mercoledì 30 marzo 2011

Lampedusa, un'isola nell'abisso

Fabio Polese
LAMPEDUSA – La situazione dell’isola italiana di Lampedusa è un qualcosa di irreale. Gli immigrati sono ovunque, come zombi, in gruppi più o meno numerosi, camminano nella città fantasma. Ovunque c’è un via vai continuo di forze dell’ordine che, secondo le fonti ufficiali, sono circa 400 unità divise tra Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza ed Esercito.
Avanti e indietro monitorano le vie della città e le nuove imbarcazioni che potrebbero arrivare da un momento all’altro. Sopra il porto, una piccola collina è invasa di sporcizia e di ripari per la notte fatti con mezzi di fortuna presi qua e là dagli immigrati. Nei negozi, alcuni chiusi e altri aperti, si mescolano gli abitanti lampedusani e i nuovi arrivati. “Noi non siamo razzisti, vogliamo continuare a vivere con dignità nella nostra isola, rivogliamo la nostra tranquillità” mi dice Giusi, una ragazza trentenne del posto che fa eco ai molti altri abitanti con cui ho avuto il piacere di confrontarmi e di parlare.
L’economia dell’isola di Lampedusa si regge - da sempre – attraverso la pesca e il turismo. La pesca, tra alti e bassi, continua. Il turismo, per ovvie ragioni, è al collasso. Proprio come l’isola. Maria, un’amica di Giusi, mi racconta della vita semplice e bella che tutti gli isolani sono abituati a fare,mi dice con un tono secco e ricco di ricordi ormai lontani:“lasciavamo le chiavi delle macchine attaccate al quadro”. Seppur possa sembrare una banalità, credo che il significato di quest’ultima affermazione, possa benissimo sintetizzare il radicale cambiamento della vita dei lampedusani. E perché no, anche quella di tutti gli italiani. L’emergenza immigrazione che soffoca l’isola da ormai due mesi non è più sostenibile come non è più sostenibile la barzelletta della convenzionale accoglienza tout court. La situazione di crisi attuale non lo permette. E se ne dovrebbero accorgere anche i fautori della solidarietà pace and love. A parole è tutto bello e tutto possibile. Ma nella realtà le cose cambiano.....

