giovedì 17 marzo 2011

Decrescita: utopia o autentica alternativa?

Alain de Benoist - Manuel Zanarini 
Il filosofo francese ci ha fatto l'onore di concederci una breve intervista. Il pensiero del filosofo francese è di fondamentale importanza e di drammatica attualità. La crisi economica e finanziaria sta portando i “padroni della globalizzazione” alla distruzione dello stato sociale e all'impoverimento delle classi lavoratrici; ma, da nessuna parte si sentono voci di un ripensamento del “capitalismo selvaggio”, vero responsabile dello “stato del mondo”. Il crollo della “finanza virtuale”; il colossale indebitamento a cui tutti noi siamo sottoposti dal mercato; il caso dell'inquinamento della BP; la devastazione delle risorse naturali, come l'Amazzonia, ecc. non stanno spingendo i “grandi della Terra”, verso un cambio di rotta. In questa situazione, dobbiamo essere noi a prendere in mano la situazione e reimpostare la nostra vita in modo più sobrio, locale, comunitario e ecologicamente sostenibile. Per fare questo deve cambiare la nostra concezione di vita e del rapporto con la Natura. Le riflessioni di De Benoist sono una “luce” e una guida per condurci su questo arduo, ma necessario, cammino....

D: Partendo dal titolo della conferenza, spesso la decrescita viene presentata come un'utopia, o peggio come un ritorno al passato. Come risponde a questa critica?
 
R:Sono chiaramente formule polemiche. La teoria della decrescita non solo non promuove un ritorno al passato, ma neppure ambisce a fermare la storia. La constatazione da cui parte è che le risorse naturali si stanno esaurendo e che non può esservi una crescita materiale infinita in un mondo finito. In altri termini si pone contro la logica del sempre di più, contro la dismisura che i Greci chiamavano hybris. In un mondo sempre più impegnato a portare avanti questa deriva, tali proposte possono, ad alcuni, apparire utopiche. Sono tentato di rispondere che l’utopia sta piuttosto nel credere che la fuga in avanti in cui ci siamo imbarcati possa proseguire all'infinito. Gli alberi non possono crescere fino al cielo.

D: Ultimamente, in ambienti ecologisti, si è fatta strada l'idea di “sviluppo sostenibile”. Lei è molto critico verso tale posizione. Potrebbe spiegarci la sua idea di ecologismo, e come essa si collega alla decrescita?
 
R:L’idea di sviluppo sostenibile è sicuramente accattivante, ma corrisponde soprattutto a una posizione mediatica. All’origine dei problemi con i quali ci confrontiamo c’è la crescita materiale, con il suo seguito di danni all’ambiente, di distruzione degli ecosistemi, di inquinamento ecc..., conciliare la crescita materiale con il rispetto per l’ambiente equivale a voler credere che il cerchio possa essere quadrato. La teoria dello sviluppo sostenibile, enunciata al Summit della Terra di Rio, 1992, porta al capitalismo verde, ovvero all’ecologia di mercato. L’applicazione del principio «chi inquina, paga», ad esempio, ha creato una specie di mercato dell’inquinamento: le grandi imprese multinazionali, che sono quelle che inquinano di più, possono pagare senza problemi i danni del loro inquinamento. Alla fine la spesa ricade sul costo iniziale, e di conseguenza sul prezzo di vendita. ´E proprio in virtù dell’applicazione della teoria dello sviluppo sostenibile che si favorisce oggi la produzione di automobili che inquinano sempre meno. E questo fa dimenticare la realtà dell’effetto di rimbalzo: dato che si costruiscono sempre più automobili, e anche se il consumo di energia diminuisce per unità, il consumo globale continua a aumentare, in modo che l’aumento delle quantità prodotte, annulla i vantaggi ecologici - un milione di automobili poco inquinanti lo sono molto di più nella totalità  di 100 auto molto inquinanti!-. Il filosfo francese Michel Serres fornisce una immagine molto esemplificativa dello sviluppo sostenibile paragonandolo al capitano di una nave che accorgendosi che sta andando dritto contro uno scoglio, decida di ridurre la velocità invece di cambiare la rotta.

D: In questa logica dovrebbe cambiare l'idea di Natura. Potrebbe indicarci, a riguardo, il cambio di paradigma necessario per favorire la decrescita?
 
R: Gli Antichi pensavano che l’uomo appartenesse alla natura, che si trovasse in un rapporto di co-appartenenza con essa. Al contrario, nella Genesi, l’uomo riceve l’ordine di dominare la natura. Con Cartesio la natura diventa un semplice oggetto e l’uomo vi si erge a padrone sovrano. Ed è proprio questo rapporto di dominanza che ci interessa rompere. Il mondo naturale non è una semplice tela di fondo su cui si muovono le nostre esistenze, una sorta di magazzino di risorse naturali, erroneamente considerate inesauribili e gratuite all'infinito; ma, è invece una delle condizioni sistemiche della vita. Distruggere la natura non solo significa l’eliminazione del nostro luogo ma anche di noi stessi, come se fossimo a scadenza. Nella prospettiva di una decrescita sostenibile, è necessario riconoscere il valore intrinseco della natura, un valore autonomo rispetto all’uso che ne facciamo.

D: Lei si sofferma spesso sul concetto di “limite”, da opporre alla hybris (dismisura) tipica della società attuale. Potrebbe approfondire tali concetti?
 
R:Ogni cosa ha un limite. Qualsiasi tendenza spinta al suo estremo si trasforma bruscamente nel suo contrario. La logica del profitto e dell’accumulo del capitale, la cui attuazione è all’oggi accelerata dalla globalizzazione, tende per la sua propria dinamica alla soppressione di tutti i limiti. Il capitalismo si caratterizza per il suo carattere infinito, illimitato e del suo tentativo di vigilanza e di omogeneizzazione del mondo. È quello che il filosofo Martin Heidegger definì il Gestell. Ora, tra le realtà che possono ostacolare l’espansione planetaria del capitale e la trasformazione della Terra in un immenso mercato omogeneo, ci sono le culture popolari e i modi di vita ben radicati nel territorio. L’unico modo per restituire al mondo la diversità, che costituisce la sua reale ricchezza, è quello di opporre all’espressione chiave vogliamo sempre di più, che caratterizza un principio fondante della modernità, quella di saper dire, secondo una riflessione critica più audace, ma non meno razionale, ne abbiamo a sufficienza.

D: Quali sono le misure, sia a livello generale, che da parte dei nostri lettori, che si devono adottare per fermare il “treno in corsa” su cui viviamo, e adottare uno stile di vita improntato alla decrescita?
 
R:Si tratta di applicare questo atteggiamento critico di cui ho appena parlato. Di non adottare un qualsiasi gadget, solo per il fatto che è nuovo. Di rompere con l’ossessione produttivistica, con la conseguente ossessione della merce o l’idea che di più è sinonimo di meglio. Si tratta di riconoscere che l’uomo non vive di solo pane e che l’individuo non può essere ridotto a quello che possiede. La logica dell’essere non è quella dell’avere, e ancor meno la qualità non può essere ridotta alla quantità. In modo più ampio, si tratta di decolonizzare l'immaginario simbolico, come sostiene Serge Latouche, ovvero di non dare più dimora alla convinzione che l’uomo è solo produttore-consumatore, o che l’economia è il fine di ogni cosa. Il valore non può essere sempre abbassato al valore di mercato, o di scambio. I prezzi si negoziano, i valori no. È ora di venir fuori da un mondo in cui niente ha più valore, ma tutto ha un prezzo.

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