro- e nanoparticelle inorganiche, insolubili nell’acqua e nei grassi, non biodegradabili e non biocompatibili. Questa roba finisce là dentro un po’ per motivi d’inquinamento ambientale e un po’ perché queste particelle, in varietà fabbricate in laboratorio, vengono aggiunte per attribuire un aspetto più attraente al prodotto o per farlo durare più a lungo sullo scaffale. Malauguratamente quella roba è cancerogena e la legge non si è mai data la pena di regolamentarla. Perciò nessuno ne troverà menzione in etichetta. Va da sé che chi fa informazione a scopo di lucro, cioè la casta che ne detiene il quasi monopolio, ben si guarda dall’informare e chi legifera e chi fa soldi con quell’impunità si fregano le mani come se loro vivessero in un’altra galassia.
Pochi sanno, eppure, nascoste sotto cataste di roba buona e d’immondizia pura, queste notizie, dai jeans alle merendine, esistono. Ma chi si prende la briga di cercarle? E, trovatele, chi ne coglie davvero la criticità?

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