Ormai sono più di cinquemila e cinquecento le persone provenienti dal nord Africa stipate nel centro di accoglienza a cielo aperto dell’isola. Numeri che fanno girare la testa a tutti: dal governatore della regione Sicilia Lombardo al ministro dell’interno Maroni. Le soluzioni che vengono proposte dai nostri governanti però non sono destinate ad eliminare il problema. Un problema che comprende sia i cittadini italiani e sia gli sfortunati avventurieri che, con barche di fortuna, arrivano nelle nostre coste sperando in una vita migliore. L’Europa - Italia compresa - proietta da sempre una speranza di benessere. Un benessere fazioso e non destinato ai più. Da una parte ci viene proposto uno “spiattellamento” in tutto il territorio italiano di tendopoli d’immigrati e dell’altra, un finto aiuto economico per chi decidesse di tornare nella terra d’origine. Certamente non possono essere queste le soluzioni definitive al problema dell’immigrazione. Ma in perfetto stile italiano, si tende ad allungare i tempi della malattia.
Un ragazzo in un bar, vicino al porto di Lampedusa, mentre prendo il mio caffè, mi paragona la situazione della sua isola a quella di una barca che, piegata da una parte, affonderà da un momento all’altro. Un quadro che potrebbe realmente diventare una triste realtà. Nelle strade, nel frattempo, gli immigrati girano senza una meta, occhi persi nel nulla, prendono quello che trovano. Dall’altra parte dell’isola c’è quello che viene chiamato “il cimitero dei barconi”; decine di barche vecchissime ammucchiate a destra e a sinistra che sembrano essere una metafora dell’attuale situazione di crisi. Un’altra ragazza, incontrata nella principale piazza di Lampedusa – che manco a farlo apposta si chiama Piazza Libertà - mi dice che si sente morta dentro, ma, allo stesso tempo, non lascerà mai la sua amata isola. Mentre sento queste parole, capaci da sole di incidere una roccia, mi domando come mai, anche gli immigrati, non provino a lottare per vivere dignitosamente nella propria terra. E magari, anche il perché, l’Europa e tutti gli amanti delle “missioni umanitarie” non si attivino per far crescere economicamente queste terre. Ma forse, tutti questi discorsi non servono a nulla. Quello che serve sono nuovi schiavi pronti al lavoro a basso costo spaccandosi la schiena per poche manciate di euro.
Mentre sto in giro per l’isola, arriva la notizia che un nuovo barcone è stato avvistato e arriverà nelle coste italiane in meno di due ore. E’ il quarto della giornata e il secondo che proviene dalla Libia. Poco dopo, un elicottero della Marina Militare italiana decolla dalla nave Etna per intervenire sul barcone dove una donna ha appena partorito mettendo in salvo madre e neonato. Nell’aria c’è la volontà di una presa di posizione forte e popolare proprio come era avvenuto nei giorni precedenti, quando i cittadini di Lampedusa non avevano permesso l’installazione delle tendopoli. Il giorno prima del mio arrivo, un nutrito gruppo di mamme lampedusane, si erano recate dal primo cittadino  Dino De Rubeis per richiedere la chiusura temporanea delle scuole. Una richiesta giustificata dalla drammatica situazione sanitaria nei pressi degli edifici scolastici dove stazionano immigrati e, di conseguenza, bisogni fisiologici e possibilità di infezioni. Giovanna, una delle mamme che si erano recate dal Sindaco, con molto rammarico, oltre a descrivermi la triste situazione davanti alle scuole, mi racconta la difficoltà che gli isolani, pure prima dei questa emergenza, hanno anche solo per fare una visita medica. “I dottori vengono tre o quattro ore al giorno, per una visita dobbiamo aspettare dei mesi” afferma la giovane mamma. E se arrivassero delle infezioni o delle malattie? “Se hai i soldi per spostarti in Sicilia bene, altrimenti, sei fregato”. Silenzio. Il mio giro continua, mi dirigo verso il porto e mentre mi avvicino, ci sono sempre meno cittadini lampedusani. Qui le forze dell’ordine sono aumentate, è aumentato anche il numero di giornalisti che aspettano nuove notizie e raccolgono informazioni e i volontari della Croce Rossa Italiana sono impegnati a gestire la difficile situazione che sta colpendo l’isola.
Oltre all’emergenza immigrazione mi viene raccontato che da qualche anno la situazione è cambiata. Prima il Comune aiutava economicamente gli abitanti dell’isola con sussidi per i giovani disoccupati e per le ragazze madri. Da tre anni a questa parte, questo non avviene più. E ancora, mi dicono di come le strade siano rotte e molto più sporche [per le foto del viaggio è possibile contattare Polese all'indirizzo: info@fabiopolese.it, NdR]. Si dice che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Lampedusa non deve diventare un centro d’accoglienza eterno, non può essere usato come scudo umano per l’Italia. Sia chiaro.
Si sta facendo buio e dopo qualche altra chiacchierata, torno nella parte alta di Lampedusa per andare a cena. E’ sabato sera e quasi tutti i locali sono aperti. La prima impressione che mi viene in mente è che, pure nella difficoltà, c’è voglia di andare avanti. Dopo la cena, faccio un ultimo giro per le vie di Lampedusa, bar e pub notturni sono affollati da giovanissimi pronti a passare la serata come se nulla fosse cambiato da qui ai due mesi precedenti. Ma pure se la vita continua, la normalità non c’è. I riflettori sono accesi, girano soldi ma la situazione è davvero critica. Milleduecento immigrati sono arrivati nelle ventiquattro ore della mia permanenza nell’isola e un terzo barcone proveniente dalla Libia sta sbarcando mentre prendo il mio volo per Palermo. Continuando di questo passo, l’abisso è davvero molto vicino.
Il sito Perugia

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