mercoledì 16 febbraio 2011

Una legge per il minimo stipendio?

Simone
Spesso ho sentito parlare di "salario minimo", di "difesa dei salari" o di "politiche dei redditi".
Ma come è normale tutte queste espressioni della politica non portano mai a una pratica concreta efficace, semplicemente sintetizzano complicati iter legislativi attraverso cui si vorrebbe raggiungere il traguardo dichiarato ma sempre con il passaggio più lungo, per cui l'obiettivo o non viene raggiunto oppure viene conseguito quando ormai è tardi (per esempio si consegue un aumento degli stipendi quando ormai i costi della vita sono cresciuti in proporzioni maggiori).
Io credo invece che una legge debba mirare a conseguire il risultato per cui è studiata con meno passaggi possibili. Non ha senso fare una "politica dei redditi" cercando di ridurre le tasse così che quanto rimane in tasca alla gente al netto sia superiore. Non ha senso sgravare di imposte le imprese sperando che aumentino i salari dei dipendenti. Non ha senso dichiarare un obiettivo diretto per poi perseguirlo per vie indirette.
Io penso che una seria politica che salvaguardi gli stipendi delle persone non possa non consistere nel mettere nero su bianco quanto qualcuno deve, come minimo, guadagnare. Non riesco a pensare a un "salario minimo" che non sia questo, un salario garantito per legge.....
Oggi i livelli di retribuzione di un dipendente sono delegati ai contratti collettivi di categoria, ammesso che il dipendente non sia un atipico, con la relativa e periodica contrattazione tra imprese e sindacati (laddove questi ultimi, rinnovo dopo rinnovo, stanno perdendo sempre più peso) e di fronte a ogni discussione sui livelli dei salari i politici di ogni sponda, o meglio, i politici di ogni ala del partito unico liberista e capitalista, persino quelli dell'ala sinistra, concordano sul fatto che in un contesto di libero mercato lo Stato non debba mettere becco in questioni retributive, lasciando appunto che la paga di un lavoratore venga decisa da un impari braccio di ferro tra i lavoratori stessi e le aziende.
Paradossalmente capisco il discorso di questi politici che non possono certo promuovere leggi che vadano contro i loro interessi (essendo spesso imprenditori) o quelli dei loro amici (essendo talaltre amici di imprenditori) o peggio dei loro padroni (essendo ancora più spesso finanziati da imprenditori poco amici e molto vendicativi). Per queste ragioni la politica andrebbe, eufemismo, "riformata". Quello che non capisco è la motivazione metodologica per cui "in un contesto di libero mercato" lo Stato non dovrebbe mettere i salari minimi nero su bianco. Nel medesimo libero mercato è stato possibile in passato fare leggi per così dire universali che riguardano il lavoro: la garanzia di ferie, permessi, malattia, aspettativa è data da una legislazione generale non delegata ai CCNL. Sempre nel medesimo libero mercato sono state fatte leggi, anche ad hoc, per salvare imprese o favorire oligopoli di certe aziende.
E dunque perché non può essere una legge dello Stato a stabilire la paga minima per un lavoratore dipendente a contratto, qualsiasi lavoratore di qualsiasi categoria, a qualsiasi livello?
Si stabilisca che chiunque ha diritto a guadagnare una certa cifra, 7, 8, 10, 12 € all'ora. Sotto di questi non si va. Il ruolo dei CCNL per quanto riguarda il salario inizierà in un secondo momento, per contrattare con le associazioni datoriali e strappare aumenti oltre il limite minimo già salvaguardato dalla legge.

Non mi sembra ci siano altre "politiche dei redditi" efficaci, altre "difese del salario" che non questa: stabilire, una volta e per sempre, il diritto di qualcuno a guadagnare una certa paga sotto la quale non scendere ad alcun livello di successiva contrattazione.

Nessun commento: